“Ci ha lasciato un grande campione, ma prima di tutto un grande uomo”: così Francesco Saverio Castriotta ha commentato la dipartita del suo amico e compagno di squadra Renzino Ciociola, il quale ha rappresentato il calcio sipontino per circa 15 anni.
Infallibile ala destra, come si diceva allora, ha sbalordito il pubblico con i suoi cross precisi e perfetti, che incontravano la testa del centravanti di turno ed infallibilmente finivano in rete.
Renzino nasce calcisticamente da quel vivaio che è la strada, dove i ragazzini si dimenavano su una palla di pezza. Cursore instancabile che ha regalato assist a ripetizione. Una sua fuga, faceva pregustare la gioia del gol. Lorenzo detto Renzino Ciociola, citato anche come Ciociola II per distinguerlo da Pino Ciociola I, più grande di lui, ma con minor presenze nel Manfredonia. Renzino nacque a Manfredonia l’ 11 aprile 1943. In una intervista di qualche hanno fa ci ha raccontato: “ho iniziato il 1959-60, e sin da piccolo – ci racconta – ho cominciato a dare i primi calcio alla palla, poi feci nel 1958 un torneo cittadino e siccome era una squadra che vinse il campionato, mi fecero firmare il cartellino del Manfredonia e mi fecero militare nelle giovanili”.
Chi è stato il tuo primo allenatore?
Michele Conte, un buon padre di famiglia, la gestione era basata sulla valorizzazione di quelle che erano le caratteristiche di ognuno di noi. Ma i primi anni 60 furono quasi tutti uguali, cambiavano presidenti e allenatori, ricordo molta confusione a livello dirigenziale. L’unico punto di riferimento era Pizzigallo, grande aggregatore, portava i ragazzi in pizzeria al cinema, ed aiutava chi aveva -bisogno.
Come è nata quella promozione del 1967?
E’ nata perché finalmente arrivarono i soldi, grazie a Saverio Petrangelo, una persona stimatissima, con lui ho avuto sempre buoni rapporti. Poi prese come allenatore Del Re, forse non all’altezza, ma probabilmente perché allenò il Liberty allora in D, ma credo che ci sia stato lo zampino di Saverio Castriotta, che portò Casini che giocava proprio nel Liberty insieme a lui, e Michele Tarallo l’anno prima al Bisceglie. Loro s’integravano in una squadra già affiata. C’era Mario Guerra, Campaniello, Di Bari, Totaro Gaetano, Cisternino. Noi eravamo dei giovani con molta esperienza, io ero il più grande ed avevo 23 anni, avevo già 6 campionati sulle spalle. Pizzigallo voleva che giocassero sempre i giovani e questa miscela ci ha permesso di vincere. L’innesto di Castriotta fu determinante perché su 10 cross che facevo, lui e Tarallo siglavano almeno due o tre gol. Castriotta aveva un fisico prestante, lui era il più alto nella media, vedere saltare Castriotta, il gol era quasi certo.
Qual è stato il rammarico più grande con il Manfredonia?
E’ stata la gara contro il Brindisi, soprattutto la rete di Trevisan. Fu una partita stregata, pali, traversa, sono i misteri del calcio, se avessimo vinto, molti di noi avrebbero fatto carriera.
Anche nel 1969-70, se non sbaglio, avemmo l’occasione per approdare in serie C. Purtroppo quell’anno ci si è messo in mezzo il Martina. Andammo a giocare lì con i favori del pronostico. Eravamo sull’1 a 1 quasi al termine della partita e loro segnarono il gol della loro vittoria da metà campo per una papera di Maurini che sbaglio un rinvio.
Poi perché siete retrocessi nel 1971-72?
Nonostante fosse la squadra del 1969-70 e del 1970-71, avevamo paura di perdere in trasferta, ed in casa avevamo paura di vincere. La stessa cosa è capitata nel 1965-66 avevamo un blocco psicologico. La spiegazione è che forse non avevamo un grande società alle spalle che ci proteggeva, anche negli stipendi mi ricordo che l’ultimo che prendevamo era a marzo, poi più niente. E queste situazioni, a volte, influiscono molto sul morale dei calciatori.
Quali allenatori ricorda con piacere?
Il più grande allenatore è stato Roncarati, lui ci ha fatto giocare come l’Olanda, ci ha insegnato gli spostamenti, ci diceva che ogni volta che il mediano scendeva, io dovevo prendere il suo posto. Se vedevo ad esempio Zandri che andava sulla destra io dovevo andare sulla sinistra. Poi ci diceva sempre di stare sulla linea, perché il terzino mi doveva marcare e quindi si creava il vuoto. Anche Calabrese è stato un grande piccolo uomo, da lui ho imparato come si gestiva un cross in velocità, bisognava calciare per mettere il pallone all’altezza del dischetto di rigore. Se l’ala corre veloce, la difesa segue il cross, ma se il pallone va in mezzo lo prendono, qualcuno invece deve stare dietro e così si ha facilmente la capacità di segnare.
Se tornassi indietro quale desiderio vorresti che si avverasse?
Il mio cruccio è stato quello di essere andato in serie C con il Manfredonia.
Quando hai lasciato il calcio?
A 30 anni fui assunto all’Enichem e smisi con il pallone. Giocai un altro torneo nel 1972-73, mi pagavano a gettoni, vincemmo il campionato ma l’ultima partita a San Marco non andai perché non prendemmo soldi da tempo.
Renzino ci ha lasciato, ma il suo ricordo resterà per sempre nel cuore dei tifosi sipontini.

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