Cose di Casa Napoletana e… Campana
Viaggio autunnale nella terra della ex Capitale
I pusillanimi di casa nostra scrivono, commentano e parlano ad orecchio… o meglio non leggono. Si scrive per sentito dire e per quelle quattro fesserie che si sono lette una volta e pure casualmente.
Il principe dei Pusillanimi, Nardacchione da Siponto, e la sua genia, nonché il Decurione delle «patrie cose», hanno perso ogni contatto con la realtà terrena. Ignobili Burlamacchi si ergono a incarnazioni egregie: Re Manfredi, Manganaro, Bozzelli, Fricone, Politici… e in questa orgia di saperi, sapori e colori vivacchiamo alla ricerca del sacro Graal.
Ovvero, noi abbiamo tentato di scoprirlo, e la prima tappa è stata Benevento.

PONTE VANVITELLI A BENEVENTO
Secondo alcuni bene informati pare che i montanari (quelli delle montagne), quelli tosti e puri, asseriscono probabilmente che è stato Manfredi Maletta (forse loro lontano parente) a fondare Manfredonia (se è vero che sia stata fondata), pertanto essendo «lo ziano mio» principe di Mineo, un loro conterraneo, per la proprietà transitiva probabilmente alcuni montanari «urbi et orbi» asseriscono – sempre secondo i bene informati – di aver creato Manfredonia… ma sono solo voci, secondo noi!!!.
L’avunculo infamone tradì probabilmente il nipote-cognato, e quando con il nostro duo ci trovammo dinanzi al ponte di Benevento, dove la leggenda vuole sia stato ammazzato il principe appulo-svevo-normanno, anelammo pietà e commozione. Collocato in un luogo abbastanza trafficato, meriterebbe ben altra attenzione. Esso è composto da un insieme di capitelli di epoca romana che nulla hanno a che fare con il periodo svevo. E poi a quale ponte Dante si riferisce nell’indicare il delitto dei d’Angiò verso l’erede di Federico?
A Benevento ce ne sono almeno tre che potrebbero essere i luoghi della dipartita di Manfredi, ma molto probabilmente non è il Ponte Vanvitelli, bensì quello Valentino, l’unico sotto il quale passava il Calore, in un luogo laddove gli Angioini provenivano da Nord e gli Svevi da sud. A Manfredonia in piazza terra gialla, sarebbe stato opportuno ornare l’opera equestre raffigurante il Principe di Taranto, con le pietre del Calore… ma in riva al golfo vige il principio: “baste ca facime!”.
Lasciamo Benevento se non prima di aver ammirato Piazza Orsini (in onore del presule gravinese, arcivescovo anche a Manfredonia… a quando un monumento anche da noi?) e la Cattedrale ignobilmente bombardata dai cosiddetti «alleati» durante la II guerra mondiale.
Benevento è uno scrigno di bellezze che meriterebbero di essere approfondite, non foss’altro perché le due chiese erano consorelle della stessa regione ecclesiastica (vi sono stati vescovi di Siponto e Benevento) e poi la terra del Sannio ha avuto come suoi cittadini benemeriti personalità che dato lustro al nostro promontorio come Padre Pio nel campo religioso e Don Silvestro Mastrobuoni nel campo storico e artistico.
E poi come non accostare la nobile Benevento al fine caricaturista Antonio Manganaro, del quale, caso fortunato, è stata trovata l’unica cartella completa (51 disegni) rimasta abbandonata in un cassetto del Museo del Sannio dagli anni ‘30 del Novecento.

INTERNO DELLA BASILICA DI SANTA MARIA DELLA SANITA’ A NAPOLI
La tappa successiva è Napoli: sappiamo che con il caldo “estivo” di novembre la città è «full» per entrare da ogni direzione. Proseguiamo da Fuorigrotta, ci è andata bene!. Andiamo a “Pusilleco”, l’obiettivo è arrivare al Mausoleo Schilizzi, ex tomba privata di un banchiere partenopeo di origine ebraico-livornese. Nel 1921, fu acquistato dal comune di Napoli e adibito a reliquiario per le salme dei caduti della “Grande Guerra”, ivi trasferite nel 1929 dal cimitero di Poggioreale. Purtroppo non troviamo un guardiano o custode. Alcuni sipontini trasferitesi nella ex capitale, ci informarono anni fa che lo Schilizzi ospitava i resti del Bozzelli. Pertanto facciamo una telefonata informale ai servizi cimiteriali di Palazzo San Giacomo. Ci dicono di richiamare, ma ci chiamano loro verso le 12.00 e ci informano che i resti del Bozzelli sono presso la Chiesa di Santa Maria e San Vincenzo alla Sanità detta anche San Vincenzo ‘o munacone, nella prima cappella nel transetto di destra. Purtroppo all’ingresso c’è fila, anche perché è pure la soglia da varcare per le catacombe di San Gaudioso.
Decidiamo con l’amico Michele Di Iasio, fine ricercatore di “cose di casa” nostra di rimandare l’appuntamento a Gennaio-Febbraio; nel frattempo abbiamo lanciato una pietra nello stagno!.
E tanto per rimembrare l’imprevedibile senno, il Bozzelli (degno erede del Filangieri) fu il primo statista italiano a scrivere un importante documento statuale che entrò in vigore l’11 febbraio 1948, anno in cui Ferdinando II promulgò la Costituzione del Regno delle Due Sicilie, concessa il 29 gennaio precedente come risposta alle sommosse scoppiate in tutto il paese. Il documento precedette di poco lo Statuto Albertino del 4 marzo 1948 e la Carta del Quarnaro di Alceste De Ambris (esponente del sindacalismo rivoluzionario italiano e del movimento repubblicano e mazziniano) dell’8 settembre 1920. Documenti che dovrebbero essere studiati come fonti del diritto italiano.
Il pranzo lo consumiamo da Nennella, con un piatto di pasta, patate e provola azzeccata.
E a proposito di produttori di «caciocavalli» e «provoloni» veniamo a scoprire di datazioni di tele pontificate in pompa magna e accuratamente custodite da alcuni nostri presbiteri (di queste tele ne abbiamo e ne hanno parlato ampiamente anni orsono, alcuni professori dell’Università di Bari… cicero pro domo sua).
Come Archivio Storico Sipontino, lanciammo un grido di dolore una ventina di anni fa… ma non c’era peggior sordo di chi non voleva sentire. Tuttora scopriamo «fior di critici d’arte» che svernano nella nostra landa… che dire… consigliamo ai novelli “Bonito Oliva” di andare a «sciacquare i panni» presso San Maria alla Sanità ed avere una idea ancora più “ricca”, facendosi affascinare dal Barocco napoletano ed avere una concezione più nitida e dettagliata dell’arte pittorica tra il ‘600 e ‘700 nel regno delle due Sicilie (Azzolino, Giordano, Traversi, Balducci, Solimena e Pacecco De Rosa, tanto per citare alcuni… e Vaccaro)… e se lo avete fatto, Pardon!.
Via Partenope è un incanto specialmente di sera, con Castel dell’Ovo, Ischia e Capri all’orizzonte. Siamo in un Bed vicino a Piazza Vittoria e Via Calabritto. La mattina dopo ci aspetta il MANN. Percorriamo Via Santa Caterina e poi all’incrocio svoltiamo per Via Gaetano Filangieri invece che per Via Chiaia (proseguendo si arriva in Piazza Plebiscito). All’altezza di Via Cavallerizza a Chiaia consigliamo il Gran Caffè Cimmino. Se poi si prosegue ancora si arriva a Via dei Mille e i suoi negozi (Via Filangieri cambia nome all’altezza di Palazzo Mannajuolo a destra, splendida opera del liberty napoletano). Ritorniamo indietro ripercorriamo Via Chiaia e arriviamo in Via Toledo, in fondo dopo aver lasciato a destra il Palazzo Reale, il Teatro San Carlo e la Galleria, si arriva in Piazza Dante e subito dopo vi è il MANN e cioè il Museo Archeologico Nazionale di Napoli. In uno dei cortili doveva esserci un pilastrino ritrovato a Siponto nei pressi della Basilica. Esso era in marmo di cm 185 x 33 x 26 porta una iscrizione latina, che documenta l’esistenza a Siponto di un Tempio dedicato a Diana, fatto costruire da “Tito Tremelio Antioco, liberto di Tito”. Il Preside Serricchio lo fotografò nel giardino occidentale, a sinistra del corridoio Diomede. Siamo andati nel giardino e purtroppo non l’abbiamo trovato. Ci siamo allora recati presso l’URP del museo. Dopo circa una mezzoretta ci hanno riferito che a seguito dei lavori di ristrutturazione dei giardini, il pilastrino è stato posto negli scantinati del palazzo! Adieu…
Ecco allora il senso di questo articolo: perché non istituire un comitato scientifico, una sorta di commissione che possa lavorare (a titolo di volontariato) alla restituzione di quello che resta dell’avv. Bozzelli, del pilastrino del tempio di Diana e recuperare presso la nostra biblioteca (speriamo che non siano in qualche angolo sperduto) le litografie del Manganaro e fare una apposita ala museale? In due abbiamo mosso qualcosa, in tanti si potrebbe fare di più.
Ed allora sarebbe opportuno creare un Famedio (dal latino fama, “fama”, e aedes, “tempio”) nel corridoio laterale che porta alla Cappella della Maddalena a Palazzo San Domenico. Il Famedio potrebbe essere arricchito con i Cenotafi (kenòs, “vuoto” e τάφος, tàphos, “tomba”) del Bozzelli del Manganaro e di altri cittadini illustri sipontini.
A proposito in che stato sono le statue del Bellucci, del Carpano nella villa comunale… o meglio ci sono ancora?
Da quasi mezzo secolo ci dimeniamo tra nemici, finti amici, copiatori, millantatori e palazzi del potere. Ma non vorremmo che diventassimo come una novella Cassandra, sorella minore di Ettore, figlia di Ecuba e di Priamo re di Troia, sacerdotessa nel tempio di Apollo, che anticipando nel tempo idee e concezioni, per i maggiorenti di allora non aveva virtù, ma limiti.
Giovanni Ognissanti

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