“L’eclissi del senso. Analisi criminologica della violenza nel ‘branco’ urbano” una riflessione a cura del dott. Flavio Belvedere

A Monte Sant’Angelo la cronaca racconta un episodio di violenza giovanile, ma secondo il dott. Flavio Leonardo Belvedere, docente e criminologo, si tratta soprattutto di un segnale non trascurabile, nonché un’occasione per riflettere sullo svuotamento di senso che attraversa la vita degli adolescenti. La sua analisi ha suscitato interesse anche nel territorio, con contatti da parte di realtà locali interessate a confrontarsi sul tema.

Il recente episodio verificatosi a Monte Sant’Angelo, e già riportato dalle varie testate locali, conferma la necessità di affrontare un tema che forse troppo spesso si è cercato di eludere. Come già evidenziavo in un precedente studio (“La violenza giovanile tra continuità e trasformazione”, consultabile in rete), siamo di fronte a una metamorfosi del crimine. Se un tempo si infrangeva la legge perlopiù per necessità o ideologia, oggi assistiamo a reati che sembrano privi di un fine comprensibile, anzi sovente senza un movente specifico, nati in contesti di estrazione eterogenea (non più e non solo medio-bassa) e nutriti da un nichilismo relazionale preoccupante. In ambito criminologico, lo spazio pubblico non è mai neutro. L’occupazione di una zona della città da parte di un manipolo di adolescenti configura una reazione a un contesto più ampio avvertito come ostile o inadeguato. Il gruppo (che muta in branco) non cerca un profitto, ma un radicamento: marcare il territorio attraverso il “fare provocatorio” serve a colmare un vuoto identitario. In questa geografia della devianza, sempre più frequentemente l’atto vandalico diventa l’unico segnale di esistenza in vita per soggetti che non trovano cittadinanza nei canali etici convenzionali.

Per esempio, l’atto di sollevare un’auto e posizionarla in modo da ostacolare la circolazione non è, in questi contesti, solo un gioco (un’innocente goliardata), ma assume una valenza peculiare, divenendo una dinamica di interdipendenza e coesione: il branco si riconosce nell’azione licenziosa perché questa garantisce uno status immediato, in un mondo in cui l’interazione con gli altri membri è diventata unidirezionale, monotona, iniqua.

Potremmo chiederci: perché la condotta illecita, l’abuso, la violazione diventano prassi? La risposta è da ricercare, tra le altre componenti, anche nel fallimento del controllo sociale informale. Sembra paradossale e provocatorio (e un po’ lo è) ma, riprendendo le tesi di Travis Hirschi, dovremmo chiederci non perché si delinque, ma perché non lo si faccia.

Un aspetto cruciale nella criminogenesi, spesso sottovalutato, è lo sfaldamento del tessuto sociale comunitario. Solo qualche decennio fa, le nostre piazze, i rioni, i cortili, le strade erano rette da un’ossatura invisibile ma granitica, un sistema di vicinato e di relazioni intergenerazionali che esercitava un controllo capillare e potente, seppur discreto. Era una forma di vigilanza neutrale ma efficace: l’occhio del vicino, il rimprovero dell’adulto conosciuto, la rete di protezione della parrocchia o del circolo non erano percepiti come oppressione, ma come perimetro etico condiviso e accettato.

Oggi quella rete è sfilacciata. In una società atomizzata, dove l’indifferenza è diventata una strategia di sopravvivenza, in molte occasioni addirittura un pregio da saper gestire con astuta lungimiranza, il branco agisce in un vuoto di sguardi. Senza l’attaccamento alle figure di riferimento e senza la pressione sociale di una comunità coesa, il giovane non avverte più il “peso” del giudizio (inteso in senso propositivo) altrui. La devianza diventa così l’unica soluzione di “status” in un mondo che ha smesso di osservare e di proteggere i propri membri, lasciando che l’apatia si trasformi nell’unica lingua parlata nelle zone d’ombra delle nostre città.

La voce dell’assistente sociale, a mio avviso, risuona con forza: «Il problema non può essere affrontato solo in chiave repressiva». Dal punto di vista socio-psico-criminologico, se con la repressione si intendesse il fermo di polizia, senza ulteriori provvedimenti e interventi, si rischierebbe di ottenere un effetto opposto a quello mirato, ossia quello di essere vissuta come un rito di passaggio che va a rafforzare il legame criminale.

L’alternativa clinica potrebbe essere la giustizia riparativa. Invece di una sanzione sterile, occorre porre il gruppo di fronte alla vittima e alla comunità. Riparare il danno (magari attraverso servizi di pubblica utilità nello stesso quartiere profanato) costringerebbe i membri del branco a uscire dalla bolla della de-individuazione per recuperare la propria dimensione di “persona” riconoscibile nella sua responsabilità.

Nella ricostruzione di un canone etico andato smarrito è necessario che si articolino diverse componenti. Prevenire, infatti, significa interrogarsi sui bisogni reali (non materiali) dei giovani. La prevenzione non è sorveglianza, ma presenza territoriale.

In questa fase interlocutoria, la scolarizzazione è un ulteriore elemento determinante. La scuola, tra le decine di incombenze che già ha, non può assolvere a mansioni che prevedono specifiche competenze, ma certamente può essere un luogo che, anziché ostile, potrebbe essere visto come terreno di socializzazione propositiva.

Allo stesso modo, i servizi sociali e le famiglie hanno il delicato incarico di effettuare un lavoro sinergico per ricostruire l’autorevolezza delle figure adulte, offrendo ai ragazzi obiettivi che non siano “pezzi di realtà mediata”, ma progetti di vita tangibili. In questo senso, gli esempi sono molto più determinanti ed eloquenti rispetto alle parole. Un genitore che si presta ad aiutare qualcuno in difficoltà, un educatore che si pone come intermediario in una lite, diventano implicitamente (per i ragazzi) modelli positivi, in quanto suscitano inconsciamente il desiderio di preminenza equilibrata.

Vorrei ora porre l’accento su un punto in particolare. Si sappia che non stiamo combattendo contro il “nulla”, ma contro un sistema di valori alternativo che è estremamente seducente perché offre gratificazione istantanea, dopamina e un’identità pronta all’uso. La violenza diventa un surrogato di senso. Sostituire il fascino del “crimine goliardico” con la “noia della legalità” è una battaglia persa in partenza se non si offre qualcosa che abbia lo stesso peso specifico emotivo.

Il vero ostacolo non è, quindi, solo la mancanza di valori, ma la presenza di un loro succedaneo tossico. I protagonisti di questi episodi dispongono di un codice etico distorto, dove il divertimento coincide con la futilità, la forza con l’intimidazione e la personalità con il narcisismo temerario. Per questi ragazzi, il “coraggio” non è certo quello aristotelicamente inteso, ma è sfidare un carabiniere; la forza è sollevare un’auto e abbattere un cartello stradale; la rispettabilità deriva dal potersi pavoneggiare della conoscenza di criminali affermati, del saluto di un pregiudicato, ai quali non di rado guardano con ammirazione.

Sostituire queste convinzioni adrenaliniche con valori come la responsabilità e il rispetto è un’impresa titanica. Se vogliamo anche solo sperare di avere una possibilità concreta nel recupero strutturale di queste individualità in evoluzione, siamo obbligati a pensare a nuovi valori che abbiano un “fascino” altrettanto potente, così da non apparire come sbiaditi moralismi. Bisogna agire con competenza, offrendo esperienze che trasformino il bisogno di emulazione in ambizione costruttiva.

La pedagogia del rischio calcolato propone interventi efficaci, esemplificandoli in una sorta di elenco. Questi, innanzitutto, devono “parlare la stessa lingua” del desiderio giovanile, ma orientarlo in una direzione diversa.

Gli sport di contatto (come pugilato o arti marziali) sono estremamente indicati in questo senso. Molte periferie hanno visto una rinascita grazie a palestre sociali. Qui la ricerca di “forza e coraggio” viene canalizzata in una disciplina ferrea, dove la violenza è bandita a favore della tecnica e del rispetto sacrale dell’avversario. Il leader del branco impara che la vera forza è l’autocontrollo, l’osservanza, la munificenza, non il sopruso arbitrario.

Anche i laboratori di creatività urbana e la street art possono contribuire a trasformare l’atto vandalico del “marcare il territorio” in un gesto artistico pubblico. Anziché imbrattare, si progetta un murales che identifichi il quartiere. Il narcisismo vira dal “distruggere” al “creare”, lasciando intatto il bisogno di riconoscimento sociale.

Pensare al mentoring attraverso la “peer resonance” (ovvero la risonanza emotiva tra pari), portando in classe o nei centri di aggregazione ex leader di gang o detenuti che hanno intrapreso percorsi di riscatto autentico, si rivela uno degli strumenti più diretti ed efficaci per una riorganizzazione dell’identità. Il fascino del “duro” viene smontato da chi quel mondo lo ha vissuto davvero, mostrando che quella strada non porta al rispetto, ma alla perdita della libertà e della dignità. La “competenza” qui sta nel saper selezionare testimoni che, oltre a una accertata e genuina riabilitazione, abbiano conservato un’aura di carisma funzionale al coinvolgimento.

Anche esperienze di protezione civile o di soccorso permettono di coinvolgere i ragazzi in attività dove l’adrenalina deriva dal gestire un’emergenza reale (antincendio, primo soccorso). Qui la “ricerca d’identità temeraria” trova uno sbocco eroico ma pro-sociale. Il ragazzo non crea più il caos, ma è chiamato a risolverlo.

La rieducazione, come si può evincere, non è un’imposizione dall’alto, ma un processo di “seduzione etica”. Dobbiamo essere capaci di offrire ai giovani un’identità che sia più gratificante di quella offerta dal branco, dimostrando con i fatti e con la competenza che costruire un mondo è infinitamente più audace e più “figo” che provare a deturparlo con la violenza.

Exit mobile version