La storia di Paolo De Chiesa è una delle più dolorose e sorprendenti del mondo dello sport italiano. Per oltre quarant’anni l’ex sciatore della Valanga Azzurra ha custodito un segreto che avrebbe potuto distruggere la sua carriera e la sua vita privata. Solo di recente ha deciso di raccontare nei dettagli la notte in cui la sua ex fidanzata gli sparò in faccia, un episodio che lo segnò nel corpo e nell’anima.
Ma chi era quella ragazza? Perché si arrivò a un gesto così estremo? E cosa spinse De Chiesa a coprire tutto, assumendosi la responsabilità di un incidente che non aveva provocato? Scopriamolo insieme.
Chi era la ex fidanzata di Paolo De Chiesa e come si arrivò allo sparo
Nel 1978 Paolo De Chiesa aveva ventidue anni ed era considerato uno dei talenti più promettenti dello sci mondiale. Da quattro anni era legato sentimentalmente a una ragazza di Cortina, un rapporto che però stava lentamente sgretolandosi. Solo dopo avrebbe scoperto che lei aveva una relazione parallela con un pilota di motocross, un dettaglio che avrebbe dato un senso diverso a ciò che accadde quella sera. La notte dello sparo si trovavano a cena a casa di amici, vicino a Busto Arsizio. A tavola c’era anche un uomo che De Chiesa non conosceva e che, a un certo punto, tirò fuori una pistola e la appoggiò sul tavolo.
Era una Smith & Wesson calibro 38, un’arma vera e carica. Paolo, che allora era nella Guardia di Finanza, riconobbe subito il pericolo e gli chiese di riporla. Solo in seguito scoprì che quell’uomo era il fratello del pilota con cui la sua fidanzata lo tradiva. La situazione degenerò in pochi istanti. La ragazza prese in mano la pistola e, con un tono provocatorio, gli disse: “Che, hai paura?”. Un attimo dopo, la padrona di casa lo chiamò. Paolo si voltò e quel movimento gli salvò la vita. La fidanzata premette il grilletto e il colpo lo raggiunse al collo. La pallottola gli attraversò il lato sinistro, sfiorando la carotide e la spina dorsale di pochi millimetri. “Sono vivo per miracolo”, ha raccontato. Il ricordo di quei momenti è ancora vivido: la mano sporca di sangue, il respiro che si ferma, la corsa disperata verso l’ospedale di Gallarate, l’urlo al pronto soccorso.
Perché Paolo De Chiesa decise di coprire tutto: la scelta che gli ha segnato la vita
Quando si risvegliò in ospedale, un poliziotto gli chiese cosa fosse accaduto. Paolo De Chiesa scelse di mentire. Disse che il colpo era partito mentre puliva la pistola. Una versione che nessuno contestò davvero. L’agente, intuendo la verità, gli disse: “Sono convinto che qualcuno le abbia sparato e lei ora lo voglia coprire. Ma siccome dall’alto arriva l’ordine di chiudere il caso, faccio finta di non capire”. Perché lo fece? Perché decise di proteggere chi gli aveva sparato in faccia? La risposta, oggi, è amara. Non voleva rovinarle la vita.
Nonostante il tradimento, nonostante il gesto, nonostante il dolore fisico e psicologico che lo avrebbe accompagnato per anni. Quella scelta, però, ebbe un prezzo altissimo. La versione ufficiale parlò di un esaurimento nervoso. Paolo iniziò a soffrire di incubi, angoscia, insonnia, emicranie. Perse dodici chili, smise di studiare, non riusciva più ad allenarsi. Oggi definisce senza esitazioni quella condizione come stress post-traumatico, una spirale che lo portò a pensare che morire sarebbe stato più semplice che vivere così.
La rinascita di Paolo De Chiesa: il ritorno sul podio e la forza di raccontare
La risalita fu lenta e dolorosa. Per anni Paolo De Chiesa visse in un limbo fatto di paura e silenzi. Non voleva che qualcuno sapesse cosa gli era accaduto. Non voleva essere compatito, né giudicato. Eppure, nel dicembre del 1981, più di tre anni dopo la sparatoria, arrivò il momento che segnò la sua rinascita.
A Madonna di Campiglio, in una gara di Coppa del Mondo, arrivò terzo dietro Stenmark e Mahre. Sul podio scoppiò in un pianto liberatorio, abbracciato dall’amico fraterno Piero Gros. Quel giorno non vinse una gara, ma vinse la vita. Oggi, a distanza di decenni, Paolo De Chiesa racconta quella storia non per riaprire ferite, ma per liberarsi da un peso che ha portato troppo a lungo. E per ricordare che anche dietro i campioni più forti si nascondono fragilità che nessuno immagina.

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