Violenza sociale e microcriminalità giovanile. Monte Sant’Angelo si mette all’ascolto

Violenza sociale e microcriminalità giovanile. Monte Sant’Angelo si mette all’ascolto.

In un territorio come quello di Monte Sant’Angelo, storicamente segnato dalla presenza e dall’azione dei clan della mafia garganica, la comunità accende un faro sulla microcriminalità giovanile che compromette la serenità dei cittadini. È con questa consapevolezza che l’assemblea cittadina ha scelto di partire proprio dall’ascolto, per estirpare un fenomeno apparentemente “minore” ma capace di minare il senso di sicurezza e amplificare il disagio sociale.

Venerdì 6 febbraio, si è tenuta presso l’Auditorium Peppino Prencipe nel centro storico di Monte Sant’Angelo, l’assemblea cittadina, dedicata al tema della violenza sociale e microcriminalità giovanile, promossa dall’Associazione Un Monte di Idee, da sempre attenta alle tematiche sociali. All’assemblea hanno preso parte il primo cittadino, Pierpaolo d’Arienzo, l’Assessora al Welfare, il Maresciallo della Stazione dei Carabinieri, la Comandante della Polizia Locale e il criminologo, filosofo e docente, con esperienza anche in ambito educativo, maturata anche grazie al lavoro con giovani NEET, Flavio L. Belvedere. E’ proprio da qui che occorre ri-partire: dall’ascolto dei ragazzi, un ascolto esente da giudizi, capace di trasformarsi in dialogo e accoglienza, come sottolineato dall’associazione Un Monte di Idee attraverso i propri canali social.

L’assemblea si è aperta con l’intervento del Professor Flavio L. Belvedere, che ha offerto una lettura ampia e accessibile del fenomeno della criminalità, sottolineando come il crimine, in quanto fatto sociale, rifletta i cambiamenti della società. L’analisi si è poi concentrata sulle “mappe della criminogesi” con una differenziazione dei comportamenti devianti in tre principali livelli: la microcriminalità, spesso sottovalutata ma considerata la più erosiva; la macrocriminalità organizzata legata alla logica del profitto; e infine le dinamiche borderline, espressione di un disagio giovanile che si muove ai margini della norma. L’esperto ha richiamato le radici storiche della devianza nei periodi di grande crisi delle grandi narrazioni collettive, come il post-Peste Nera o la Repubblica di Weimar. Nei momenti in cui la religione, lo Stato o l’ideologia perdono forza, l’individuo tende a rifugiarsi nell’istante, cercando identità e senso al di fuori delle regole consolidate. L’analisi si è conclusa con una riflessione sul ruolo delle agenzie educative, scuola e famiglia, sempre più sotto pressione, e sulla funzione della pena. L’esperto ha proposto un modello di giustizia riparativa, in cui il passaggio dal “punire” al “riparare” avviene attraverso la mediazione e la corresponsabilità della comunità, superando il tradizionale approccio punitivo verticale. Le due ore di dibattito, con una platea coinvolta e partecipativa, hanno fatto emergere l’importanza di comprendere le motivazioni che uniscono i giovani coinvolti, per poter offrire loro percorsi di cittadinanza autentica.

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