Ottocento anni fa, su una tavola di Siponto
Immagino una donna vicino ad una finestra. Fuori c’è il mare.
È la Siponto della prima metà del XIII secolo, una città ancora viva, fatta di case, botteghe, strade, voci. E soprattutto di un porto nel quale arrivano e ripartono uomini e merci. Quel mare che oggi guardiamo dalla nostra costa, allora una strada verso altri popoli, altre lingue, altre storie.
La donna potrebbe essere la moglie di un mercante, la figlia di un artigiano o semplicemente una delle tante donne delle quali la Storia non ci ha consegnato il nome. La immagino mentre prepara la tavola: pane, olive, legumi, formaggio. Qualcuno sta tornando dal porto, forse dei bambini aspettano di mangiare.
Poi prende da una mensola quella ciotola.
Forse è uno degli oggetti più belli della casa. Potrebbe essere stata acquistata al mercato, arrivata da lontano insieme alle merci sbarcate nel porto o essere stata realizzata più vicino. Non possiamo saperlo. Sappiamo però che sul fondo qualcuno aveva dipinto un grande felino, forse una pantera o un leone, con colori che ancora oggi, dopo otto secoli, riusciamo incredibilmente a distinguere.
Mi piace immaginare che un bambino, seduto a quella tavola, aspettasse di vedere comparire l’animale man mano che il cibo nella ciotola finiva.
Poi, un giorno, qualcosa accade. Una mano la urta, la ciotola cade, la ceramica si rompe sul pavimento. I pezzi vengono forse raccolti, ma un frammento resta. La terra lo copre e intanto tutto intorno cambia. Siponto viene progressivamente abbandonata, nasce la nuova città voluta da re Manfredi, scompaiono quelle case, quelle voci, quella tavola.
Il frammento, invece, rimane lì. Fino a pochi giorni fa.
È riemerso dalla terra durante la nuova campagna di scavi condotta dalle Università di Bari Aldo Moro e di Foggia, proprio nelle stratigrafie medievali del quartiere portuale dell’antica Siponto. Una ciotola di ceramica invetriata della prima metà del XIII secolo, con quella straordinaria raffigurazione che sembra quasi essersi fatta trovare per raccontarci qualcosa.
Come Comune, vogliamo continuare a sostenere e rafforzare la collaborazione con la Soprintendenza, l’Università di Bari e l’Università di Foggia, perché Siponto possa continuare a restituirci frammenti, volti, storie e memoria. Perché ogni reperto che torna alla luce non racconta soltanto il passato di una città antica. Racconta la nostra storia.
Naturalmente la donna, la casa, il bambino e quella tavola appartengono soltanto alla mia immaginazione. Ma è proprio questo che emoziona dell’archeologia: dietro un reperto ci sono state davvero delle vite. Qualcuno quella ciotola l’ha scelta, l’ha portata in casa, l’ha riempita di cibo e, ottocento anni fa, l’ha davvero tenuta tra le mani.
E qualche giorno fa altre mani hanno raccolto quella ciotola. In mezzo ci sono otto secoli.
È forse questo il piccolo miracolo che continua ad accadere a Siponto: la terra si apre e, per un istante, quella distanza enorme scompare.
E chi ha vissuto qui torna a raccontarci la sua storia. La nostra storia.
Maria Teresa Valente

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