Valente: “Il dolore non è uno spettacolo”

Valente: “Il dolore non è uno spettacolo”

Chiedo scusa se questo post può apparire un po’ fuori tema rispetto a quelli che pubblico abitualmente, ma forse è arrivato il momento di provare a mettere un argine alla spettacolarizzazione del dolore e della fragilità nella nostra comunità.

Negli ultimi tempi mi è capitato di vedere video di elicotteri dell’elisoccorso riprendere quasi in diretta interventi che coinvolgono nostri concittadini, così come fotografie di abitazioni perfettamente riconoscibili, associate a situazioni di grave fragilità personale o familiare.

Dietro un soccorso, dietro una porta, dietro una casa, non c’è una “notizia” da consumare in pochi minuti. Ci sono persone. Ci sono famiglie. Ci sono figli, genitori, fratelli, amici che possono riconoscere quei luoghi, comprendere immediatamente ciò che sta accadendo e trovarsi esposti, senza averlo scelto, al dolore più intimo.

Ci sono poi situazioni di fragilità sulle quali le istituzioni possono essere già intervenute, magari da tempo, con quella discrezione che non è silenzio o indifferenza, ma rispetto della dignità delle persone e tutela della loro riservatezza.

Raccontare è un diritto e informare è un dovere. Ma non tutto ciò che può essere fotografato deve essere pubblicato. Non tutto ciò che può essere ripreso deve diventare una diretta. Non tutto ciò che suscita curiosità ha un interesse pubblico tale da giustificare l’esposizione di chi sta vivendo uno dei momenti più difficili della propria vita.

Esiste un confine tra il diritto di cronaca e la spettacolarizzazione del dolore. E quel confine si chiama sensibilità, responsabilità, rispetto.

Per questo voglio rivolgere un appello alle testate locali, che hanno un ruolo importante nella nostra comunità: cominciamo a filtrare con maggiore attenzione ciò che viene inviato da cittadini, lettori, passanti. Non tutto ciò che arriva in redazione deve necessariamente diventare un contenuto da pubblicare.

A volte fare buona informazione significa anche scegliere di rinunciare a una foto, a un video, a una diretta. Significa magari sacrificare qualche visualizzazione, qualche condivisione, qualche like, ma guadagnare qualcosa di molto più importante: il rispetto delle persone.

Chi fa giornalismo ha un potere enorme: scegliere cosa mostrare, come mostrarlo e, soprattutto, cosa decidere di non mostrare.

Io continuo a credere in un giornalismo capace di raccontare anche le vicende più dure senza umiliare, identificare o esporre le persone coinvolte. Un giornalismo che sappia fermarsi un attimo prima che la cronaca diventi voyeurismo.

Perché una visualizzazione in più non può valere la sofferenza di una famiglia.

E credo che su questa deriva sia necessario cominciare a interrogarci seriamente, tutti.

Maria Teresa Valente

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