Ottant’anni di Italia in gioco

Il 24 aprile 1945, mentre Milano insorge contro l’occupazione nazifascista, una giovane operaia di venticinque anni attraversa la città in bicicletta. Si chiama Gina Galeotti Bianchi, “nome di battaglia” Lia. Porta ordini, messaggi, speranze. È incinta di otto mesi quando viene colpita a morte da una raffica di mitra. Nella fotografia che la consegna alla memoria italiana non c’è uno stadio, non c’è una medaglia, non c’è una competizione. Eppure è da lì, da quella bicicletta e da quella primavera, che comincia anche la storia dello sport nella Repubblica.

Perché in Italia lo sport non è mai stato soltanto sport. È stato ricostruzione materiale e morale dopo la guerra, linguaggio comune di un Paese ancora diviso da dialetti e povertà, specchio delle sue contraddizioni, teatro delle sue tragedie e delle sue rinascite. È stato il volto magro di Gino Bartali che attraversa un’Italia ancora ferita, quello elegante e moderno di Fausto Coppi che anticipa il boom economico, il lutto collettivo per il Grande Torino, la passione civile di Sandro Pertini che esulta al Bernabeu come un tifoso qualunque, fino all’Italia globale di Jannik Sinner, campione nato in una terra di confine che parla tre lingue e compete in un mondo senza frontiere.

Ottant’anni di Repubblica possono essere raccontati anche così: attraverso atleti, squadre e imprese che hanno accompagnato le trasformazioni del Paese molto più di quanto le classifiche e gli albi d’oro riescano a spiegare.

La Repubblica italiana nasce tra macerie fisiche e morali. Le città sono ferite dai bombardamenti, l’economia è in ginocchio, le divisioni della guerra civile attraversano famiglie e comunità. In quel Paese povero e ancora prevalentemente contadino, la bicicletta non è soltanto un mezzo di trasporto: è lavoro, mobilità, sopravvivenza. Non sorprende che proprio il ciclismo diventi il primo grande racconto popolare della nuova Italia.

Gino Bartali e Fausto Coppi non sono soltanto due campioni. Sono due visioni del mondo. Bartali, cattolico, tradizionalista, radicato nell’Italia delle parrocchie e delle campagne. Coppi, moderno, inquieto, individualista, protagonista di una vicenda privata che scandalizza il Paese e al tempo stesso ne annuncia il cambiamento. Le loro sfide attraversano gli anni della ricostruzione come un romanzo nazionale. Gli italiani si dividono tra bartaliani e coppiani come più tardi si divideranno tra diverse idee di progresso. Nelle piazze, nei bar, nelle fabbriche si discute di loro come si discute del futuro.

Poi arriva il 4 maggio 1949. L’aereo che riporta a casa il Torino si schianta contro il terrapieno della basilica di Superga. Muore la squadra che domina il calcio italiano e costituisce l’ossatura della Nazionale. Per la giovane Repubblica è molto più di una tragedia sportiva. È il primo grande lutto collettivo vissuto simultaneamente da milioni di cittadini. In un Paese che sta ancora imparando a riconoscersi come comunità nazionale, il Grande Torino diventa memoria condivisa. Le lacrime per Valentino Mazzola e i suoi compagni uniscono Nord e Sud, città e campagne, operai e professionisti. Per la prima volta, l’Italia si scopre capace di piangere insieme.

Gli anni Cinquanta accompagnano la crescita economica. Le campagne si svuotano, le fabbriche si riempiono, milioni di persone cambiano vita. Lo sport racconta questa trasformazione con una chiarezza che spesso sfugge alla politica. Coppi diventa l’immagine di un Paese che corre verso la modernità. I suoi successi internazionali coincidono con la voglia italiana di uscire dall’isolamento e misurarsi con il mondo.

La consacrazione arriva nel 1960. Le Olimpiadi di Roma rappresentano il debutto dell’Italia moderna sulla scena globale. Le immagini del maratoneta etiope Abebe Bikila che corre scalzo sotto l’Arco di Costantino fanno il giro del pianeta. Livio Berruti conquista l’oro nei 200 metri e offre al Paese uno dei suoi simboli più eleganti. Per settimane Roma diventa il centro del mondo. È l’Italia del boom economico, delle autostrade, degli elettrodomestici, della televisione che entra nelle case. La Repubblica mostra finalmente un volto diverso da quello delle rovine del dopoguerra.

Negli anni Settanta il Paese cambia ancora. Sono gli anni delle contestazioni, delle crisi economiche, del terrorismo. L’Italia appare frammentata da appartenenze ideologiche sempre più radicali. Eppure proprio in quel periodo lo sport continua a fornire uno dei pochi linguaggi condivisi. Pietro Mennea, ragazzo del Sud nato a Barletta, figlio di un sarto, diventa l’emblema di una mobilità sociale costruita sul sacrificio e sul merito. Il suo record mondiale sui 200 metri, conquistato a Città del Messico nel 1979, parla a un Paese che cerca ancora fiducia nelle proprie possibilità.

Quando l’11 luglio 1982 l’Italia batte la Germania Ovest nella finale dei Mondiali di Madrid, accade qualcosa che va oltre il calcio. Dopo anni segnati dalla violenza politica e dall’incertezza economica, milioni di italiani scendono nelle piazze. Sul palco simbolico di quella festa c’è Sandro Pertini. Partigiano, socialista, presidente della Repubblica. La sua esultanza spontanea al Santiago Bernabeu entra immediatamente nell’immaginario collettivo. Non è la celebrazione del potere. È la rappresentazione di una Repubblica che ritrova per una sera il piacere di sentirsi comunità.

Negli anni Novanta il rapporto tra sport e società cambia profondamente. La televisione commerciale trasforma gli eventi in spettacolo globale. Il calcio diventa industria, i campioni diventano marchi internazionali. Italia ’90 segna insieme un’apoteosi e una fine: l’ultimo grande racconto nazionale prima dell’era della globalizzazione.

In quel passaggio emerge la figura forse più tragica dello sport italiano contemporaneo: Marco Pantani. Le sue scalate restituiscono al ciclismo una dimensione epica che sembrava perduta. Il Pirata diventa l’eroe di un Paese che continua ad amare i campioni imperfetti, capaci di incarnare tanto il successo quanto la fragilità. La sua parabola racconta anche il lato oscuro della società dello spettacolo, dove la pressione del mito può diventare insostenibile.

Nel nuovo secolo l’Italia sportiva si fa sempre più plurale. Le vittorie della Ferrari di Michael Schumacher parlano di eccellenza industriale e capacità organizzativa. Valentino Rossi trasforma il motociclismo in fenomeno culturale. Le atlete e gli atleti di origine straniera mettono in discussione vecchie definizioni dell’identità nazionale. Lo sport anticipa spesso dibattiti che la politica affronta con ritardo.

Poi arriva il trauma della pandemia. Gli stadi si svuotano, le competizioni si fermano, il Paese sperimenta una vulnerabilità che sembrava appartenere al passato. Quando nell’estate del 2021 la Nazionale di Roberto Mancini vince il Campionato Europeo a Wembley e, poche settimane dopo, Marcell Jacobs e Gianmarco Tamberi conquistano due storici ori olimpici a Tokyo, molti italiani percepiscono quei successi come qualcosa di più di semplici vittorie. Sono il segnale di una ripartenza possibile.

È dentro questa Italia che emerge Jannik Sinner. La sua storia sarebbe stata quasi impensabile nella Repubblica del dopoguerra. Nato in Alto Adige, cresciuto in una regione di frontiera, formatosi in una cultura europea, protagonista di uno sport globale per definizione, Sinner rappresenta un Paese profondamente diverso da quello di Bartali e Coppi. Non porta sulle spalle il compito di unificare una nazione povera e divisa. Incarna piuttosto un’Italia che compete nel mondo attraverso il talento, la preparazione e la capacità di muoversi in contesti internazionali.

Eppure, sotto le differenze, esiste una sorprendente continuità. Come Bartali nel dopoguerra, come il Grande Torino nel lutto di Superga, come Mennea negli anni difficili della crisi, come Pertini nella notte di Madrid, anche Sinner è diventato un punto di riferimento che supera i confini dello sport. Non perché gli italiani abbiano bisogno di eroi, ma perché continuano a cercare nello sport un racconto di sé stessi.

Tra la bicicletta di Gina Galeotti e la racchetta di Jannik Sinner corre una distanza di ottant’anni. In mezzo ci sono la ricostruzione, il miracolo economico, le migrazioni interne, il terrorismo, la televisione, la globalizzazione, internet e la pandemia. È cambiato il Paese, sono cambiati gli sport, sono cambiate le forme della celebrità.

Ma ogni generazione italiana ha trovato nelle imprese sportive qualcosa che andava oltre il risultato: un’immagine della propria epoca, una misura delle proprie paure, una promessa di futuro. Per questo la storia dello sport e la storia della Repubblica continuano a intrecciarsi. Non perché le vittorie risolvano i problemi di una nazione, ma perché spesso ne rivelano i sogni più profondi.

Ed è forse questa la ragione per cui, ottant’anni dopo, la lunga strada che unisce Gina Galeotti a Jannik Sinner non appare come una semplice successione di imprese atletiche. Assomiglia piuttosto al racconto di un Paese che, tra cadute e ripartenze, non ha mai smesso di cercare sé stesso.

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