L’Elogio dell’Assenza: il mezzo busto fantasma di Antonio Manganaro

L’Elogio dell’Assenza: il mezzo busto fantasma di Antonio Manganaro

Se esiste un luogo sulla terra in cui il tempo cronologico abdica formalmente per cedere il passo alla sacralità dell’attesa messianica, quel luogo è indubbiamente il decurionato della civitas sipontina.


Un autentico tempio burocratico in cui la pianificazione strategica non si misura in banali mesi, e nemmeno in anni solari, bensì in intere ere geologiche. Il genere umano diventa un essere ameno: Homo Sapiens heri, Homo Politicus hodie, dotato di sordità telefonica selettiva.


È esattamente in questa cornice di totale, rassicurante e marmoreo immobilismo, che si consuma uno dei più grandi e raffinati paradossi della storia cittadina: l’assoluto, rumoroso e persistente silenzio attorno alla figura monumentale di Antonio Manganaro.
Nato nel 1842 nel cuore pulsante dell’antica via San Lorenzo, il nostro illustre concittadino Manganaro non era un uomo incline alle mezze misure o ai compromessi di comodo. Pittore di eccellente scuola, fervente patriota garibaldino ed esule politico, egli fu soprattutto un disegnatore satirico e caricaturista dal tratto grafico intriso di puro vetriolo. Trasferitosi a Napoli, divenne una delle matite più temute e fulminee della seconda metà dell’Ottocento, specializzandosi nel mettere alla berlina i potenti del suo tempo. Con i suoi celeberrimi album litografici, tra cui spiccano capolavori d’ironia come “I 500 di Montecitorio” o le impietose tavole dedicate agli inquilini di Palazzo San Giacomo, osò ridicolizzare ministri, deputati, sindaci e funzionari, trasformando l’effimera vanità della classe dirigente in una farsa cartacea e immortale (nb. negli anni ’80 del XX sec. uno di questi fu acquistato a Napoli e speriamo che ora non sia diventato cibo per ratti).


Un simile e straordinario talento, capace di smontare la boria del potere costituito con pochi colpi di matita, avrebbe meritato una celebrazione solenne e tangibile nella sua terra natia. E quale teatro migliore della storica Villa Comunale di Manfredonia, graziosamente affacciata sul maestoso Castello Svevo-Angioino-Aragonese, per accogliere un suo degno mezzo busto commemorativo?


Passeggiando oggi tra i viali ombrosi e le siepi della nostra villa, l’occhio attento del visitatore può imbattersi nelle effigi bronzee di illustri figli di Siponto, quali il celebre microbiologo Matteo Carpano o lo stimato musicista, storico e compositore Michele Bellucci. Entrambi i monumenti furono collocati con solennità civile nel lontano 1961.


Da quel preciso anno di grazia, la gloriosa lista delle sculture commemorative di sipontini si è bruscamente e misteriosamente interrotta. Per il povero Antonio Manganaro, a distanza di oltre un secolo dalla morte, non si è trovato un solo blocco di marmo di seconda scelta, né una colata di bronzo residua, e nemmeno un modesto calco in gesso idratato. Niente di niente. Il vuoto pneumatico totale domina incontrastato i giardini della nostra comunità.


La spiegazione profonda di questa macroscopica assenza, tuttavia, non deve essere banalmente ricercata in una distrazione degli uffici, in un deficit cognitivi o di sensibilità artistica o nell’atavica mancanza di fondi correnti. Al contrario, si tratta di una raffinatissima, quasi geniale e involontaria forma di coerenza istituzionale.


I decurioni della domus “palatiata”, con un colpo di teatro degno della migliore tradizione della commedia dell’arte, hanno deciso di omaggiare il grande caricaturista applicando fedelmente alla realtà amministrativa i suoi stessi identici insegnamenti satirici. Non erigere un monumento fisico a Manganaro rappresenta, a ben guardare, l’atto culturale più squisitamente “manganariano” che una municipalità potesse mai concepire e partorire.


Se l’artista passò l’intera sua esistenza terrena a sbeffeggiare l’inefficienza cronica, i ritardi biblici e i fasti inconcludenti della burocrazia statale e ministeriale, i funzionari sipontini hanno fatto di meglio: hanno ricreato dal vivo, in carne, ossa e timbri a inchiostro, quell’esatta e medesima burocrazia


Dedicare a Manganaro una statua tradizionale, con tanto di inaugurazione formale, taglio del nastro tricolore e discorsi retorici infarciti di bicipiti aggettivi, significherebbe di fatto istituzionalizzarlo. Significherebbe costringerlo a far parte di quel sistema rigido, pomposo e auto-celebrativo che lui stesso ha preso a schiaffi grafici per decenni.
Molto meglio e più coerente onorarlo perpetuando il caos ordinario, lasciando la proposta di delibera a prendere polvere nei cassetti più reconditi del comune, idealmente posizionata tra una delibera fantasma e il programma di un festival estivo annunciato, una sagra a Natale e qualche altra manifestazione che non verrà mai finanziata dall’ente.
Il vuoto monumentale all’interno della Villa Comunale cessa così di essere una colpevole dimenticanza per assurgere al rango di sublime opera d’arte concettuale contemporanea: il busto che non c’è, eretto a imperitura memoria dell’efficienza che a volte manca.


Antonio Manganaro, guardando l’attuale panorama politico locale da una nuvola nell’alto dei cieli, approverebbe sicuramente con un sorriso amaro e sornione. Riconoscerebbe infatti, nei moderni e “dinamici” decurioni della sua città natale, i perfetti, legittimi e degnissimi eredi spirituali di quei viceré, deputati e burocrati d’altri tempi che la sua matita tanto amava, spietatamente, ridicolizzare per l’eternità.


Nel frattempo, i cittadini attendono fiduciosi il prossimo consiglio comunale, pronti a scoprire quale altra invisibile meraviglia la cultura locale saprà non inaugurare.


“Un silenzio di pietra”, parafrasando il mio mentore Vincenzo di Lascia, “che in fondo, vale più di mille parole di bronzo”.
Questa assenza monumentale urla più di mille inaugurazioni ufficiali.

Giovanni Ognissanti

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