Tari, quanto ci costi! Lo studio della Uil: Puglia tra le più care d’Italia
La gestione dei rifiuti, in Italia, continua a rappresentare una delle più evidenti contraddizioni
dei servizi pubblici locali. Da anni, infatti, in molti comuni, si registrano evidenti iniquità
territoriali e un costante aumento della TARI (la tassa sui rifiuti), mentre rimangono irrisolte la
carenza di impianti di raccolta e trattamento insieme al ricorso allo smaltimento in discarica,
con livelli poco soddisfacenti di differenziazione dei rifiuti e recupero delle risorse.
È quanto segnalato dallo studio svolto dal Servizio Stato Sociale, Politiche Fiscali e
Previdenziali, Immigrazione della Uil, diretto dal Segretario confederale Santo Biondo in merito
al carico fiscale della Tari sui contribuenti italiani dal 2020 ad oggi.
Le tariffe riportate sono riferite all’anno solare, distinte per utenze domestiche e si
compongono di una quota fissa e di una quota variabile. La quota fissa deve essere calcolata
moltiplicando la superficie dell’alloggio, sommata a quella delle relative pertinenze, per la
tariffa unitaria corrispondente al numero degli occupanti dell’utenza stessa. La quota
variabile, invece, è costituita da un valore assoluto, vale a dire da un importo rapportato al
numero degli occupanti che non va moltiplicato per i metri quadrati dell’utenza e va sommato
come tale alla parte fissa. Alla somma così ottenuta, occorre infine aggiungere il tributo
provinciale (TEFA), nella misura massima del 5%, corrisposto alla Provincia (o Città
Metropolitana) peri servizi che svolge perla protezione, tutela e igiene ambientale. Il campione
si riferisce ad un nucleo composto da 4 componenti con una abitazione di 80 mq. Nelle città
in cui è in vigore la tariffa puntuale (TARIP) si è fatto riferimento agli “svuotamenti minimi” e le
tariffe sono comprensive dell’IVA 10%. La TARI è comprensiva del tributo provinciale
ambientale (TEFA) e delle componenti perequative Arera. L’analisi si basa sui dati delle
delibere comunali sulle tariffe TARI (Dipartimento delle Finanze, 2025). Inoltre, ci teniamo a
sottolineare che alcuni comuni non rispettano i criteri di pubblicità e trasparenza nell’adozione
delle delibere sui tributi, rendendo difficile per i cittadini reperire i dati e le informazioni
necessarie per comprendere le decisioni che li riguardano.
“Una tassa concepita per coprire i costi di raccolta e smaltimento – ha commentato Biondo –
si è trasformata in un prelievo, sempre più gravoso, scollegato dal principio di equità fiscale e
dai livelli reali di servizio offerti. In particolare – ha continuato Biondo – le forti differenze
tariffarie tra territori sono il risultato di scelte politiche sbagliate e di un sistema di gestione dei
rifiuti frammentato e diseguale. Ad esempio, in molte aree, come il Mezzogiorno ma non solo,
la cronica carenza di impianti ditrattamento e riciclo costringe iComuni a trasferire irifiuti fuori
territorio, generando extracosti nelle bollette di famiglie e imprese. In questo contesto, il Pnrr
poteva essere un’occasione storica, ma lo stato di attuazione delle misure è ancora
disomogeneo e, in molti casi, preoccupantemente lento. In tali condizioni, nessuna riforma
tariffaria potrà produrre effettireali sulla riduzione della TARI. Anche strumenti potenzialmente equi come la TARIP, ispirata al principio chi inquina paga”, rischiano di trasformarsi solo in un
ulteriore aggravio per i cittadini. La tariffazione puntuale non può diventare un alibi per
trasferire sui cittadini le responsabilità di inefficienze strutturali che spettano alle
amministrazioni e ai gestori del servizio. Inoltre, l’estensione della raccolta differenziata e del
porta a porta, senza investimenti in impianti, mezzi, personale e organizzazione rischia, di
produrre disservizi, conflitti sociali e penalizzazioni economiche per i lavoratori del settore”.
“Occorrono politiche pubbliche di lungo periodo, investimenti strutturali e una governance
trasparente e partecipata. È necessario un monitoraggio costante sull’attuazione del Pnrr, che
coinvolga le parti sociali e consenta ai cittadini di verificare se e come le risorse investite
stanno producendo benefici concreti. La gestione dei rifiuti non può continuare ad essere
un’emergenza pagata soprattutto da chi ha meno e chiede, legittimamente – ha concluso
Biondo – bollette più eque, servizi migliori e un sistema ambientale davvero sostenibile e
giusto”.
I costi del 2025: le 10 città con i costi più alti
Nel 2025 – commenta Santo Biondo – il costo maggiore si registra a Pisa con 650 euro medi
l’anno a nucleo; a Brindisi si versano 529 euro; a Pistoia a 524 euro; Trapani a 521 euro; a
Genova 518 euro; a Barletta 517 euro; a Taranto 509 euro; a Agrigento 500 euro; a Napoli 499
euro e a Reggio Calabria 494 euro.
I costi del 2025: le 10 città con i costi più bassi
Si paga decisamente meno a La Spezia 180 euro l’anno a nucleo; a Novara e Belluno 204 euro;
a Fermo 205 euro; a Brescia 208 euro; a Cremona e Trento 217 euro; ad Ascoli Piceno 218
euro; a Vercelli 220 euro e a Pordenone 222 euro.
TARI ANNO 2025: I costi nelle CITTÀ METROPOLITANE
Nelle Città Metropolitane, la tassa sui rifiuti pesa per 518 euro all’anno a nucleo a Genova; a
Napoli per 499 euro; a Reggio Calabria per 494 euro; a Catania per 483 euro; a Bari per 435
euro; a Cagliari per 412 euro; a Venezia per 385 euro; a Palermo per 373 euro; a Torino per
365 euro; a Roma per 334 euro; a Firenze per 332 euro; a Messina per 315 euro; a Milano per
294 euro e a Bologna per 236 euro.
A Foggia è aumentata del 5,01 da 452 del 2024 a 475 del 2025.

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