Emanuela Orlandi, un ex poliziotto punta il dito su De Pedis

Il prefetto in pensione Nicolò Marcello D’Angelo parla del caso di Emanuela Orlandi: De Pedis ebbe un ruolo nella scomparsa della ragazza?

La vicenda della scomparsa della quindicenne Emanuela Orlandi, avvenuta il 22 giugno 1983, torna sotto i riflettori grazie alle audizioni dell’ex alto ufficiale di polizia Nicolò Marcello D’Angelo. Davanti alla Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse Orlandi‑Gregori ha dichiarato: «Non ho prove per affermarlo, ma posso dire che molto probabilmente lui ha a che fare con questo sequestro». Con queste parole l’ex vice capo della polizia introduce un’ipotesi che – se confermata – metterebbe in relazione la criminalità della Roma anni Ottanta, influenze vaticane e il mistero che avvolge Orlandi.

Un collegamento tra malavita e Vaticano

Nel corso dell’audizione, l’ex funzionario precisa che non dispone di «prove certe», ma non esclude che De Pedis sia stato «interessato» al sequestro della giovane cittadina vaticana. D’Angelo richiama i particolari rapporti di De Pedis e in particolare la connessione con Marcinkus, presidente dello Ior all’epoca, sottolineando che «i rapporti Oltretevere erano abbastanza stretti e non escludo che possa essere stato interessato». Secondo l’ex agente la struttura criminale romana che operava tra Magliana e Testaccio andava ben oltre le semplici rapine: «L’ho sempre definita un’agenzia del crimine», ha dichiarato. In tale cornice operativa, De Pedis spicca come figura chiave del “ramo Testaccio” del sodalizio criminale, quella parte che – secondo D’Angelo – aveva contatti più robusti, investimenti maggiori e meno detenzioni rispetto ad altre fazioni. La testimonianza tocca il cuore del mistero: se De Pedis abbia o meno materialmente partecipato al sequestro resta da verificare, ma il prefetto chiarisce che, sul piano investigativo «c’è un aspetto interessante» che lo riporta esattamente a quel nome. Il fatto che la camionetta della banda della Magliana appare frequentemente nelle ricostruzioni del caso, e che la scomparsa di Emanuela coinvolga ambienti ecclesiastici, istituzionali e criminali, conferisce all’ipotesi una complessità che va oltre il mero fatto di cronaca: si tratta di una trama che unisce potere occulto, affari e omertà. Il prefetto insiste sul collegamento tra la banda Testaccio–Magliana e lo Ior: «Il gruppo era unico, Magliana-Testaccio, ma di fatto erano due gruppi distinti […] il gruppo Testaccio aveva contatti maggiori, investiva molto di più». Tale affermazione apre la porta a interpretazioni riguardanti una penetrazione della malavita nel tessuto finanziario e vaticano. In questo contesto, De Pedis non è visto tanto come mero esecutore, ma come nodo di congiunzione tra mondi che tradizionalmente si pensavano distanti. La testimonianza del prefetto aggiunge un ulteriore tassello al mosaico: la ragione per cui la banda della Magliana avrebbe scelto il versante Testaccio per alcune operazioni di più alto livello, evitando detenzioni e mantenendo «canali di approvvigionamento diversi». Non è un caso che proprio De Pedis, ucciso in un agguato, sia al centro di questi sospetti: per D’Angelo la sua eliminazione è legata alla sua autonomia rispetto alla Magliana e al suo rapporto privilegiato con il Vaticano. Sebbene nessuna prova sia ancora arrivata formalmente, il prefetto invita a guardare dove e come il potere criminale romano abbia potuto dialogare con settori ecclesiastici e finanziari per generare un’operazione come quella che vide coinvolta la scomparsa di Emanuela. Il richiamo a Marcinkus e all’Istituto per le Opere di Religione rimane essenziale per comprendere la portata dell’inchiesta. A questo punto la parola passa agli inquirenti e al Parlamento, che dovranno verificare se esistono elementi in grado di confermare le parole dell’ex agente: un coinvolgimento, anche indiretto, di De Pedis potrebbe cambiare nuovamente i contorni del caso Orlandi. Un’ombra lunga quattro decenni si espande ancora.



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