Gaetano Marcolongo, quando la caccia non era uno sport

Gaetano Marcolongo, quando la caccia non era uno sport

di Manfredonia Ricordi

Oggi siamo abituati a considerare la caccia come un’attività regolamentata o una passione sportiva. Ma se torniamo indietro nel tempo, alle soglie del Novecento, l’immagine che ci troviamo davanti è molto diversa. È quella catturata nello scatto di Gaetano Marcolongo, immerso nelle acque delle paludi sipontine. Non è la posa di un nobile in cerca di svago, ma il ritratto di un uomo al lavoro.
In quegli anni, per le famiglie delle zone paludose e rurali italiane, la caccia non era una scelta, ma una necessità vitale. In un’Italia segnata da una povertà diffusa, la selvaggina rappresentava spesso l’unica fonte di proteine accessibile.
Gaetano, con il suo carico di uccelli selvatici a tracolla, incarna perfettamente la figura del “cacciatore di mercato”. Ogni capo abbattuto non era un trofeo, ma moneta di scambio: una volta venduti ai mercati locali o ai ristoranti, quegli uccelli si trasformavano in farina, sale e pane per la famiglia.
Il contesto in cui operava Marcolongo era quello delle paludi sipontine, un ambiente affascinante ma ostile. Cacciare significava passare ore con le gambe immerse nell’acqua gelida, sfidando l’umidità e i pericoli di un territorio ancora selvaggio.
Mentre l’aristocrazia iniziava a trasformare la caccia in un rituale sociale con fucili di pregio, il popolo usava mezzi rudimentali. Gaetano appare con la sua pipa, il berretto da lavoro e l’attrezzatura di chi deve massimizzare il risultato con il minimo costo. Era una lotta quotidiana contro la natura e contro le prime, timide regolamentazioni che cercavano di limitare un’attività che per molti era, a tutti gli effetti, l’unico mestiere possibile.
Personaggi come Gaetano Marcolongo hanno segnato profondamente la cultura popolare italiana.
Guardando oggi la sua foto restaurata a colori, non vediamo solo un cacciatore, ma un testimone di un’epoca in cui la sopravvivenza dipendeva dalla conoscenza profonda del territorio, dalla resistenza fisica e da una dignità che trasuda anche dal fango di una palude.

Foto da Manfredonia la Storia e i Suoi Autori

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