Il fico d’India: la pianta che giunse con Cristoforo Colombo e che racconta l’America a Manfredonia

Il fico d’India: la pianta che giunse con Cristoforo Colombo e che racconta l’America a Manfredonia

Oggi è il 12 ottobre, la data che la storia ha consegnato alla scoperta dell’America. Negli Stati Uniti si celebra il Columbus Day. A Manfredonia, invece, questa ricorrenza può diventare l’occasione per guardare con occhi diversi una presenza talmente familiare nel nostro paesaggio da sembrarci nata qui: il fico d’India.

Ne avevo già raccontato anni fa, perché la sua è una di quelle piccole storie capaci di dimostrare quanto territori lontanissimi possano incontrarsi e, nel tempo, finire quasi per confondersi.

Il viaggio di Cristoforo Colombo non cambiò, naturalmente, il corso della storia di Manfredonia. Eppure, indirettamente, contribuì a modificarne per sempre il paesaggio. Fu, infatti, proprio l’intraprendente ammiraglio al ritorno dal suo viaggio a portare nel ‘vecchio’ continente quella strana pianta che egli stesso, convinto di essere stato in India, chiamò col nome di Opuntia ficus-indica, meglio conosciuto come fico d’india.

La coltivazione dei fichi d’india era praticata in Sud America già da lungo tempo, in particolare dagli Aztechi che li scelsero come emblema della loro capitale, Tenochtitlán. In Europa, invece, era una pianta del tutto sconosciuta. La sua affermazione in tutto il Mediterraneo e nei paesi dai climi temperati si deve ai marinai che da Colombo in poi trasportarono le piante sulle navi utilizzandone i suoi frutti, ricchi di vitamina C, come efficace rimedio per lo scorbuto, un vero e proprio flagello dei naviganti di tutto il mondo che ne provocava la morte in misura addirittura maggiore rispetto ai naufragi o ai combattimenti navali.

I marinai di Manfredonia ne hanno fatto un uso elevato proprio per evitare problemi alle articolazioni e soprattutto come antireumatico. Grazie al microclima del golfo sipontino, in nessun’altra parte del Gargano il fico d’india, pianta arido-resistente, si è diffuso come a Manfredonia, dove è divenuto anche un elemento ricorrente nelle rappresentazioni letterarie e iconografiche della città, fino a diventarne in un certo qual modo il simbolo.

Le distese di fichi d’India finirono per caratterizzare campagne e pendii, insinuandosi tra le abitazioni, arrampicandosi idealmente sulle mura e le antiche torri della città. Viaggiatori, scrittori e poeti di passaggio tra Ottocento e Novecento ne rimasero colpiti. Giuseppe Ungaretti raccontò la sorpresa di trovarsi davanti a una vera e propria “selva di fichidindia”.

Le cronache locali tramandano persino il racconto secondo cui, durante la Prima guerra mondiale, le loro pale avrebbero tratto in inganno gli austriaci, che da lontano le avrebbero confuse con elmetti di soldati. In tempi di povertà e carestia, inoltre, quei frutti rappresentavano una risorsa preziosa. E ancora oggi appartengono alla nostra tradizione gastronomica, venduti dinanzi ai marciapiedi d’estate, consumati freschi oppure trasformati in marmellate e preparazioni legate alla cucina più antica.

Dunque, queste piante che siamo abituati a vedere da sempre, nascondono nei loro frutti odori e sapori di un lontano continente e sono il dono di un navigatore genovese che, oltre 500 anni fa, contribuì a cambiare la storia del mondo… e il paesaggio di Manfredonia.

Maria Teresa Valente

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