LA BAIA DEGLI INNAMORATI: L’ETERNO EPILOGO DI UNA NOTA FIABA GARGANICA.
Tante volte ci siamo chiesti cosa accadesse ai protagonisti delle favole, una volta terminata la storia.
“… E vissero felici e contenti”, ma in che modo? E se la novella si concludeva senza felicità e contentezza, come tiravano avanti i poveri protagonisti?
Se lo sarà chiesto, forse, anche il Beltramelli quando, durante il suo famoso viaggio per il promontorio, descritto in “Il Gargano” edito nel 1907, si sentì raccontare da un pescatore di Vieste quella che è ritenuta la più celebre favola garganica:
“Una volta viveva a Vieste una fanciulla come non se n’eran vedute mai; il suo sorriso infondeva la gioia del sole, il suo viso risplendeva come l’occhio di Dio. Un giorno le ninfe marine, venute a riva, attratte da un canto di un giovane, sorpresero sullo scoglio la fanciulla con il suo innamorato.”
Sì, è la bellissima fiaba di Cristalda e Pizzomunno, che racconteremo brevemente per quei pochi che ancora non conoscono la storia, tragica e fatale, dei due giovani innamorati. Ecco come la narra il Quaglia, nel suo “Monte Gargano”:
“Delicata come fumo di incenso sei,
eretta come una torre di pietre naturali,
leggiadra come luna sul mare,
vaga come pioggia di primavera,
pura come una preghiera.
Al tuo vagare più non respira il vento,
il mare allunga le sue onde fin sotto i tuoi piedi
e le sirene più non cantano nelle sue profondità.
Lascia che mi inginocchi
e la terra che ti sostiene io bacerò!”
Divennero gelose le sirene e, soffiando forte, scatenarono una tempesta di mare. Tutto intorno allo scoglio improvvisamente fu alta marea e le onde, schiumando, si misero in coro a urlare. L’angoscia abbracciò forte i due innamorati, finché una invisibile mano li sollevò, sciogliendo, come per incanto, il nodo delle loro braccia.
Sulla spiaggia si ritrovò solo il ragazzo, di lei le onde si affrettarono a cancellare ogni sua orma. Le sirene l’avevano rapita, portandola a vivere in fondo al mare. Qui, la legarono a uno scoglio con i loro canti. Da allora, il suo amato piange eternamente sulla spiaggia e sospira e attende. Nella brezza del mattino e della sera disperde il suo lamento.
“In alto, il profumo del mio incenso
il vento ha disperso;
in basso, in fondo al mare,
è sola la mia torre di pietre intatte;
sulla polvere della terra,
alla pietosa luna la mia ombra
invano della tua parla!
Dolorosa è la mia preghiera,
come gusci vuoti,
sul mare del mio desiderio,
baci e lacrime depongo!”
Le sirene si commossero e così, una volta ogni cento anni, esse permettono agli amanti di avere un giorno d’amore. Quel che dicono lo dicono col cuore, quel che fanno lo fanno con amore.
Pizzomunno si tramutò in un alto faraglione, che da allora domina la spiaggia della Scialara, per poter attendere la sua amata. Qui la leggenda finisce, ma non si arresta la nostra curiosità. Qualcuno ha mai assistito al ritorno di Cristalda e al ricongiungimento dei due giovani una volta ogni cento anni? E dove avviene questo magico incontro?
Che ci crediate o no, i pescatori si tramandano anche questo ricordo, indicando quel luogo nella bellissima baia di San Felice, sempre nei pressi di Vieste. Un luogo incantevole, uno dei più suggestivi del promontorio garganico.
Ecco quanto si racconta di uno di tali incontri o almeno è quanto lo scrittore Clemenzio di Nunzio riferisce nel suo racconto “Gargano inedito”:
“Quel giorno [è un pescatore che narra] io vidi qualcuno nuotare in mare aperto, nonostante fosse autunno inoltrato. Deciso di vedere chi fosse, mi sedetti su uno degli scogli più alti. Stava nuotando lungo la scia del sole ancora argentata; sembrava non stancarsi mai. Poi, accanto a quella figura ne apparve, come d’incanto, una seconda e finalmente li vidi nuotare in direzione della spiaggia, fino a quando il livello dell’acqua non consentì loro di poggiare i piedi sul fondale.
Li vidi adolescenti, dorati nel sole del tramonto, mentre riguadagnavano di corsa l’insenatura. Mi passarono accanto, erano soli, la mia presenza era di un altro tempo.
Li seguii con gli occhi, finché non si posero a sedere in fondo alla spiaggia.
Li sentii rabbrividire di freddo, poi nel mormorio dei pini si intrecciarono le loro giovani voci. Trattenni il respiro, pure il mare sembrava trattenere le onde e, accostando l’orecchio al vento, udii parole leggere come foglie di un’antica stagione:
– Questo è il nostro luogo; è il più bello!
No, più bella del luogo è quest’ora!
Sì, è vero, ma vivono insieme per un solo momento, nel nostro momento!
Allora, se è nostro, fermiamolo e prendiamocelo!
No, se lo fermassimo morirebbe.
I momenti sono le gocce del tempo, e il tempo a sera li conta tutti; separando quelli belli da quelli brutti.
I momenti d’amore però li fa risplendere nel cielo:
per ognuno di essi accende una nuova stella.
Pensi che stasera si accenderà una nuova stella?
Sì, so che giunge da molto lontano a illuminare il ricordo di questo momento.
E se un giorno più non dovessimo ricordarlo?
In quel giorno vedremmo una stella cadere dal cielo nella notte e il cielo diventare più nero.
Io amo questo momento e non lo abbandonerò per altri cento anni, assopito, su questa spiaggia.
Il vento del nord potrebbe strapparlo e portarlo via da qui, la pioggia invernale cancellarlo. Se non dovessimo più ritrovarlo o riconoscerlo noi svaniremmo insieme a lui!
Non intristirti, lo porteremo con noi; per te lo ruberò!
Possiamo noi farlo?
Si, se nessuno ci vede. Chiudiamo gli occhi, e dimentichiamo ogni altro momento, lentamente lo respireremo tenendoci per mano. Solo chi è felice quanto noi si accorgererebbe che un momento della propria felicità gli è stato sottratto.
E se alcuni lo reclamassero?
Allora il tempo si fermerebbe e tutte le stelle in un attimo si spegnerebbero. Tutta la vita resterebbe racchiusa nel nostro attimo, come profumo nel suo vaso.
Ma io non voglio che la vita finisca!
No, non finirà. Nessuno si accorgerà di questo momento, e nessun innamorato per amore del nostro amore lo reclamerà.
Ogni volta che verremo qui, in questa stessa ora, noi rimetteremo il nostro momento nel suo proprio luogo; ogni nostra parola nel ricordo rifiorirà, ogni gesto immutato nel tempo rinverdirà, ma per un momento soltanto, per riprenderlo nel nostro cuore un momento subito dopo. –
Fin qui udii. Poi, una gelida onda di vento scivolò sul mare, increspandolo; quindi sollevò un aureo velo di sabbia, che avvolse ogni cosa, facendo richiudere ogni sguardo. Ecco, ogni cosa aveva portato via con sé, la spiaggia era vuota ed io ero solo, convinto di aver immaginato. Sulla sabbia rimasero disegnati i frammenti di due nomi e un cuore a metà. Intanto, tra gli scogli, continuavano a succedersi le onde, ormai senza più splendore.”
Il tempo dei due innamorati era terminato. Dal tramonto all’alba. Questo il patto. Poi, l’attesa di altri cento anni. E il Pizzomunno ritornato al suo posto per riprendere l’attesa. A Vieste, tutti esclamano, insegnandolo ai più giovani: “Non andare vicino al Pizzomunno, ci sta lo spirito, il fantasma che ti tira negli abissi del mare…”
Ma torniamo alla baia di San Felice, dove troviamo un’altra mirabile opera della natura: “l’Architiello”.
Uno strepitoso monumento naturale, scavato dal mare, dove è presente un’altra leggenda.
Si narra che l’Architiello venne creato in onore di Nettuno, il dio del mare, dopo che lui e sua moglie trascorsero momenti di amore. Per celebrare il lieto evento, le Ninfe marine con l’aiuto dei Tritoni decisero di edificare l’arco di pietra, nel ricordo della presenza divina.
Quindi, la baia di San Felice rappresenta da sempre il luogo per eccellenza deputato all’amore. Lo sanno bene tutti gli innamorati che in questi luoghi si son dati promessa di amore eterno, a perpetrare il ricordo di Cristalda e Pizzomunno, che per un solo giorno ogni cento anni assaporano l’illusione della libertà:
“Con l’animo sospeso tra la speranza e l’angoscia, insieme si dirigono verso i boschi che circondano la spiaggia. Sotto i loro piedi nudi la sabbia è ormai fredda, ma nel momento in cui toccano la calda e soffice erba del bosco, ecco le sirene tirare l’invisibile catena alla quale la fanciulla è avvinta, attirandola nuovamente verso il mare. Lentamente la fanciulla torna ad immergersi, oscurata dalla grande ombra della notte, che ridiscende a ricoprire ogni visione, mentre dissuggellato riprende per altri cento anni il pianto dell’amato, simile al gemere delle onde, insieme al correre della tempesta e del sereno.”
Poi tutto tace.
Foto da Archivio Giovanni BARRELLA

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