Lupi e cani randagi nel Gargano e nella Capitanata dell’Ottocento: paure, ansie e specchi della società umana

LUPI E CANI RANDAGI NEL GARGANO E NELLA CAPITANATA DELL’OTTOCENTO: PAURE, ANSIE E SPECCHI DELLA SOCIETÀ UMANA.

“Fra tutte le specie della fauna italiana, il lupo è una delle più affascinanti: ha ‘visto nascere’ la città di Roma, ha una ‘vita’ avventurosa che si svolge prevalentemente all’agguato nei boschi e nelle praterie, è intelligente nella caccia alle prede, è esteticamente perfetto, è stato amato da San Francesco d’Assisi, è stato perseguitato in tutti i modi, negli anni ‘60 era giunto all’orlo dell’estinzione, negli anni ‘80 si è ripreso a seguito dei provvedimenti di tutela, oggi è arrivato nuovamente sulle Alpi dove mancava da oltre 100 anni…”

Così scrive il dott. Corradino Guacci, naturalista e storico molisano, che ha dedicato al lupo dell’Appennino (Canis lupus italicus Altobello, 1921) un bellissimo libro che ha per titolo “La Transumanza. Uomini e lupi nella Capitanata del XIX secolo”.

Nel Gargano e appunto in Capitanata, in generale, il lupo ha rappresentato un simbolo che andava ben oltre il ruolo biologico all’interno del suo habitat naturale.

E non soltanto il lupo, ma anche il cane randagio: erano entrambi specchi di una certa società umana del tempo. Vediamoli brevemente nel dettaglio.

Nella Capitanata dell’Ottocento, soprattutto, il lupo non era soltanto un animale che condivideva lo stesso spazio degli uomini. Era una ‘presenza’. Un’ombra che scendeva dai boschi del Gargano, che attraversava il Tavoliere di notte, che entrava nel racconto quotidiano dei pastori prima ancora che nei registri dell’Intendenza. Il lupo viveva nell’immaginario collettivo come incarnazione di una minaccia primordiale: fame, distruzione, perdita. Non era solo il predatore degli armenti, ma il simbolo di un ordine naturale che l’uomo cercava di domare con leggi, premi in denaro e rituali amministrativi.

Uccidere un lupo non era un gesto ‘neutro’ senza significato. Era un atto pubblico, certificato, verificato, misurato in ducati e in ‘orecchie mozzate’. La violenza diventava una regolare procedura, la paura esorcizzata da un tariffario. Cinque ducati per un maschio, sei per una femmina, otto se gravida: persino la capacità di generare vita diventava motivo di condanna. In questo meccanismo si intravedeva una verità scomoda: il lupo non era solo temuto, era quasi necessario. Serviva a dare forma al nemico, a giustificare la mobilitazione collettiva, a tenere unita una comunità che viveva sul fragile equilibrio tra pascolo e carestia.

Ma il lupo non scompariva mai del tutto. Nonostante le battute, i lupari forestieri, le spese comunali, esso tornava. Tornava sempre. Come se incarnasse qualcosa che non poteva essere eliminato: l’insicurezza strutturale di una terra di confine, il timore di perdere ciò che si possedeva a fatica.

Diversa, ma altrettanto inquietante, era la figura del cane randagio. Se il lupo veniva dal ‘fuori’, dai boschi e dalle montagne, il cane randagio nasceva dentro la città. Era il prodotto dell’uomo stesso: abbandono, incuria, povertà. Non incarnava la ferocia selvatica, ma la degenerazione dell’ordine urbano. Il suo pericolo non era simbolico, ma sanitario. L’idrofobia (la rabbia) faceva paura perché trasformava l’animale familiare in qualcosa di imprevedibile, folle, aggressivo. Non era neanche come un lupo, ma nemmeno più cane.

E così Foggia si riempiva di ordinanze, collari obbligatori, abbattimenti notturni. “Ci sono più cani che uomini”, scriveva un commissario di polizia. Una frase che vale più di una statistica: ci racconta di sovraffollamento, marginalità, fragilità sociale. I cani randagi diventavano il riflesso di una città che non riusciva a contenere se stessa. Non erano nemici esterni, ma specchi scomodi di una società che faticava a gestire se stessa.

Colpisce una cosa, leggendo le vecchie carte degli archivi: per il lupo si pagava bene, per il cane quasi nulla. Cinque ducati potevano cambiare la vita di un uomo; cinque grana no. La gerarchia della paura passava anche dal valore economico della morte. Il lupo meritava una ricompensa, il cane solo una rimozione rapida e silenziosa. Eppure entrambi occupavano lo stesso spazio emotivo: quello dell’ansia collettiva.

In fondo, lupi e cani randagi raccontano la stessa storia. Parlano del confine sottile tra ordine e caos, tra natura e civiltà, tra ciò che è accettabile e ciò che va eliminato. Raccontano una Capitanata ottocentesca che si difendeva come poteva, usando la legge come clava simbolica e l’animale come capro espiatorio.

E allora viene spontaneo chiedersi: quanto di quel lupo vive ancora nelle nostre paure? E quanti cani randagi, oggi, hanno semplicemente cambiato forma?

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Fonti: “LUPI E CANI RANDAGI A FOGGIA NELL’OTTOCENTO BORBONICO”, di Giuseppe Pio Cascavilla, 2014.

Per approfondire: “La Transumanza. Uomini e lupi nella Capitanata del XIX secolo”, di Corradino Guacci.

Sul simbolismo del lupo, qui di seguito un nostro post: https://www.facebook.com/share/1GDbEHMRmS/?mibextid=wwXIfr

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