È stato firmato all’ARAN il rinnovo del contratto 2022-2024 dell’Area Istruzione e Ricerca che riguarda oltre 7.500 dirigenti scolastici italiani. Le novità economiche sono importanti: aumenti medi fino a 500 euro lordi mensili e arretrati che sfiorano i 6mila euro. Il nuovo contratto introduce inoltre aggiornamenti su ferie, mobilità e permessi. Una notizia che sta facendo molto discutere nel mondo della scuola, soprattutto tra i docenti, reduci da rinnovi contrattuali considerati da molti largamente insufficienti rispetto al lavoro svolto ogni giorno nelle aule italiane. E il punto centrale, forse, è proprio questo: in Italia si continua troppo spesso a considerare l’insegnamento una missione più che un lavoro.
Firmato il rinnovo dei dirigenti scolastici: cosa cambia
La firma del nuovo CCNL Area Istruzione e Ricerca 2022-2024 è arrivata nella giornata dell’11 maggio presso la sede ARAN. Il contratto interessa circa 7.910 dirigenti, tra presidi delle scuole statali e dirigenti di università ed enti di ricerca. Per i dirigenti scolastici sono previsti incrementi medi pari a circa 500 euro lordi mensili su tredici mensilità, con arretrati medi da circa 5.800 euro.
Il rinnovo non introduce soltanto aumenti economici e arretrati, ma porta con sé anche diverse modifiche sul piano normativo. Cambiamenti che riguardano mobilità, ferie, permessi e perfino gli aspetti disciplinari legati al rapporto di lavoro.
Tra le novità più rilevanti c’è l’aumento della quota destinata alla mobilità interregionale, che passa dal 60% all’80% dei posti disponibili. Una misura pensata per favorire una maggiore possibilità di trasferimento tra regioni diverse, anche se per il 2026 resta già prevista per legge una disponibilità del 100% dei posti.
Importanti modifiche anche sul fronte delle ferie. Il nuovo contratto estende infatti il termine entro cui sarà possibile usufruire delle ferie non godute: non sarà più necessario recuperarle entro tempi ristretti, ma si potrà arrivare fino alla conclusione dell’anno successivo rispetto a quello di maturazione.
Cambia inoltre la disciplina relativa ai permessi per lutto. I tre giorni previsti dal contratto, anche non consecutivi, potranno essere utilizzati entro quindici giorni lavorativi dall’evento, mentre in precedenza il limite era fissato a sette giorni. Una modifica che offre maggiore flessibilità ai dirigenti in un momento particolarmente delicato dal punto di vista personale e familiare.
Il rinnovo interviene poi anche sul periodo di prova, migliorando le modalità che consentono il differimento nei casi previsti dalla normativa. Infine viene irrigidito il sistema disciplinare: la sospensione dal lavoro utile a configurare la recidiva ai fini del licenziamento disciplinare passa da venti a trenta giorni. Un cambiamento che rafforza ulteriormente il quadro sanzionatorio previsto per i dirigenti scolastici.
Docenti missionari, militanti, poveri e bistrattati
Dobbiamo necessariamente chiarire una cosa: non è una guerra tra docenti e dirigenti scolastici. Chi vive davvero la scuola sa perfettamente quante responsabilità abbia oggi un preside. Un dirigente scolastico gestisce sicurezza, personale, contenziosi, bilanci, famiglie, rapporti istituzionali e un sistema burocratico sempre più soffocante. È quindi del tutto legittimo che il suo stipendio sia elevato e che riceva aumenti adeguati alle responsabilità ricoperte.
Il problema nasce altrove. Nasce quando si guarda agli stipendi degli insegnanti italiani, soprattutto nei primi anni di carriera. Per molti docenti, infatti, la retribuzione netta resta sotto i 2mila euro mensili nonostante un lavoro che va ben oltre la semplice attività didattica. Programmazione, verifiche, burocrazia, corsi di aggiornamento, riunioni interminabili, gestione delle famiglie e responsabilità educative occupano ormai gran parte della vita professionale degli insegnanti.
Il confronto tra il rinnovo appena firmato per i dirigenti scolastici e gli ultimi contratti sottoscritti durante il ministero di Giuseppe Valditara rischia di diventare impietoso. Perché mentre ai presidi vengono riconosciuti aumenti medi vicini ai 500 euro lordi mensili e arretrati che sfiorano i 6mila euro, ai docenti negli ultimi rinnovi sono arrivati incrementi molto più contenuti, spesso percepiti come insufficienti rispetto all’inflazione e al carico reale di lavoro.
L’ultimo rinnovo economico del comparto scuola 2025-2027, firmato il 1° aprile 2026, ha previsto infatti aumenti medi di circa 143 euro lordi mensili per i docenti e arretrati attorno agli 855 euro.
Anche considerando l’intera sequenza dei rinnovi siglati negli ultimi anni, la distanza con le retribuzioni della dirigenza resta enorme, soprattutto se si guarda agli stipendi netti reali percepiti dagli insegnanti nei primi anni di carriera.
Eppure nell’opinione pubblica continua a sopravvivere una narrazione tossica e ipocrita: quella secondo cui il docente dovrebbe accettare tutto in nome della “vocazione”. Come se insegnare fosse soltanto una missione spirituale e non anche una professione che merita rispetto economico e sociale.
La situazione diventa ancora più pesante quando gli insegnanti si trovano davanti classi difficili, studenti maleducati o famiglie aggressive. Sempre più spesso, però, la colpa viene scaricata automaticamente sul professore, accusato di “non saper gestire la classe”. Una semplificazione ingiusta che ignora il profondo cambiamento sociale vissuto oggi dalla scuola italiana.
Finché in Italia continuerà a esistere l’immagine del dirigente-manager contrapposta a quella del docente-martire disposto a sopportare qualsiasi cosa, il divario economico e di prestigio tra presidi e insegnanti continuerà inevitabilmente ad aumentare. E questo, alla lunga, rischia di impoverire tutta la scuola pubblica.

FONTI:

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