PALLE INFUOCATE E CIELI SPEZZATI: RACCONTI, SCIENZA E MEMORIA DELLE METEORE IN TERRA DI CAPITANATA.
Tra il XVII e il XX secolo, il Gargano e la Capitanata sono stati teatro di eventi celesti improvvisi e sconvolgenti, fissati nelle cronache, nei registri parrocchiali e nella memoria collettiva. Dalla “palla molto grande infocata” osservata a Vieste nel 1669, con il suo fragore e la caduta in mare, al “Pianeta Focoso” che nel 1780 gettò San Marco in Lamis nel timore e nella preghiera, fino alla caduta di una “meteora” che nel 1910 danneggiò il tetto di una chiesa a Ischitella, emerge una continuità di fenomeni osservati e raccontati con linguaggi diversi.
Questo contributo ripercorre tali testimonianze intrecciandole con la storia della comprensione scientifica delle meteore, soffermandosi in particolare sulle osservazioni e sulle interpretazioni di Michelangelo Manicone, figura di confine tra spiegazione naturale ed esitazione teorica, in un’epoca in cui l’origine extraterrestre dei meteoriti non era ancora pienamente accettata. Tra cronaca, scienza nascente e memoria orale, prende forma il racconto di un cielo che, a più riprese, ha interrotto la sua apparente quiete sopra il nostro territorio.
Vi invitiamo a lasciarvi coinvolgere: ciò che segue è una narrazione fatta di cieli che si accendono all’improvviso, di comunità in allarme e di testimonianze sorprendenti, che raccontano un lato poco noto e affascinante della storia del nostro territorio.
Prima di entrare nelle testimonianze storiche, è utile chiarire che cosa siano questi “frammenti” cosmici. Le due grandi famiglie di corpi responsabili di tali fenomeni sono asteroidi e comete.
Un asteroide non è un semplice “sasso nello spazio”, ma un corpo che porta nella sua materia la storia della propria formazione. La maggior parte orbita nella fascia principale tra Marte e Giove; altri, i cosiddetti asteroidi vicini alla Terra, seguono orbite che possono incrociare quella terrestre, diventando potenziali sorgenti di meteoroidi e meteoriti. Non sono tutti uguali: differiscono per composizione, densità e comportamento all’ingresso atmosferico.
Gli asteroidi più numerosi sono quelli di tipo C, carbonacei, scuri e friabili, ricchi di composti carboniosi e silicati. Proprio questa natura li rende inclini a disgregarsi completamente in atmosfera. Più compatti sono gli asteroidi di tipo S, ricchi di silicati e con una significativa componente metallica, spesso compatibili con le meteoriti raccolte a terra. Esistono poi gli asteroidi di tipo M, in gran parte metallici, probabilmente residui dei nuclei di antichi corpi distrutti: sono i candidati ideali per spiegare le grandi meteoriti ferrose, dense e resistenti.
Le comete, invece, hanno un’origine diversa. Provengono da regioni lontane e fredde del Sistema solare e sono composte da ghiacci e polveri. Quando si avvicinano al Sole, i ghiacci sublimano, formando chiome e code luminose. Le loro orbite sono spesso molto eccentriche: alcune, le comete della famiglia di Giove, hanno periodi brevi; altre, come le Halley-type o quelle di lungo periodo, possono impiegare secoli o millenni per tornare. A ogni passaggio perdono materiale, lasciando lungo l’orbita correnti di detriti. Quando la Terra le attraversa, si accendono le piogge meteoriche: fenomeni rapidi e spettacolari, ma quasi sempre “puliti”, perché i granelli cometari sono piccoli e fragili e si consumano completamente.
Da asteroidi e comete si staccano frammenti: nello spazio sono meteoroidi; quando entrano in atmosfera producono meteore; se sono particolarmente brillanti diventano bolidi; se una parte sopravvive e arriva al suolo, è un meteorite. I meteoroidi entrano in atmosfera con velocità che vanno da circa 11 a 72 km/s. Una forbice enorme, che per secoli ha reso difficile ricondurre tutte le “luci nel cielo” a un’unica spiegazione.
È in questo contesto che si colloca la figura di Michelangelo Manicone, religioso, naturalista e attento osservatore del territorio garganico, autore di pagine che rappresentano uno dei tentativi più seri di interpretare in chiave naturale le “meteore ignee” osservate nel promontorio. Manicone scrive in un’epoca di passaggio: l’eco delle teorie di Chladni comincia a circolare in Europa, ma non ha ancora scardinato del tutto l’impostazione atmosferica tradizionale.
Nel 1794 Ernst Chladni propone con decisione l’origine extraterrestre di molte cadute documentate e di masse metalliche note, aprendo una frattura nel pensiero dell’epoca. Ma la frattura non si chiude subito: l’idea incontra scetticismo perché contraddice il quadro aristotelico-meteorologico ancora vivo.
Ma torniamo a Manicone.
Nel suo scritto dedicato alle meteore ignee relativamente al Gargano, Manicone definisce i bolidi come «globi di fuoco ardente che rapidamente si muovono nell’aria», sottolineando come essi lascino dietro di sé «una lunga coda luminosa ed un fumo molto copioso». Non è una descrizione vaga o simbolica: è una sequenza di caratteristiche fisiche, luminosità intensa, moto rapido, scia persistente, che ancora oggi utilizzeremmo per riconoscere un grande bolide. E Manicone aggiunge un dettaglio tutt’altro che secondario: questi fenomeni, scrive, «non sono rari nel Gargano», indicando luoghi precisi, le campagne di Vico, il tenimento di Rodi, la contrada Canneto, dove sarebbero stati osservati più volte.
È a questo punto che Manicone richiama esplicitamente l’episodio di Vieste del 1669, inserendolo in una continuità di osservazioni e non come un evento isolato o miracoloso.
Ecco una descrizione dell’evento presa dalla “Cronica e memorie di Vieste dall’anno 1664 all’anno 1700”, di G. Pisani:
«Addi 4 settembre dell’anno 1669, essendo un giorno molto sereno, se vide circa l’hore quindici da molte persone, che stavano nella campagna, una palla molto grande infocata, venendo dalla parte del bosco; discese per drittura di sopra la costella et andava grandemente vociferando per l’aria, di maniera tale che molti alla vista ne cascarono in terra quasi morti; et ultimamente andò a cascare in mare, dove fece tre colpi a modo di cannonata, apri in giro di mezza luna , facendo una gran fomata et spari alla vista. Fu segno molto evidente detta mezza luna, all’infortunio che di breve soprastava al cristianesimo…».
La “palla infocata” caduta in mare, con il suo fragore e la nube di vapore, diventa per lui un caso emblematico di bolide, e non un segno soprannaturale. Tuttavia, quando passa a discuterne l’origine, la spiegazione prende una strada che oggi sappiamo essere incompleta: Manicone propende per una genesi atmosferica, legata a gas infiammabili, in particolare l’idrogeno, e al cosiddetto “fluido elettrico”.
Secondo questa impostazione, il bolide nascerebbe dall’accensione improvvisa di esalazioni leggere presenti negli strati alti dell’atmosfera, innescate da scariche elettriche. In alcuni passaggi, Manicone arriva a immaginare una sorta di struttura composta: una scintilla elettrica come nucleo, circondata da un involucro di gas infiammabile che brucia e si consuma nel movimento. È una costruzione teorica che riflette perfettamente la scienza del suo tempo: l’elettricità era diventata la chiave esplicativa privilegiata per fenomeni rapidi, luminosi e violenti, dai fulmini alle aurore.
Eppure, proprio la testimonianza di Vieste del 1669, che Manicone stesso considera, mostra alcune difficoltà a essere spiegata interamente come fenomeno elettrico.
La prima riguarda il moto: la cronaca parla di un corpo che “discese per drittura”, seguendo una traiettoria ben definita, non di un’illuminazione diffusa o di una scarica irregolare. La seconda riguarda il fragore: i “tre colpi a modo di cannonata” richiamano più una frammentazione successiva che una singola scarica elettrica. La terza riguarda l’esito finale: la caduta in mare, con una grande colonna di vapore che “sparì alla vista”, è coerente con l’impatto o l’esplosione terminale di un corpo solido ad alta velocità, molto meno con un fenomeno puramente atmosferico.
Anche la durata implicita dell’evento, abbastanza lunga da essere osservata da molte persone, da generare panico e da essere descritta nei dettagli, si accorda meglio con il passaggio di un grande bolide che con un lampo elettrico, per quanto intenso. I fulmini, per quanto spettacolari, sono brevissimi; i bolidi, invece, possono attraversare porzioni significative di cielo, lasciando una memoria visiva forte e condivisa.
Se la testimonianza di Vieste del 1669 colpisce per la forza fisica dell’evento, la luce, il fragore, la caduta in mare, quella di San Marco in Lamis, datata 19 gennaio 1780, è altrettanto preziosa perché sposta l’attenzione dalla cosa vista alla reazione della comunità. Qui la lente non è più puntata soltanto sul cielo, ma su ciò che accade a terra quando il cielo sembra violare il suo ordine consueto.
La scena è notturna, “a tre ore dalla notte”, un dettaglio che amplifica l’impatto percettivo dell’evento: nel buio, ogni luce improvvisa acquista una presenza quasi materiale. L’oggetto viene descritto come una “Pianeta Focoso” che “si posa sulla terra”, un’espressione significativa non tanto per ciò che dice dell’oggetto in sé, quanto per il modo in cui viene percepito. In assenza di un linguaggio tecnico, l’apparente abbassarsi della luce verso l’orizzonte viene tradotto come una discesa, quasi un contatto con il suolo.
«Qui comparve a 3 ore dalla notte, una Pianeta Focoso, che si posa sulla terra tutta in grandissimo timore e tremore, che tutti cercavano Confessione, talmenteché si fermarono tutte le campane di questa terra e se ne uscirono tutti. La gente fuori, gridavano pietà, e misericordia e confessione…»
La trascrizione, attribuita all’archivio parrocchiale della Collegiata di San Marco in Lamis e firmata da Leonardo Antonio Arciprete De Carolis, non indugia in descrizioni tecniche. Non parla di traiettorie, né di colore, né di durata. E proprio per questo è eloquente: ciò che conta non è l’oggetto, ma l’effetto. Le campane che cessano di suonare, la folla che esce dalle case, la confessione cercata in massa sono il segno di un evento percepito come radicalmente anomalo, capace di sospendere la vita ordinaria e di attivare immediatamente il registro religioso e penitenziale.
Rispetto a Vieste, qui non troviamo l’elaborazione simbolica “a posteriori”, la mezza luna come presagio politico, ma una reazione istintiva, quasi immediata, che rimanda a un immaginario apocalittico: il cielo che si abbassa, il fuoco che appare nella notte, il timore che “si posa” sull’intera comunità. È lo stesso meccanismo che, nei secoli, ha accompagnato eclissi, terremoti e altri fenomeni naturali improvvisi: l’evento viene vissuto come messaggio, come avvertimento, prima ancora che come fatto naturale.
Eppure, anche questa testimonianza, se letta alla luce delle osservazioni di Manicone e delle conoscenze attuali, presenta elementi difficili da ricondurre a un semplice fenomeno elettrico o atmosferico. La durata sufficiente a coinvolgere l’intero abitato, la percezione di una luce “che scende”, l’assenza di riferimenti a temporali o condizioni meteorologiche avverse, suggeriscono un evento luminoso di grande intensità e visibilità, compatibile con il passaggio di un grande bolide. Ancora una volta, ciò che manca non è l’evento, ma il vocabolario per descriverlo.
Un’ulteriore testimonianza, meno spettacolare ma forse proprio per questo ancora più significativa, proviene dal registro delle deliberazioni e dei mandati di pagamento dell’anno 1911 conservato presso l’Archivio della Confraternita dell’Orazione e Morte della chiesa di Ischitella. In questo documento si fa riferimento a lavori di riparazione del tetto della chiesa del Purgatorio resisi necessari a seguito della caduta di una “meteora” avvenuta l’anno precedente, nel 1910.
Il valore di questa nota non sta nella descrizione del fenomeno, che qui è del tutto assente, ma nella sua normalizzazione burocratica. Non si parla di prodigi, né di segni, né di paure collettive; non si invocano interpretazioni simboliche o religiose. La meteora è registrata come causa materiale di un danno, alla stregua di un evento accidentale che ha prodotto una conseguenza concreta: un tetto da riparare, una spesa da autorizzare, un pagamento da effettuare.
Questo cambio di tono è rivelatore. All’inizio del Novecento l’idea che un corpo potesse cadere dal cielo non è più un tabù concettuale, né un problema teologico o filosofico. Il termine “meteora”, pur mantenendo una certa ambiguità linguistica, viene utilizzato senza esitazioni per indicare un evento reale e fisicamente efficace. Nessuno sente il bisogno di spiegare che cosa fosse quella meteora: il documento dà per scontato che la caduta di un oggetto dal cielo sia un’eventualità plausibile, degna di essere semplicemente registrata.
A completare il quadro resta la memoria orale. Interrogando anziani del paese, sono emerse più volte descrizioni simili: palle infuocate, luci improvvise, eventi ricordati da persone diverse nello stesso periodo dell’anno. Non sono prove in senso stretto, ma mostrano una persistenza di immagini e parole che attraversa generazioni.E allora la domanda finale non può che tornare a noi, a chi oggi vive questi luoghi e ne custodisce, spesso senza saperlo, la memoria.
Siete mai stati testimoni di fenomeni simili? Avete mai visto luci insolite nel cielo, bagliori improvvisi, scie luminose accompagnate da un rumore secco o da un silenzio innaturale subito dopo? Avete mai ascoltato i racconti dei vostri nonni o dei più anziani del paese parlare di “palle infuocate”, di cieli che si accendevano all’improvviso, di notti rimaste impresse nella memoria senza una spiegazione precisa?
E ancora: conoscete altre testimonianze storiche, scritte o tramandate oralmente, che riguardino il Gargano e la Capitanata? Appunti, cronache locali, diari, registri parrocchiali, o semplici racconti familiari che parlano di eventi simili a quelli qui richiamati?
Si ringrazia Gianluca Giambattista per aver condiviso con noi preziose informazioni sull’evento d’Ischitella.
Fotografie: A. Grana, immagini Ai, NASA, Google Earth.
Fonti:
– “Fisica appula”, M. Manicone.
– “Über den Ursprung der von Pallas gefundenen und anderer ihr ähnlicher Eisenmassen”, E. F. F. Chladni (1794).
– Archivio della Confraternita dell’Orazione e Morte – Chiesa del Purgatorio, Ischitella. Registro delle deliberazioni e dei mandati di pagamento, anno 1911.
– NASA – Solar System Exploration
– ESA – European Space Agency
– American Meteor Society (AMS)
– “Sulle stelle cadenti, bolidi, aeroliti-meteoriti. Lettere al chiarissimo professore P. Angelo Secchi, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Roma”, N. Carnevale (1869)

Il primo documento che parla di Ze Pèppe. E’ probabilmente di un anonimo sipontino del 1321
Ze Peppè Carnevèle, la maschera tipica del Carnevale