Ebrei e neofiti sipontini a Manfredonia – In occasione della giornata della Memoria

Ebrei e neofiti sipontini a Manfredonia
In occasione della giornata della Memoria

A cura di Pasquale Ognissanti (Archivio Storico Sipontino)

Trattando degli ebrei sipontini abbiamo rilevato che nel 1294 (anno in cui Carlo II avrebbe deciso di far costruire 12 conventi nel Regno dedicati a S. Domenico) si contano anche 75 (300/375 anime) convertiti al cristianesimo (neofiti) a Manfredonia.
Nel proseguo di tempo, per il sec. XIV, registriamo solo delle personalità di famiglie sipontine in ottimi rapporti con la badia di S. Leonardo di Siponto, di cui avremo dei riscontri anche successivamente, come i Capuano: Maurizio (1325), Errico (1341), Andrea (1369), Rogerio (1394), Tucio (1396); i Minadoy: Minadoy de Grimaldo (1348), Iacobus de Minadoy (1361); i de Florio: Cobello (1382).
Ancora una volta vanno ricordati i rapporti esistenti tra l’Ordine Teutonico e gli ebrei (o i neofiti).
Per il sec. XV, invece, le notizie sono notevoli.
“Un documento aragonese registra la presenza in Manfredonia, nella seconda metà del secolo XV, di 55 nuclei familiari di cristiani novelli (220/275 anime). I nomi chiaramente slavi di alcune famiglie (Colutxa, Rozota, Iozio, Livo¬ze) attestano gli stretti rapporti dei neofiti di Manfredonia con le popolazioni dell’ altra sponda dell’ Adriatico.
Insieme con i neofiti, è attestata a Manfredonia, sempre nel XV secolo, anche una comunità giudaica. Di essa faceva parte Raffaele Cohen da Lunel, per il quale nel 1472 Giuda ben Salomone da Camerino ha copiato a Lucera l’ opera Sefer Yosippon.
Nel 1487 vien data licenza al giudeo Masello e ai soci Dionisio de Florio e compagni di esportare da Manfredonia per altri porti del Regno cen¬to carra (2.000 quintali) di grano. Nello stesso anno il giudeo barese Lazzaro caricava su navi frumento da portare a Venezia e a Trani, qui a nome del correligionario tranese Lazzaro Paduano. Di minore rilievo l’attività del giudeo Salomone, il quale nel 1489 fornì per 10 grani alla fabbrica del castello un crivello per setacciare la sabbia.
Nel 1480, quando i turchi si impadronirono di Otranto, tra i mercanti che provvedevano al vettovagliamento dei soldati aragonesi impegnati nella ricon¬quista della città …c’erano i cristiani novelli Daniele Capuano, Cola Grimaldo Ca¬puano, Ottaviano de Menadoy e Cesare de Pace. Per la tassa speciale impo¬sta per ricacciare i turchi, Dario de Florio ha contribuìto per 33 ducati. Per la stes¬sa causa, l’ebreo Isacco ha pagato a nome della propria comunità tre ducati”.

Per il sec. XVI, nel 1510, “Ferdinando il Cattolico, che si era impadronito del regno di Napoli (1503), ordinò l’espulsione generale degli ebrei e dei neofiti. Da Manfredonia 60 famiglie, o capifamiglia (240-300 anime), espatriarono; altri riuscirono a restare (ed il numero delle famiglie di origine ebraica sale), dopo avere dimostrato la purezza della loro fede e del loro lignaggio. Acquietatasi la bufera, gli emigrati rientrarono e nel 1516 la Camera della Sommaria ordinò di verificarne il ritorno e di reinserirli nei ruoli fiscali…”
“…La prima famiglia dell’elenco è quella di Liczolo Capuano, con sua moglie Lisa, il loro figlio Andrea e il resto della famiglia, compresi gli schiavi; la seconda è la famiglia di Nutzo Dapulle alias dicto Florio, cioè Giovanni Florio, sua moglie Costanza, i figli Dario e Costantino con le rispettive mogli e la coppia di servi Musach e Sarach (sua moglie), la terza famiglia è quella dei Manadoy, il cui capo famiglia è sposato con Cubella Cola Capuano, a riprova del fatto che i matrimoni avvenivano all’interno della comunità. Probabilmente l’ordine seguito nell’elenco è basato sulla situazione economica della famiglia, ma si tratta di personaggi che compaiono molte volte nei registri dell’Archivio di Barcellona, così come in altri documenti e scritti di storia locale, non solo per la loro attività strettamente commerciale. La famiglia Capuano prestava somme di denaro al re per le spese militari, mentre Dario de Florio rivestì la funzione di console di Ragusa e alcuni membri della famiglia Manadhoe erano creditori nei confronti di Francesco Sforza. Le famiglie Capuano e Florio godevano di diritti di estrazione e commercio di frumento e vettovaglie dal porto di Manfredonia, e alla seconda fu concessa la gabella del ferro. Alfonso giunse persino ad assolvere Lisolo Capuano dall’accusa di falso in atto pubblico, naturalmente in cambio di denaro. Il 24 novembre 1442 a Foggia il neofita aveva ricevuto dal re il privilegio per sé e per tutti i membri del suo Consorzio (factores) di essere trattati come nativi di Manfredonia e quindi del Regno, anche se egli non era nato nella città né vi aveva portato la sua residenza, e di godere quindi di vari privilegi in tutte le città. Aveva poi fatto cancellare le parole factores per sostituirle con erede nel documento che esibì in vari luoghi e fece ricopiare e redigere come se si trattasse di un originale, in modo da poter estendere il trattamento alla sua famiglia”.


Le famiglie citate, come i Capuano, i de Florio, i Minadoy, i de Pace, ecc., sono tra le più notevoli della città sipontina, ed hanno dimore pure nella “ruga de Confectaria” (via della Maddalena, sede del fondaco del sale e delle concerie di pelli, attività tipiche del ceto ebraico), nella contrada Boccolicchio, dove si registra la maggiore concetrazione di neofiti.
Ed arriviamo al 1534, quando si ha la denuncia verso i “falsi cristiani convertiti”. Ci troviamo a 6 anni dopo l’assedio del Lautrec del 1528, quando ad opera delle truppe “amiche” dei Lombardi, la città e la comunità subiscono enormi danni
Si tratta di un atto di denuncia contro dei neofiti che non avrebbero dismesso le loro tradizioni ebraiche. Tra i denunciati si hanno: Angelus de Habraham e Mahomet hebrei (si fa riferimento anche ad altri ebrei, per cui vi è coesistenza di ebrei e di neofiti), Oliviero, Barnaba e Pier Giorgio Capuano. il figlio di Ercole Stellatello, il notaio Giovan Francesco Stellatello, Mariano Sisto, Gasparo de Granito, il figlio piccolo e la moglie di Aurelio de Calia, Gaspare de Grumpta (9 personalità della città). Tra i Capuano e gli Stellatello vi sono dei rapporti di parentela, così come ce ne sono tra gli stessi Capuano ed i Minadoys.
Ed ecco i capi di accusa. Il figlio di Oliviero Capuano viene visto mangiare le animelle avanti casa sua il giorno di Pasqua. E’ da sapersi che le animelle sono un elemento per la manifattura degli involtini di interiora di agnello (“i turcennille”, o “i nghjummaridde”), per cui con gli occhi odierni non vediamo alcunchè di scandaloso. Ercole Stellatello viene visto, sul terrazzo di casa sua, “adorare” il sole quando si leva. Se non si tratta di un rito, avremmo a che fare con una persona mattiniera. Sempre lo stesso Ercole di sabato fa le cerimonie usuali degli ebrei, in onore del Sabato; e qui l’accusa si regge su un cerimoniale e, comunque, su un modo di essere della religione giudaico-cristiana. Altra accusa è che il figlio ed il nipote dello stesso Ercole vengono ritrovati, dopo morti, circoncisi. Ma va pur detto che si tratta di neofiti, per cui prima della conversione si sarebbe pur verificata l’incisione.
Mariano Sisto alla punta del molo ha adorato il sole; potrebbe essere un rito propiziatorio o un atto liberatorio per invocare il buon tempo, o anche, come si usava da noi fino alla metà del secolo scorso, per scrutare il tempo onde andare per mare (a pescare o navigare).


Per Gaspare de Granito l’accusa è che di sabato, vestito di bianco, teneva verso l’alto un idolo, cioè un manufatto, di pasta cotta, “ed a quello sacrificava”. In che modo non vien detto. Per quanto riguarda i manufatti di pasta cotta va considerato che era pure in uso nella comunità sipontina (e non solo), fino a 50 anni fa, effettuare nel periodo natalizio (di più) e nel periodo pasquale dei pupi di pasta, poi cotti e mangiati (come dire la pasta dei taralli neri o degli scaldatelli o anche delle scarcelle, “scarejèlle”).
Interessante è la denuncia contro le donne marrane, che “forno viste in una cappella quale era dentro Santa Maria de la Gratia dove ei scolpita la gloriosa Vergene et magnavono et ridendono molto se voltavano verso quella santissima figura dicendono: o Vergine voi del pane nostro, eccote da magnare, ten voi magnare, burlandose et diligiandono ditta imagine intemerata”.


È possibile che si possa lasciare una chiesa aperta, al ludibrio di chiunque? Ed i preti (o forse i frati) dove stavano? Non è che le donne marrane, per tradizione orale, si trovassero in un luogo a loro familiare, per cui si ha una sorta di tolleranza da parte dei religiosi?
Va ricordato quanto si ha nel 1463, con l’atto di donazione di una vigna, cui alla forma di ufficialità nella cappella della Maddalena, con la presenza, come teste, di Nicola Grimaldo Capuano (di cui un discedente risulta tra i denunziati).
L’attuale chiesa di S.Maria delle Grazie (con il convento), in quel periodo di tempo non sussiteva, per cui per rintracciare quella citata nel documento dovremmo rivogere lo sguardo ad altra parte; cioè o a S.Maria Nova o a S.Maria Maddalena (della questione abbiamo trattato in altra parte).
Si ha poi la denuncia contro i marrani, di cui 17 si trovano nel Consiglio del Comune (e forse di 9 ne conosciamo i nomi), che trascurano le ritualità cristiane. Gli stessi, secondo il rito degli ebrei, strangolano gli animali sia volatili e sia quadrupedi.
L’accusa persistente è la circoncisione che si rileva pure per il figlio di Aurelio de Calia, e per i figli di Ercole Stellatello e Giovan Francesco Stellatello, notaio.
Aurelio de Calia viene accusato perché ha sposato la “nipote carnale”.
Ora, a prescindere o meno dalla consistenza e valenza degli atti consumati, va detto che la stessa denuncia è una questione di potere, i consiglieri cattolici, in numero di 20, e di cui si conoscono i nomi, senz’altro per ragione di potere, portano delle accuse contro gli ebrei convertiti (neofiti, ed anche amministratori pubblici; il consiglio comunale allora era formato di 40 elementi), “perchè tengono lo regimento de la terra in mano”, come viene riportato nel relativo documento.
Deve trattarsi di un predominio più economico che numerico; e con la denuncia si vuole dimostrare che i “neofiti” non hanno cessato di essere ebrei. I denuncianti, così, cercano di farli allontare dalla città, in riferimento proprio agli editti vicereali di estradizione da poco emanati. Ma a quanto pare non ci riescono se i Capuano, i de Florio, i Minadoys, gli Stellatello, ecc., dopo, continuano a persistere nella comunità sipontina, anche se qualcuno angariato dal viceregno spagnolo.


Certo è che dopo due secoli e mezzo circa dalle concessioni manfredine e a due secoli circa dalle conferme di Carlo II, quelli che potevano essere gli abitanti della zona paludosa e malarica (e fra loro gli ebrei), sarebbero divenuti una consistente comunità politico-economico-mercantile della città sipontina.
Quando abbiamo esaminato gli ebrei sipontini, tra le domande che ci siamo poste vi era pure quella dell’esistenza o meno di una sinagoga. Alla domanda, almeno per adesso, non possiamo dare una risposta certa. La stessa domanda ci poniamo per Manfredonia.
A fronte di un consistente numero di ebrei poi convertiti (o sedicenti tali) o di ebrei ancora professanti doveva pur sussistere una sinagoga che li ospitasse per i loro riti?
Anche in questo caso una risposta certa non siamo in grado di dare (proprio per la mancanza di documenti); comunque, sugli indizi rilevabili nel documento del 1534 (specie per le donne marrane), e per l’analisi della Cappella della Maddalena (alla quale rimandiamo), avanziamo l’idea che la sinagoga poteva essere nel luogo ove sussiste quella cappella. Gli indizi ai quali alludiamo li abbiamo pure evidenziati, man mano, nel corso del presente saggio.
Per concludere, va aggiunto che nella stessa cappella oggi è in esposizione parte di una lastra tombale dedicata ad Andrea da Troia…notarius variam…, la relativa arme reca la stella di Davide (un Andrea de notario Berardo è attivo a Manfredonia nel 1283). E pure questa stella campeggia nelle armi familiari dei Capuano e degli Stellatello. Poi, in un locale adiacente sempre la cappella vi è altra lastra tombale dedicata a Scipione Florio (o de Florio), figlio di Iacobo, con la data del 1511.

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