La vita di Paolo De Chiesa è un romanzo pieno di curve, cadute e risalite. Un anno dopo aver rotto un silenzio durato più di quarant’anni, l’ex sciatore della Valanga Azzurra è tornato a raccontare la notte che gli ha cambiato per sempre il destino. Una storia che intreccia talento, dolore, coraggio e una rinascita che ancora oggi emoziona chi la ascolta.
Il suo racconto, ricco di dettagli e di emozioni trattenute troppo a lungo, riporta alla luce un episodio che avrebbe potuto spezzare la carriera di un giovane atleta di appena ventidue anni. Ma chi era davvero Paolo De Chiesa prima di quella notte? Come ha vissuto gli anni successivi alla sparatoria? E in che modo è riuscito a tornare sul podio dopo un trauma così profondo? Scopriamolo insieme.
Chi è Paolo De Chiesa: età, origini e la carriera nella Valanga Azzurra
Nato nel 1956, Paolo De Chiesa è stato uno dei volti più riconoscibili dello sci italiano degli anni Settanta e Ottanta. Entrò giovanissimo nella squadra che sarebbe diventata leggenda: la Valanga Azzurra, un gruppo di atleti che ha segnato un’epoca e che ancora oggi rappresenta un simbolo dello sport italiano. All’inizio era il “bocia”, il più giovane, quello che osservava da vicino campioni come Gustavo Thoeni e Piero Gros, imparando ogni giorno qualcosa di nuovo.
Nonostante non abbia mai vinto una gara di Coppa del Mondo, ha conquistato dodici podi nello slalom speciale, un risultato che lo colloca tra gli atleti più solidi e tecnici della sua generazione. Il suo stile elegante, la precisione tra i pali e la capacità di emozionare il pubblico lo hanno reso un punto fermo dello sci italiano. E quando la Valanga Azzurra iniziò a dissolversi, lui era ancora lì, “l’ultimo Apache”, come qualcuno lo definì, a difendere i colori azzurri con determinazione. Oggi, a 68 anni, è una delle voci più amate della Rai, dove commenta le gare di sci con competenza, passione e un amore per la montagna che non ha mai smesso di accompagnarlo.
La sparatoria del 1978: la notte che ha cambiato tutto
La vita di Paolo De Chiesa cambiò per sempre nell’ottobre del 1978. Aveva ventidue anni, una carriera in piena ascesa e un futuro che sembrava già scritto. Quella sera si trovava a cena vicino a Busto Arsizio, insieme alla fidanzata dell’epoca e ad alcuni amici. Durante la serata, un uomo che non conosceva appoggiò una pistola sul tavolo. Era una Smith & Wesson calibro 38, un’arma vera e carica. Paolo, che allora era nella Guardia di Finanza, capì subito il pericolo e chiese di riporla. Solo dopo avrebbe scoperto che quell’uomo era il fratello del pilota di motocross con cui la sua fidanzata aveva una relazione segreta. Un attimo dopo, il colpo.
La padrona di casa lo chiamò, lui si voltò e quel movimento gli salvò la vita. La fidanzata gli sparò in faccia. La pallottola gli attraversò il collo, sfiorando la carotide e la spina dorsale di pochi millimetri. Il racconto di quei momenti è ancora oggi vivido: la mano sporca di sangue, il respiro che si ferma, la corsa disperata verso l’ospedale di Gallarate, l’urlo al pronto soccorso. E poi il silenzio. Paolo decise di coprire tutto. Disse alla polizia che il colpo era partito mentre puliva l’arma. Nessuno approfondì. E da lì iniziò il buio. Perse dodici chili, smise di studiare, non riusciva più a dormire. Le notti erano un susseguirsi di incubi, angoscia e dolore. Oggi lo chiama senza esitazioni stress post-traumatico, una condizione che lo portò a pensare che morire sarebbe stato più semplice che vivere così.
La rinascita: il ritorno sul podio e la nuova vita nello sci
La risalita fu lenta, quasi impercettibile. Paolo De Chiesa non voleva che qualcuno sapesse cosa gli era accaduto. Non voleva essere compatito, né giudicato. Eppure, nel dicembre del 1981, più di tre anni dopo la sparatoria, arrivò il momento che segnò la sua rinascita.
A Madonna di Campiglio, in una gara di Coppa del Mondo, arrivò terzo dietro Stenmark e Mahre. Sul podio scoppiò in un pianto liberatorio, abbracciato dall’amico fraterno Piero Gros. Quel giorno non vinse una gara, ma vinse la vita. Da allora, Paolo ha costruito una seconda carriera, prima come atleta, poi come commentatore, sempre con la stessa passione che lo aveva portato da bambino a sognare le piste di Campiglio. Oggi racconta la sua storia anche per aiutare chi vive il dolore in silenzio, perché sa cosa significa cadere e sa cosa significa rialzarsi.

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