Quando il mio bimbo torna dall’asilo, dando un’occhiata al suo grembiulino riesco ad indovinare al volo cos’ha mangiato per primo, come secondo ed anche se ha gradito il contorno. E seppure come mamma mi tocca fare la brontolona per i panni da lavare continuamente, non posso non pensare a quando non esisteva la (santa) lavatrice. Eh già! Perché seppure oggi ne serbiamo un ricordo vago, fino a non molto tempo fa i panni si lavavano tutti a mano, con olio di gomito e struculatüre (asse di legno per ‘stropicciare’ i panni).
A Manfredonia fino ai primi del Novecento le ‘popolane’ si recavano in spiaggia, dove sgorgavano le sorgenti. Sembra quasi di vederle le nostre nonne: una volta arrivate in riva al mare, si inginocchiavano su qualche scoglio più levigato ed iniziavano l’ammollo e poi, chine per ore, procedevano con l’insaponatura e lo sfregamento sulla pietra o tra le nocche delle dita per mandar via le macchie più resistenti. E poi, eccole a sbattere e risciacquare i panni e, dopo tanto sfregare, finalmente li stendevano al sole del Golfo.
“Chiànghere de lavannére, rutjille de marenére” (Pietre di lavandaia, raggruppamento di pescatori; ovvero, dove ci sono gruppi di donne, è inevitabile che attorni vi ronzino i maschi). In questo antico detto sipontino riferito da Antonio Racioppa, ci si riferisce alle lavandaie che sbattono i loro panni sulle lastre di pietra naturale alle sorgenti di acqua salmastra del Mandracchio (largo Diomede) o di San Pietro (dietro l’ex Liceo Classico, ora Istituto Alberghiero).
Poi, nel 1920, una rivoluzione per le donne dell’epoca: l’arrivo anche a Manfredonia dei lavatoi pubblici. L’annuncio fu dato esattamente un secolo fa, nel febbraio del 1920, quando il Consiglio Comunale deliberò l’esecuzione di ‘importantissime opere pubbliche’, tra le quali “il risanamento della strada e della spiaggia di Largo Diomede con la costruzione di pubblici lavatoi”. La notizia era talmente importante che finì persino sui giornali.
Finalmente le sipontine potevano lavare i panni in costruzioni coperte, dotate di capienti e ampie vasche, e soprattutto potevano stare in piedi, stancandosi (un po’) meno. Al primo lavatoio di Largo Diomede, seguirono quelli di Largo Turbine (oggi piazza Salvo d’Acquisto) e Largo dei Baroni Cessa. I lavatoi diventarono col tempo veri e propri luoghi di incontro, uno dei pochi luoghi di aggregazione femminile agli inizi del Novecento, dove si poteva canticchiare e chiacchierare, scambiarsi ricette, consigli e pettegolezzi, condividere gioie e disgrazie, scoprire tradimenti e litigare anche in modo talmente violento da far accorrere le guardie.
Oggi i lavatoi pubblici di Manfredonia non esistono più, sostituiti da parcheggi, piazze ed aiuole. Le donne, ma anche gli uomini, per fare il bucato utilizzano la lavatrice. Con l’avvento dei social, però, ci penserei due volte nel concludere dicendo che i panni sporchi non si lavano più in pubblico…
Maria Teresa Valente

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