Il Mare ha bisogno di una casa. Perchè Manfredonia non può rinunciare al suo Museo del Mare

Il Mare ha bisogno di una casa. Perchè Manfredonia non può rinunciare al suo Museo del Mare.

Ci sono luoghi che custodiscono il passato e altri che rendono possibile il futuro.

Un Museo del Mare, quando nasce da una comunità e dialoga con essa, appartiene a entrambe le categorie.

Durante la mia ricerca etnografica svolta tra il 2024 e il 2025 a Manfredonia, dedicata agli immaginari e alle nostalgie lasciate dall’esperienza industriale dell’Enichem, ho scoperto ben presto che il mare continuava a rappresentare il grande interlocutore silenzioso della città.

Un mare presente nelle memorie, nelle parole dei pescatori, nei racconti di chi ha vissuto il porto e nelle aspirazioni di chi immagina nuovi orizzonti per il territorio.

È stato proprio attraverso questo sguardo che ho conosciuto Giovanni Simone e il Centro Cultura del Mare, realtà che da decenni lavorano con costanza per valorizzare il patrimonio marittimo di Manfredonia. Nei nostri incontri è emersa una convinzione condivisa: il mare non è soltanto un elemento geografico o paesaggistico; è un patrimonio culturale, un modo di abitare il mondo, una memoria collettiva che continua a produrre identità.

Per questo la vicenda del Museo del Mare di Manfredonia colpisce profondamente. Dopo anni di proposte, ricerche e progettualità, il museo ha trovato una prima concretizzazione nell’allestimento inaugurato nel 2022, presso alcuni locali ubicati in viale Miramare con accesso indipendente dall’attuale Istituto Alberghiero.

Oggi quell’allestimento è stato smantellato a causa dei lavori manutenzione straordinaria e ci si augura che presto possa riaprire al pubblico, al mondo della scuola e ai ricercatori, dopo il successo riscosso e le continue richieste che tuttora pervengono al Centro Cultura del Mare, poiché l’attuale situazione non rappresenta soltanto la sospensione di uno spazio espositivo: è l’interruzione di un processo culturale.

Troppo spesso immaginiamo i musei come depositi di oggetti, ma il Museo del Mare è molto di più, ovvero un luogo dove pescatori, studiosi, scuole, associazioni, artisti, operatori turistici e cittadini possano incontrarsi per discutere il rapporto tra la città e il mare. Un laboratorio permanente capace di produrre conoscenza, stimolare nuove economie culturali, favorire il turismo esperienziale e alimentare una nuova coscienza del patrimonio.

In antropologia sappiamo che il patrimonio non è ciò che semplicemente ereditiamo, ma ciò che scegliamo di rendere vivo attraverso le relazioni. Un museo non conserva soltanto reti, barche, fotografie o strumenti della pesca. Conserva soprattutto relazioni tra persone, generazioni e paesaggi.

Queste riflessioni nascono anche da un mio vissuto personale all’interno del faro di Torre Canne, dove sono cresciuto come figlio di un guardiano del faro. Da quella prospettiva privilegiata ho imparato a osservare il mare dal mare, facendo del faro non soltanto un monumento, ma un luogo abitato da memorie, racconti e relazioni umane.

Negli anni della mia ricerca antropologica ho raccolto numerosi reperti, fotografie, documenti e testimonianze donati da guardiani dei fari, marinai e pescatori, con l’intento di restituire voce a un patrimonio materiale e immateriale spesso dimenticato. Questo lavoro ha portato alla realizzazione del MuMaf – Museo del Mare e dei Fari di Conversano, la mia città d’origine, riaperto quest’anno grazie a un rinnovato impegno della comunità.

Conversano non è una città costiera, ma dalla sua collina continua a guardare il mare.

Proprio per questo il museo assume un significato particolare: rappresenta il tentativo di ricostruire e rendere visibile un legame storico, culturale e identitario con il mare, dimostrando come la marittimità non dipenda esclusivamente dalla vicinanza geografica alla costa, ma anche dalla memoria collettiva e dalle relazioni che una comunità intreccia con il proprio territorio.

Questa esperienza mi ha insegnato che un museo non coincide con le sue pareti né con le sue collezioni. Un museo vive soltanto se una comunità continua a riconoscersi in esso, a frequentarlo, ad arricchirlo con nuove storie e a considerarlo uno spazio di partecipazione e di memoria condivisa.

Forse è proprio questa la sfida che attende anche Manfredonia. Non limitarsi a chiedere la riapertura del Museo del Mare nei locali ad esso destinati con convenzione dalle Istituzioni, fin dal 2012, ma immaginarlo come un’infrastruttura culturale capace di accompagnare la città nelle trasformazioni future.

Un luogo dove la memoria dialoghi con le nuove professioni del mare, con la sostenibilità ambientale, con il turismo culturale, con la ricerca scientifica e con le nuove generazioni. Le città costiere che investono nel proprio patrimonio marittimo non celebrano soltanto ciò che sono state, ma costruiscono strumenti per immaginare ciò che possono ancora diventare. Una città che perde il proprio Museo del Mare non perde soltanto uno spazio espositivo: perde il luogo in cui immaginare il proprio futuro attraverso il mare.

Dott. Claudio Masciopinto

PhD, Antropologo Marittimo

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