L’Oro della Daunia: tra Kant, albicocche spaziali e l’Impero del Fico
Benvenuti nel meraviglioso “Villaggio” della Comunità Educante dell’Ipeoa M. Lecce, un luogo concettuale in cui il Piano Triennale dell’Offerta Formativa si fonde con la Legge Morale di Immanuel Kant. Immaginate il severo filosofo di Königsberg (ora Kaliningrad) che, anziché passeggiare per la fredda Prussia (ora divisa a metà tra Polonia e Russia), scruta il Tavoliere delle Puglie, mormorando che il cielo stellato sopra di noi e l’empatia pedagogica dentro di noi sono l’unica via per un’enogastronomia inclusiva. “L’Oro della Daunia” non è un banale ricettario, ma un’astronave spazio-temporale che usa il cibo per abbattere barriere e coltivare il “Noi” a colpi di life-long learning e abnegazione.
Se pensate che la scienza agronomica l’abbiano inventata i moderni laboratori, siete fuori strada. Il viaggio scientifico del territorio inizia nel Neolitico, quando il Tavoliere divenne il più grande laboratorio agronomico d’Europa. Gli antichi abitanti, stanchi di inseguire prede selvatiche, decisero di trincerare i villaggi e inventare la Dieta Mediterranea, basando la sussistenza su una combinazione biochimicamente perfetta di cereali e legumi. Una scelta che oggi farebbe piangere di gioia qualunque nutrizionista.
Dalle trincee di terra si passa all’ingegneria empirica applicata alle acque. Sulle coste di Peschici e Vieste, la sopravvivenza aguzza l’ingegno sotto forma di trabucchi: colossali ragnatele di legno e carrucole sospese sulle scogliere adriatiche. Macchine da pesca che sfidano la gravità senza che i costruttori avessero mai letto un trattato di fisica. E per trasportare i frutti di questo mare? Ecco l’epopea del trabaccolo, imbarcazione robusta che per due secoli ha dominato i commerci, unendo popoli e merci.
Ma l’enogastronomia è anche un viaggio linguistico e botanico straordinario, come dimostra la transumanza globale dell’albicocca. Nel ceppo napoletano questo frutto diventa la “cresommola”. L’etimologia ci riporta al greco antico “Crisomegon”, da chrysòs (oro) e mêlon (frutto tondeggiante). I greci, estasiati da queste perle gialle nel verde degli alberi, vi videro frutti d’oro. La storia botanica inizia in Cina 3000 anni fa, passa in Asia e si stabilisce in Armenia, da cui il nome Prunus armeniaca.
Quando il frutto incontrò il pragmatismo romano, divenne praikous (da praecoquus), cioè il frutto che matura precocemente. Questa parola compì una piroetta fonetica venendo assimilata dagli Arabi in al-barquq. Con l’espansione islamica nel Mediterraneo, il termine tornò in Europa attraverso il catalano albercoc e lo spagnolo albaricoque, fino all’italiano “albicocca”. Nel 1583, lo scienziato Giambattista della Porta sancì il suo arrivo a Napoli distinguendo le preziose “crisomele” dalle “bericocche”.
Per concludere questa epopea, non si può non menzionare il re indiscusso della dolcezza mediterranea: il fico. Originario dell’Asia occidentale, il Ficus carica (dalla Caria, antica regione dell’Asia Minore) è una delle prime piante addomesticate. Dal punto di vista scientifico, il fico ci inganna da millenni: quello che mangiamo non è un frutto, ma un sinconio, un’infiorescenza carnosa e capovolta che racchiude al suo interno centinaia di minuscoli fiori che si trasformeranno nei veri frutti, gli acheni (i granelli croccanti).
L’etimologia ci riporta al latino fīcus, di origine semitica (collegata all’ebraico paggāh, fico immaturo). L’aspetto più ironico risiede nel suo duplice destino semantico. Da un lato, evoca la massima umiltà e il disprezzo commerciale: espressioni come “non vale un fico secco” testimoniano come l’abbondanza spontanea della pianta l’abbia resa sinonimo di cosa da nulla. Dall’altro, per bizzarre capriole del gergo giovanile italiano, l’aggettivo derivato è diventato il massimo complimento per definire qualcosa di straordinariamente attraente o di tendenza. Chi l’avrebbe mai detto che un’infiorescenza capovolta del Neolitico sarebbe finita a fare la parte del protagonista assoluto della nostra approvazione sociale?
“L’Oro della Daunia”, in fondo, ci insegna proprio questo: la vera riqualificazione culturale sta nel saper unire la sacralità della storia e la sottile ironia della vita. È la dimostrazione tangibile di come la didattica possa farsi custode e interprete di un territorio che va dal mare alla montagna.
Proprio per questo, una scuola che è una vera e propria fucina di cultura, capace di trasformare il sapere in comunità e il passato in futuro, puo’ rappresentare una occasione di sviluppo al di la’ di ogni retorica.
Giovanni Ognissanti

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