Mercoledì 1 luglio alle ore 19:00 sarà inaugurato il nuovo campetto di calcio in via Orto Sdanga a Manfredonia. Taglio del nastro con benedizione, saluti istituzionali e quadrangolare di calcetto per celebrare l’apertura del nuovo spazio sportivo.
Tra via Orto Sdanga e via Pastini trova spazio una nuova area sportiva nell’ambito del progetto di riqualificazione della periferia cittadina. L’inaugurazione si terrà mercoledì 1 luglio alle ore 19:00 con la benedizione, i saluti del sindaco Domenico La Marca e dell’assessore ai Lavori pubblici Francesco Schiavone. A seguire è previsto un torneo a quattro di calcetto. I lavori di riqualificazione sono cominciati nel novembre scorso grazie ai fondi stanziati dalla Regione Puglia. L’intervento si inserisce in un più ampio progetto di rigenerazione urbana e mira a restituire alla comunità sipontina uno spazio di aggregazione pensato per i più giovani e per le attività sportive di quartiere.

Dal “campo bianco” al nuovo impianto sportivo: il ricordo di un residente
Il campetto nacque nei primi anni Novanta, nell’epoca in cui la domenica pomeriggio si udiva l’eco delle radio trasmettere le cronache delle partite di Serie A e il ronzio dei primi citofoni che chiamavano a raccolta. Sorse accanto a palazzine di due piani appena costruite, in un lembo di terra dove prima si alzavano quattro edifici isolati, tra campagne secche di sole e punteggiate di fichi d’India. Era la periferia di Manfredonia, una terra di confine in cui il Gargano, con il suo profilo titanico sembrava voler osservare ogni movimento. Quartieri come il nostro brulicavano di bambini affamati di vita e di calcio. Quello spazio, figlio di un’urbanistica incerta e nato come deposito per calcinacci e snodo per le manovre di mezzi pesanti, divenne per noi pezzo di terra sacro. Eravamo abituati a barcamenarci tra marciapiedi angusti, asfalti sdrucciolevoli e le care, vecchie Fiat 127 parcheggiate ai lati della strada. All’improvviso, noi che sognavamo di giocare un giorno al campo sportivo Miramare, ci ritrovammo con un lembo di terra tutto nostro. Finalmente avremmo smesso di temere che il pallone finisse irrimediabilmente sui balconi dei vicini, o di interrompere l’azione a ogni passaggio di un’auto. Fu proprio un costruttore, che si stava cimentando nell’edificazione di quelle nuove abitazioni, a regalarci la possibilità di avere quello spiano tutto per noi, donandoci anche uno strato di terriccio bianco che livellammo con le nostre stesse mani. Da lì il nome con cui veniva informalmente identificato dai ragazzi degli altri rioni: “Campo bianco”. Poi arrivarono le porte, prima fragili strutture di legno, presto sostituite da ferree architetture, e infine le reti, preziose reliquie di corda recuperate tra le banchine del porto. Ricordo che ogni partita esigeva un rito, la pulizia meticolosa del terreno, la rimozione dei detriti, potenzialmente pericolosi, la preparazione del campo come se ci preparassimo alla finale di una Coppa del Mondo. Non c’erano riflettori, né torri faro ad accendere il gioco, eppure non ci importava. Restavamo a correre fino all’imbrunire e ben oltre, rischiarati solo dalla luce fioca dei lampioni stradali o, in alcune notti, dal riverbero argenteo della luna piena che sembrava illuminare apposta le nostre corse. E quando il degrado iniziò a bussare alle porte, non fummo soli. Alcuni anni fa, ricordo che gli ultrà del Manfredonia, spinti da un amore viscerale per questi spazi, scesero in campo generosamente. Armati di buona volontà, ripulirono ogni angolo, risistemarono le reti divelte e cercarono di ridare dignità a ciò che stava diventando inagibile, testimoniando che quel rettangolo di terra non era solo nostro, ma un pezzo di cuore della città. Quella distesa pianeggiante in mezzo ai palazzi è stata teatro di tante sfide tra i ragazzi del quartiere, ma anche testimone di epiche sfide rionali, e poi, ormai epocale, di quella volta che i ragazzi di Monte Sant’Angelo scesero fin qui per dare battaglia ai sipontini. Io, da “oriundo” (trasferitomi proprio da Monte sant’Angelo un paio di anni prima), giocai le due sfide (andata e ritorno) alternandomi nelle due squadre. Fu un pareggio memorabile, una di quelle sfide scolpite nel tempo, trasformate dal mito in una leggenda che noi, ormai adulti con i capelli brizzolati, raccontiamo ancora con la nostalgia di chi sa che non tornerà più quel sapore di polvere e gloria. Gli anni, inesorabili, hanno fatto il loro corso. Siamo diventati grandi, ci siamo dispersi per le strade del mondo, o semplicemente abbiamo smesso di credere che un pallone potesse cambiare la realtà. Il campo ha iniziato a soffrire, a svuotarsi. L’erba, come un mare verde e lento, ha cominciato a reclamare il suo spazio, invadendo ogni cosa. Poi arrivarono gli incivili, e quel luogo che era stato culla di gioia pura divenne una distesa desolata, profanata da incuria e dimenticanza. Ma la vita, a volte, sa chiudere i cerchi. Circa un anno fa, il respiro è tornato a soffiare su quella terra. È sorto un nuovo campetto da calcetto. Un po’ più piccolo, certo, ma capace di accogliere nuove anime, nuove corse e, soprattutto, nuove speranze.




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