In una notte ribelle e mostruosa, densa di fulmini e presagio di morte, prende ossimoricamente vita la creazione. Lo fa al suono di un lampo. L’oscurità e lo squallore dei laboratori ottocenteschi si fondono con la sofferenza del creatore in un’unica pulsazione. Con l’uscita su Netflix in data 7 novembre 2025, la nuova versione di Frankenstein firmata da Guillermo del Toro arriva a occupare gli spazi oscuri della nostra immaginazione come un sogno vellutato e inquieto. Atteso da decenni, questo progetto non è soltanto un rifacimento di un classico della letteratura: è un sussurro di pietra e fulmine, una resa dei conti tra la creazione e il suo demone. In questo dossier, ripercorreremo il film, evidenzieremo ciò che funziona e ciò che vacilla nella sua struttura, offrendo anche un parere personale.
La visione di Del Toro e le radici del mito
Guillermo del Toro ama i mostri, ama portarli fuori dall’ombra e renderli propri. Qui affronta il mito di Mary Shelley con l’ambizione di chi lo ha «cacciato» per più di venticinque anni. La scelta estetica è subito dichiarata: le atmosfere sono volutamente gotiche, i colori, i costumi, le scenografie evocano un mondo che non appartiene più solo al passato ma al sogno-oscuro del tempo. I personaggi principali sono affidati a Oscar Isaac (Victor Frankenstein) e Jacob Elordi (la Creatura), accompagnati da una schiera di attori di rilievo. Del Toro ha dichiarato che non intendeva realizzare un horror puro, bensì un film «incredibilmente emotivo».
Il racconto si apre con una spedizione artica che trova un Victor ormai morente e una creatura che reclama vendetta. Da lì, la narrazione torna indietro e ci mostra il giovane Victor cresciuto sotto il peso di un padre rigido, vedovo della madre, e fratello di un William che riceve l’affetto paterno negato al protagonista. Il film segue il suo percorso fino all’arroganza della creazione: raccogliere parti di cadaveri, assemblare la vita con la corrente, aprire la porta a ciò che non può controllare.
Victor nasce sotto l’ombra del padre chirurgo, severo e inflessibile, e accanto a una madre amorevole che muore prematuramente. Questa doppia ferita — l’assenza di protezione paterna e la perdita materna — è l’embrione del creatore. Nel film si vede un ragazzo compresso, sempre in bilico tra desiderio di approvazione e senso di rifiuto, un ragazzo che impara presto che “l’avorio non sanguina” (in una delle frasi del padre) e che la carne, invece, sì.
È un piccolo Victor che prende appunti allo specchio del proprio destino, e Del Toro filtra tutto ciò attraverso un linguaggio visivo ricco di simbologie: i laboratori diventano cattedrali della scienza, i fulmini eco del sentimento represso, i cadaveri materia del desiderio di vita.
La scelta di iniziare il racconto da quel trauma d’infanzia conferisce al film una lettura più intima e dolorosa: non siamo solo di fronte a un licantropo della scienza ma a un uomo che divora la propria infanzia, che costruisce l’altro per esorcizzare se stesso. È il figlio che non ha potuto essere, il padre che non è mai stato, il creatore che teme la creatura. Del Toro, con la sua sensibilità per l’ombra e la bellezza, trasforma la scienza in elegia, il mostro in figlio e la creazione in confessione.
Victor costruisce il suo laboratorio, sviluppa la creatura, ma è la sua incapacità di essere padre — o creatore consapevole — che pone le basi del cataclisma. La creatura entra nella storia non come minaccia esterna, ma come specchio di ciò che Victor ha rifiutato in sé: solitudine, rifiuto, desiderio di riconoscimento. Nel momento in cui Victor ignora e imprigiona la sua creatura, sta condannando se stesso a una vita di fuga e rimorso.
Il film colpisce per la sua magnificenza visiva: scenografie elaborate, luci taglienti, colori ricchi, atmosfere da sogno gotico. Le performance sono intense: un Victor tormentato, una creatura che impara, soffre, cerca. È notevole come Del Toro abbia deciso di rendere il mostro più umano e vulnerabile, una scelta che rompe con tradizioni più caricaturali.
E tuttavia: la lentezza del racconto, soprattutto nella parte centrale, può essere avvertita come eccessiva; la densità visiva a volte rischia di sovrastare la narrazione emotiva; alcuni passaggi restano impliciti, demandando allo spettatore una partecipazione che non sempre è gratificata. Ma forse è proprio questa ambizione a rendere il film degno di nota: non un mostro da urlare, ma un grido interiore da ascoltare.
Per lo spettatore comune, Frankenstein è un viaggio dentro la zona grigia dell’anima, un film che interroga ciò che significa creare, essere creati e tentare di riparare le ferite dell’infanzia. Guardarlo vuol dire accettare che il vero orrore non nasce dai fulmini ma dall’abbandono, che la scienza può diventare un gesto d’amore e che il mostro non è l’altro, bensì l’ombra del creatore stesso. È un’opera che impone silenzio, che raccoglie sussurri, che invita a riflettere più che a tremare, trasformando la paura in tenerezza e la tragedia in compassione.
Quando la creatura, alla fine, alza lo sguardo al sole che Victor gli ha insegnato a vedere, capiamo che non si tratta di una vittoria o di una sconfitta, ma di un’eterna attesa: l’attesa di essere riconosciuti. Del Toro non ricostruisce solo un classico: lo trasfigura, lo fa vibrare e lo rende carne. L’infanzia di Victor è la scintilla, la creazione è il fiume, la redenzione – se c’è – è l’alba su ghiaccio e memoria. Un film che osa, che accarezza l’ombra, che resta.


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