Discesa della Croce: quando il “Bob” a Manfredonia si correva sui coperchi delle cucine

Discesa della Croce: quando il “Bob” a Manfredonia si correva sui coperchi delle cucine

da Manfredonia Ricordi

C’era un tempo, verso la metà degli anni ’70, in cui la Discesa della Croce non era una striscia d’asfalto per automobili, ma una pista olimpica di breccia e sassi, un regno di polvere e coraggio dove i ragazzi di Manfredonia sfidavano le leggi della fisica.

Mentre oggi guardiamo gli atleti sfrecciare nei bob di fibra di carbonio alle Olimpiadi invernali, chi è cresciuto all’ombra della Chiesa della Croce sa che la vera adrenalina non aveva bisogno di ghiaccio, ma di un componente d’arredo fondamentale nelle case di allora: il coperchio delle cucine a GPL.

Questi coperchi di metallo smaltato, nati per proteggere i fornelli, diventavano i nostri mezzi da competizione in base alla taglia:

Il Monoposto (60×60 cm): tipico delle cucine a quattro fornelli. Agile e scattante, ideale per un pilota solitario che doveva governare la discesa tra i sassi.

Il Bob a tre (60×90 cm): tipico delle cucine con porta bombola e piastra elettrica. Era la versione “allungata”, dove ci si incastrava in due o anche in tre, uno dietro l’altro, per fare massa e volare ancora più veloci.

La partenza era un rito di squadra: c’era sempre un amico che, con tutta la forza che aveva in corpo, ti spingeva per i primi metri dando al coperchio l’inerzia necessaria. Una volta preso il ritmo, si cominciava a scivolare da soli, abbandonandosi alla pendenza. Il contatto violento tra la lamiera e la roccia viva della breccia creava un effetto magico: una scia di scintille che volavano a mo’ di fuochi d’artificio. Proprio come vediamo oggi nelle riprese della Formula 1, quando il fondo delle auto tocca il suolo sprigionando quello sfarfallio di stelline incandescenti, noi illuminavamo i pomeriggi di doposcuola e le serate estive. Volavamo avvolti da piccoli fuochi d’artificio artigianali verso il traguardo.

Non era solo una questione di velocità, ma di resistenza e audacia: la competizione era a chi arrivava più lontano. L’obiettivo era uno solo: divorare la discesa e spingersi il più possibile verso il traguardo leggendario dei Quattro Boccali.

In quegli anni, la Discesa della Croce era il nostro parco giochi naturale. Poiché non era asfaltata, le macchine non riuscivano a risalire quella pendenza friabile piena di breccia; la strada era nostra, libera dal traffico e piena di vita.

“Eravamo liberi” è il grido che risuona in questo ricordo. Una libertà che profumava di polvere e di sfida, pagata con qualche caduta di cui andiamo fieri. Non c’erano protezioni, solo l’istinto e la gioia pura di chi, su quel pezzo di ferro smaltato, riusciva ad arrivare più lontano degli altri, sospinto dal tifo degli amici.

Oggi il corpo conserva ancora le cicatrici di quegli anni: segni sulla pelle che non sono ferite, ma tatuaggi naturali che raccontano la nostra storia. Oggi l’asfalto ha coperto la breccia e il silenzio ha preso il posto del fragore del metallo, ma per chi porta addosso quei “tatuaggi” della metà degli anni ’70, basterà sempre chiudere gli occhi per rivedere quella scia di “stelline” correre impazzita verso il mare.

“Cronache della mia infanzia”

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