Manfredonia, Comparto D32, Riccardi: “Il Comune se ne sbatte del rispetto delle norme”

Manfredonia, Comparto D32, Riccardi: “Il Comune se ne sbatte del rispetto delle norme”

Finita l’orgia della solidarietà e dell’ipocrisia, torniamo alle questioni che dovrebbero suscitare l’interessi di tutti. La vicenda del comparto D32, zona artigianale e commerciale D4E del PRG di Manfredonia, non è una questione tecnica. È una fotografia impietosa del modo in cui il potere amministrativo può piegare l’urbanistica, e non è il solo, trasformare un’area artigianale in una potenziale rendita residenziale e poi rifugiarsi dietro il silenzio, le competenze incrociate, le note protocollate e la solita, comoda, eterna nebbia burocratica.

Tutto nasce nel 2019, in piena gestione commissariale. Il Commissario straordinario Vittorio Piscitelli, con i poteri del Consiglio comunale, adotta la deliberazione n. 24 del 16 ottobre 2019: un atto che consente il cambio di destinazione d’uso nell’insula ex D32, da attività artigianale o attrezzature per il commercio verso residenza, commerciale e terziario.

Il punto esplosivo è scritto dentro la stessa delibera. La zona D32 viene descritta come area destinata a laboratori artigianali, botteghe, depositi, attrezzature per il commercio e distribuzione. La residenza, nelle previsioni urbanistiche, non era una libera funzione abitativa: era ammessa solo come abitazione del proprietario della bottega, con vincolo indissolubile con la bottega stessa, una unità per lotto minimo di 500 mq e dimensione massima di 95 mq. Nelle prescrizioni particolari compare persino il divieto di realizzare abitazioni e impianti nocivi.

Eppure, proprio su quell’impianto, il Commissario Piscitelli costruisce l’atto che apre al cambio d’uso. Il risultato è un cortocircuito amministrativo: una zona produttivo-artigianale viene trattata come se fosse una zona mista; una residenza accessoria viene spinta verso una residenza autonoma; un vincolo indissolubile viene sostanzialmente reso cancellabile dopo l’accoglimento dell’istanza.

Non solo. La delibera stabiliva un limite temporale netto: le istanze dovevano pervenire entro il termine massimo di tre anni dalla pubblicazione del provvedimento. Un assurdo clamoroso, una finestra temporale per un provvedimento palesemente illegittimo. Eppure, dopo i rilievi, le denunce, le segnalazioni e le note regionali, la scelta politica e amministrativa non è stata quella di revocare l’atto, ma quella più ambigua: non dargli seguito in modo trasparente, non cancellarlo, lasciarlo sedimentare, conservarne gli effetti e continuare a muoversi sul crinale.

La Regione Puglia non ha mai potuto dire di non sapere. Già il 7 ottobre 2021 la Sezione Urbanistica regionale, investita della segnalazione sul Permesso di Costruire n. 24/2021 relativo ai lotti 174 e 175, ricordava che la delibera commissariale n. 24/2019 era stata oggetto di rilievi ostativi con note regionali del 13 dicembre 2019 e del 22 luglio 2020. La stessa nota veniva trasmessa anche alla Provincia di Foggia.

Nel 2023, dopo l’audizione e le sollecitazioni in V Commissione del Consiglio regionale, la Regione tornava sulla vicenda e invitava il Comune di Manfredonia a comunicare l’attività svolta in ordine alle proprie competenze e responsabilità, ribadendo integralmente i contenuti della nota del 2021. Nel 2026, davanti a una nuova istanza formale del sottoscritto, di intervento sostitutivo e denuncia di lottizzazione abusiva, la Regione ha nuovamente invitato Comune e Provincia ad adottare “senza ulteriori indugi” gli eventuali provvedimenti necessari al rispetto del quadro normativo e pianificatorio vigente.

Tradotto: la Regione richiama i rilievi ostativi, richiama le competenze comunali, richiama la Provincia, richiama gli atti precedenti, ma intanto il comparto va avanti. È la burocrazia del Ponzio Pilato: tutti sanno, tutti scrivono, tutti protocollano, ma nessuno ferma davvero la macchina degli abusi.

E la macchina, secondo gli atti prodotti, non si è fermata. All’Albo Pretorio, solo a seguito di una formale diffida presentata da chi scrive, viene resa visibile una sequenza di permessi di costruire riferiti al comparto.

Altro che episodio isolato. Qui si parla di una sequenza di titoli edilizi, di cambi d’uso, di una trasformazione urbanistica progressiva e sostanziale. Una zona produttivo-artigianale viene riscritta nei fatti, titolo dopo titolo, pratica dopo pratica, senza passare da una vera variante urbanistica, senza un disegno pubblico, senza un confronto politico limpido.

La questione non è solo urbanistica. È anche sanitaria, ambientale, sociale. Nelle denunce integrative depositate si richiama la disciplina sull’inquinamento acustico e si evidenzia che l’area nasce come artigianale, non come residenziale. La residenza ammessa era quella strettamente collegata alla bottega, non un insediamento abitativo autonomo. Secondo quella ricostruzione, il Comune non avrebbe potuto ammettere il cambio d’uso senza prima verificare la compatibilità acustica e funzionale dell’area, anche alla luce del piano comunale di zonizzazione acustica. E una verifica del genere non può essere sostituita da una ridicola autocertificazione, né da una dichiarazione liberatoria con cui il privato prende atto della presenza di attività produttive e solleva il Comune da eventuali responsabilità future.

Il passaggio più grave, però, è politico. Perché tra i primissimi beneficiari del meccanismo viene indicato l’attuale consigliere comunale Massimiliano Ritucci.

Ritucci è politicamente legato a Antonio Tasso suo candidato Sindaco, del quale viene considerato da tempo amico fedele e riferimento nell’area civica. Tasso, all’epoca della delibera commissariale del 2019, era deputato della Repubblica nella XVIII legislatura; il sito della Camera indica la sua proclamazione nel 2018 e la cessazione dal mandato parlamentare il 12 ottobre 2022. Ed è notoria, nel dibattito politico cittadino, la sua vicinanza all’allora Commissario Piscitelli.

È qui che la vicenda cambia natura. Non siamo più davanti soltanto a un atto urbanistico contestato. Siamo davanti a un provvedimento commissariale ritenuto illegittimo nelle ricostruzioni e nei rilievi richiamati, capace di generare benefici patrimoniali privati, e dentro il quale compaiono nomi, relazioni, amicizie politiche, ruoli istituzionali e successive condotte amministrative che meritano di essere lette insieme.

Poi arriva l’amministrazione La Marca, quella della legalità esibita come stendardo. Con “sua maestà la legalità” al governo della città, ci si sarebbe aspettati un atto netto: revoca, sospensione, riesame, trasmissione integrale degli atti, chiarimento pubblico. Invece no. Invece nulla di tutto questo, si riprendono vecchie istanze lasciate morire in qualche cassetto e si procede in massa al rilascio dei nuovi permessi di costruire.

I ben informati sostengono che Ritucci è particolarmente attivo sul tema nella chat dei residenti della zona commerciale-artigianale D32. Un attivismo che, secondo le stesse voci, avrebbe trovato ascolto nell’assessore Mansueto in quota a Molo 21, delegato alla Rigenerazione e Pianificazione urbana. E sempre le voci politiche cittadine raccontano di un possibile ritorno in termini di sostegno alle provinciali per Nicola Mangano candidato nella lista del Presidente della Provincia in quota a molo 21, indicato tra i candidati manfredoniani al rinnovo del Consiglio provinciale di Foggia.

Sono voci, certo. Ma in una vicenda in cui gli atti già raccontano rilievi regionali, permessi seriali, termini temporali superati, mancata revoca e benefici privati, le voci non possono essere liquidate come pettegolezzo. Diventano contesto politico. E il contesto, nell’urbanistica, spesso spiega più delle delibere.

C’è poi un silenzio che pesa più degli altri: quello di Maria Teresa Valente. Nel 2021 la nota regionale era indirizzata anche a lei, quale riferimento del Comitato civico “CON Manfredonia”, in relazione all’esposto del 2 ottobre 2021 sul Permesso di Costruire n. 24/2021. Valente, in quegli anni, risultava consigliera comunale di CON Manfredonia; oggi è assessora della Giunta La Marca con delega anche alla Cultura.

E allora il nodo politico è feroce: quelle battaglie erano vere battaglie di legalità o erano solo armi contro l’ex sindaco Rotice? Le denunce, gli esposti, erano frutto di una reale convinzione sulla illegittimità del meccanismo D32, oppure erano strumenti per demolire l’amministrazione precedente e ambire al potere?

Se erano battaglie fondate, oggi Valente non può tacere, ne deve trarre le necessarie conseguenze. Se erano battaglie strumentali, allora il problema è ancora più grave: la legalità sarebbe stata usata come clava politica, non come principio amministrativo.

La Regione continua a scrivere che ci sono rilievi, chiarimenti, competenze, responsabilità comunali e provinciali. Il Comune guidato da chi brandisce la legalità procede, nei fatti, in direzione opposta. E intanto le denunce si accumulano, gli esposti si ripetono, le note si incrociano, ma nulla sembra muoversi davvero. Qui il tema delle coperture politiche e amministrative non è una fantasia: è la conseguenza logica di una vicenda che resiste a tutto, anche agli atti.

È imbarazzante vedere cittadini che hanno chiesto condoni nel rispetto delle procedure e che, dopo quarant’anni, attendono ancora una definizione, mentre nel comparto D32 tutto sembra scorrere con una rapidità da record. Per alcuni cittadini la legge è una montagna insuperabile; per altri sembra diventare una strada asfaltata, illuminata e con precedenza.

La vicenda D32 è questo: una delibera commissariale che forza la natura di un’area artigianale; una Regione che segnala ma non travolge; un Comune che non revoca e continua; benefici privati che si intrecciano con ruoli pubblici; consiglieri, assessori, chat, provinciali, amicizie politiche e silenzi di convenienza.

La legalità, a Manfredonia, non può essere un’insegna da campagna elettorale. O è criterio degli atti, o è propaganda. E sul D32, finora, gli atti raccontano una cosa sola: quando la legalità disturba il potere, il potere la mette in attesa.

E qui torna il paragone più feroce: i condoni.

A Manfredonia ci sono cittadini che hanno seguito la strada prevista dalla legge, hanno presentato domande di condono, hanno atteso, sollecitato, pagato, integrato documenti, e dopo quarant’anni aspettano ancora una risposta definitiva. Per loro lo Stato è lento, severo, impenetrabile. Per il comparto D32, invece, gli atti raccontano un’altra storia: permessi del 2021, permessi del 2022, permessi del 2025, fino a dicembre 2025, mentre la Regione continuava a richiamare rilievi e competenze e mentre veniva denunciata una possibile lottizzazione abusiva.

Questa è la frattura morale della vicenda. Non solo l’eventuale illegittimità urbanistica. Non solo la mancata revoca. Non solo il rimpallo Regione-Comune-Provincia. Ma la doppia velocità amministrativa: lenta, estenuante, quasi punitiva per il cittadino comune; sorprendentemente efficace quando si tratta di trasformare destinazioni d’uso in una zona contestata e politicamente sensibile.

La Regione continua a scrivere. Il Comune continua a non revocare. La Provincia resta sullo sfondo. Le denunce si accumulano. La questione della lottizzazione abusiva viene posta formalmente. Eppure, nulla sembra muoversi con la stessa rapidità con cui si sono mossi i permessi.

Il contesto è ancora più grave se si considera che in altre situazioni, gli interessati invece di ricevere come regalo il cambio di destinazione d’uso sono finiti giustamente sotto processo per il reato previsto e punito dall’art. 44, lett. B) D.P.R. 380/2001 perché, in qualità di proprietario in assenza del permesso di costruire, effettuavano un mutamento di destinazione d’uso, da uso ufficio a uso abitativo, in particolare realizzando a tutti gli effetti modificazione urbanisticamente rilevanti.

È a questo punto che il tema delle coperture politiche e amministrative smette di essere una suggestione. Diventa una domanda che nasce dagli atti. Come può una vicenda segnata da rilievi regionali dal 2019, da note del 2021 e del 2023, da una denuncia di lottizzazione abusiva nel 2026 e da una successiva istanza di riesame restare ancora senza un atto conclusivo forte? Chi ha interesse a tenere in vita quella delibera commissariale? Chi ha beneficiato? Chi ha firmato? Chi ha sollecitato? Chi ha taciuto?

La legalità non può essere uno slogan elettorale. Non può essere il vessillo da sventolare contro gli avversari e il telo con cui coprire gli amici. Non può essere severa con i condoni dei cittadini comuni e indulgente con la trasformazione di un comparto produttivo in rendita residenziale.

Il D32 è diventato il simbolo di una città in cui la legge sembra avere due tempi: quarant’anni per alcuni, pochi mesi per altri.

E quando la legalità funziona così, non è più legalità. E’ potere.

Angelo Riccardi

Iscritto Ordine Pubblicisti n. 145000

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