“Disabilità e lavoro in Capitanata: il vuoto che nessuno progetta”
C’è una pizzeria a Castel Bolognese, in provincia di Ravenna, che sforna qualcosa di più difficile da replicare di una margherita: un contratto di lavoro. Si chiama Civico 25 (www.civico-25.com), e su diciotto dipendenti regolarmente assunti, la maggior parte ha la sindrome di Down, l’autismo o una disabilità psichica. Poco lontano, nell’hinterland milanese, PizzAut (www.pizzaut.it) ha inaugurato nel 2021 il primo ristorante d’Europa interamente gestito da ragazzi autistici, è arrivata al secondo locale a Monza (inaugurato dal Presidente della Repubblica) e ragiona già di franchising sociale. In Toscana, Fody Fabrics (www.fodyfabrics.com) trasforma scarti industriali del distretto tessile pratese in borse e coperte salvavita, affidando la produzione a persone con disabilità intellettiva che nessun altro aveva pensato di assumere.
Questi sono modelli di impresa, non semplice filantropia. La distinzione è la più importante che si possa fare quando si parla di inclusione lavorativa. La filantropia risolve un problema oggi e lo ricrea domani, perché dipende dalla generosità, che è discontinua per definizione. Il modello di impresa costruisce una struttura che si autosostiene, genera reddito, produce qualità, e dimostra sul campo che la cosiddetta “fragilità” è spesso una risorsa produttiva mal distribuita, non un deficit irreversibile. PizzAut lo riassume con una formula: la prima volta vieni per il progetto, ma la seconda torni per la pizza.
Che cosa significa questo per la Capitanata? Significa, anzitutto, guardare in faccia un vuoto che le famiglie conoscono bene e che il discorso pubblico provinciale preferisce non vedere. In questa provincia, la maggior parte delle persone con disabilità finisce i percorsi scolastici e non incontra un mercato del lavoro ostile: incontra il nulla. Nessuno che abbia progettato il passaggio. Martha Nussbaum direbbe che queste persone possiedono una libertà formale (il diritto al lavoro, riconosciuto dall’articolo 4 della Costituzione, che impegna la Repubblica a “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”) senza disporre della libertà sostanziale corrispondente: la possibilità concreta di lavorare, con un contratto, un ruolo, dei colleghi, uno stipendio. La distanza tra le due, per chi ha una disabilità in Capitanata, non è una crepa: è un abisso.
Quell’abisso non è colmabile con le buone intenzioni delle famiglie, né con le risorse sempre insufficienti dei servizi pubblici. È colmabile costruendo imprese che abbiano l’inclusione non come effetto collaterale virtuoso, ma come nucleo del proprio modello produttivo. Il modello biopsicosociale dell’ICF, adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2001, ha reso esplicito un principio che dovrebbe essere ovvio: la disabilità non è una proprietà fissa della persona, ma il prodotto dell’interazione tra una condizione di salute e un contesto che può funzionare come barriera o come facilitatore. Il contesto non è solo il luogo di lavoro: è il trasporto pubblico che non arriva, il servizio sociale che gestisce emergenze anziché progettare percorsi, la cultura diffusa che concepisce la disabilità come oggetto di assistenza e non come soggetto di partecipazione. In Capitanata, queste barriere si sommano e si rinforzano: chi non può spostarsi autonomamente, non accede ai servizi; chi non accede ai servizi, non viene orientato al lavoro; chi non lavora, resta invisibile. Il modello biopsicosociale dice che per spezzare questa catena non bisogna “riparare” le persone, ma riprogettare i contesti. E se il contesto è una filiera produttiva, la domanda diventa concreta: chi progetta la facilitazione? La risposta sono imprese che siano competitive sul prodotto perché hanno imparato a organizzare processi, ruoli e tempi intorno alle specificità delle persone, invece di pretendere che siano le persone ad adattarsi a processi pensati per altri.
Le condizioni materiali, in Capitanata, ci sarebbero. Le filiere della provincia generano scarti e rimanenze che oggi vengono smaltiti a costo e che potrebbero diventare materia prima per laboratori artigianali inclusivi, esattamente come gli scarti del lanificio pratese diventano borse nelle mani degli artigiani di Fody. Le persone non mancano: le liste dei servizi per la disabilità di Foggia e dei comuni del Gargano, del Sub-Appennino, della Daunia sono lunghe e non decrescenti. Non manca neppure il quadro normativo: la legge 68 del 1999 prevede agevolazioni economiche per chi assume lavoratori con disabilità, e la crescente attenzione europea ai criteri ESG sta creando un mercato reale per i prodotti a impatto sociale certificato.
Ciò che manca è la connessione tra queste risorse disperse. Bisogna essere onesti su un punto scomodo: la connessione non si crea per somma spontanea di buone volontà. Richiede una figura imprenditoriale (o un nucleo di figure) capace di pensiero progettuale, cioè capace di trasformare risorse latenti in un’organizzazione che funziona. Il motivo per cui la Capitanata non ha ancora la sua PizzAut non è che manchino le cooperative sociali o le associazioni di famiglie: è che il tessuto politico e istituzionale locale tende a concepire la disabilità come un problema assistenziale, non come un’occasione imprenditoriale. Le cooperative restano chiuse nel perimetro del welfare; le famiglie hanno motivazione e competenza pratica, ma raramente le risorse per strutturare un’impresa; gli enti locali non svolgono il ruolo di facilitatore (spazi, riduzione dei costi di avvio, semplificazione burocratica) che altrove ha reso possibile la nascita di questi progetti. Nessuno di questi soggetti, da solo, può costruire il modello. Ma nessuno di loro è dispensabile.
Una pizzeria inclusiva a Manfredonia, un laboratorio di upcycling agroalimentare a Cerignola, una caffetteria sociale nel centro di Foggia: non sono utopie. Sono realtà già operative altrove, con nomi, indirizzi e bilanci verificabili. Sarebbero anche un antidoto concreto al modello che trasforma troppe città del Mezzogiorno in luoghi capaci di produrre folklore per i visitatori, ma non futuro per chi ci vive.
Il lavoro non è un benefit da erogare ai più fragili. È la condizione attraverso cui una persona diventa membro attivo di una comunità, costruisce identità, esercita autonomia, contribuisce. Privarne sistematicamente chi è già ai margini non è solo un’ingiustizia individuale: è un impoverimento collettivo che la provincia paga senza accorgersene, in costi sociali, vite svuotate di progetto ed energia civile che non si trasforma mai in iniziativa.
Sarebbe bello che qualcuno, leggendo queste righe, decidesse di fare la prima telefonata.
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Francesco Salvemini

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