IL GIALLO DELLA SULTANA SIPONTINA
Tra scimitarre, intrighi di palazzo e archivi polverosi: il nuovo libro di Andrea Matteo Pacilli sbroglia il filo teso tra il mito di Giacometta Beccarini e la realtà del tragico Sacco del 1620.
Il fumo denso degli incendi oscura il cielo di Manfredonia. È l’alba del 16 agosto 1620. Le urla disperate squarciano l’aria mentre le galee ottomane rigurgitano seimila soldati inferociti sulle coste garganiche. Nel caos primordiale di un sacco spietato, tra altari profanati e lame di scimitarra che luccicano sotto il sole pugliese, si consuma il mistero più fitto e affascinante della memoria sipontina: il rapimento della piccola Giacometta Beccarini. Lasciata per errore nel dormitorio dalle monache di Santa Chiara in fuga disperata verso il castello, la bambina di appena otto anni svanisce nel nulla, inghiottita dal mare. Destinazione: Costantinopoli. Lì, tra i profumi d’oriente e gli intrighi del Topkapı, la leggenda vuole che diventerà la favorita del Sultano, prendendo il nome di Bassebà o Zafira, madre dell’erede al trono Osman e, infine, potente Sultana.
Questa epopea straordinaria, sospesa tra il fascino orientale delle Mille e una notte e la cronaca di sangue della Capitanata secentesca, riprende vita e viene passata al setaccio tra le pagine del nuovo, intenso lavoro editoriale e storiografico di Andrea Matteo Pacilli: “Giacometta rapita dai Turchi. Verità e verosimile di una tradizione leggendaria pugliese”. Ma l’opera non si limita affatto a rispolverare un vecchio racconto popolare da focolare. L’autore, con il piglio investigativo del navigato detective del passato, imposta la sua approfondita ricerca d’archivio come un vero e proprio romanzo giallo, analizzando indizi labili, esaminando antiche cronache polverose e interrogando i silenzi della storia per rispondere al quesito definitivo: la vicenda di Giacometta è un clamoroso falso storico o una straordinaria realtà taciuta dai secoli?
L’autore porta impresso nel proprio DNA un destino indissolubilmente legato alla parola scritta, alla ricerca scientifica e alla narrazione identitaria del territorio. Noto e intraprendente editore pugliese, Pacilli unisce l’accuratezza del saggista alla passione viscerale per la pubblicistica, ereditando una nobile tradizione familiare. È infatti nipote dell’avvocato Donnamaria, indimenticato storico antifascista e pilastro del giornalismo locale, e del celebre intellettuale Cristanziano Serricchio, noto poeta e scrittore che del Gargano ha saputo cantare l’anima più profonda e i miti ancestrali. Da queste radici così feconde non poteva che nascere un’indagine vibrante, capace di catturare il lettore comune e trascinarlo nei meandri oscuri di un’investigazione storiografica senza sosta.
Il libro scava nei dettagli dell’assedio ottomano, esamina il celebre quadro della Beccarini custodito nel Palazzo Civico di Manfredonia e scompone i tasselli di una narrazione che per generazioni ha consolato l’orgoglio di una comunità devastata dall’invasore.
Eppure, ogni enigma ha la sua chiave di volta. Il volume si trasforma in un avvincente tribunale della memoria, dove il verosimile si scontra frontalmente con la spietatezza del documento d’archivio. Giacometta è esistita davvero, lasciando tracce tangibili del suo passaggio tra le due sponde del Mediterraneo, o è soltanto il parto suggestivo di una leggenda creata ad arte per rielaborare il trauma collettivo del sacco turco?
Per rispondere, Pacilli compie un passo indietro necessario, allargando lo sguardo al grande scacchiere del Mediterraneo. Il Sacco di Manfredonia non fu un episodio isolato, ma una tessera di un mosaico geopolitico gigantesco, iniziato nel 1453 con la caduta di Costantinopoli. Per due secoli e mezzo, la Serenissima Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano si sfidarono in un conflitto strisciante e continuo, fatto di sette grandi guerre ufficiali ma soprattutto di una guerriglia marittima incessante. La Puglia, avamposto cristiano proteso verso l’Oriente, si trovava drammaticamente in prima linea.
Ed è proprio in questo clima di frontiera che fiorisce la seconda parte della leggenda, ancora più romanzesca. Si racconta infatti che la Sultana Giacometta, durante un pellegrinaggio via mare verso la Mecca insieme al figlioletto Osman, sia stata intercettata e catturata dai Cavalieri di Malta. Portato sull’isola, il bambino sarebbe stato strappato all’Islam, battezzato dai frati domenicani e trasformato in Padre Domenico Ottomano, una delle figure religiose più influenti e carismatiche della Chiesa del Seicento.
Se la figura storica di questo frate domenicano è reale e ampiamente documentata dalle cronache maltesi dell’epoca, l’anello debole della catena – come dimostra Pacilli con precisione chirurgica – rimane proprio il legame di sangue con la Manfredonia ferita del 1620.
La risposta dell’autore è illuminante e costituisce il cuore critico del saggio. Il confine tra il mito e il rigore del documento si fa sottilissimo, e l’autore cammina su questo filo con la precisione di un anatomopatologo del passato, guidandoci tra i vicoli di una Manfredonia d’altri tempi e i fasti dell’Impero Ottomano. Ci troviamo di fronte a un saggio che si divora con la stessa bramosia di un thriller letterario, in cui la Capitanata secentesca diventa il palcoscenico di un’indagine mozzafiato.
Con grande onestà intellettuale, Pacilli non pretende di mettere una parola definitiva sulla questione; ci ricorda anzi che la storia si costruisce camminando, strada facendo, lasciando la porta aperta a futuri documenti e nuove scoperte. Per scoprire se dietro il velo della misteriosa Sultana si celi una magnifica illusione comunitaria o una verità parzialmente sbiadita dal tempo, non resta che immergersi in questa splendida lettura, seguendo la scia di schiuma lasciata dalle navi turche quattro secoli fa.
Giovanni Ognissanti

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