L’ANTICA RICCHEZZA DELLA TRADIZIONE PASTORALE DELLA DAUNIA E DEL GARGANO.
Il Vocino la definiva “Poesia pastorale” e non a torto. Ci fu un tempo (potrebbe esserlo ancora oggi) in cui i territori della Daunia e del Gargano rappresentavano una risorsa straordinaria per produrre “ricchezza”: una delle fonti più importanti presenti sul suolo italico, soprattutto durante il dominio romano.
Un territorio che comprende in sé più caratteristiche morfologiche insieme: mare, montagne, colline, laghi e una vasta zona pianeggiante; una varietà utile a tal punto da rendere i nostri territori una fonte di ricchezza irrinunciabile.
Federico II di Svevia affermava che se Dio fosse stato a conoscenza di questa piana in Puglia, si sarebbe di sicuro fermato a vivere proprio qui.
Ma già dopo la devastante campagna bellica di Annibale, quando le principali città dell’antica Daunia vennero rase al suolo, e soprattutto, tempo dopo, con la caduta dell’Impero Romano, avvenne che le nostre terre si “svuotarono”, vennero abbandonate a sé stesse, non riprendendosi più del tutto (in un certo senso, ne stiamo ancora oggi pagando lo ‘scotto’).
Fu la pastorizia a ridare forza e vigore alle nostre contrade, a partire dal Medioevo, rendendo giustizia a un territorio che ricominciò a rappresentare nuovamente una preziosa fonte di ricchezza indispensabile e intoccabile.
Raccontiamo un po’ questo percorso storico, usando anche la ‘poesia’ del Vocino.
La pastorizia nomade ha ininterrotte tradizioni due volte millenarie in Puglia, per la stessa natura dei luoghi che, come per l’Abruzzo, portava a fare degli abitanti mandriani, meglio che agricoltori. «Le mie greggi, diceva Varrone, passavano l’inverno nell’Apulia e l’estate sui monti reatini, località tra le quali corrono pubblici sentieri che congiungono le distanti pasture come l’arconcello riunisce le due ceste da soma».
Livio raccontava come il pretore Lucio Postumio, per reprimere una rivolta servile ordita dai pastori pugliesi nel 187 Avanti Cristo, ne abbia condannato a morte varie migliaia. Nel periodo imperiale quasi tutti i campi dauni di montagna e di pianura erano a pascolo, e i diritti percepiti per ogni capo di bestiame già costituiva la principale fonte d’entrata del fisco.
Come già accennato, una straordinaria ricchezza. Ma continuiamo con la nostra storia…
I diritti sopracitati, in seguito, vennero mantenuti dai Goti e dai Longobardi, i quali li distinsero in «Herbaticum», «Estaticum» e «Glandaticum», a seconda che si riferivano a pascoli sulle praterie permanenti, sui terreni incolti o nei boschi.
I Normanni e gli Svevi li riunirono sotto l’unico nome di «Fida». Poi, di mano in mano che nel periodo angioino l’autorità regia, dopo la morte di Roberto il Buono, andava sempre più a indebolirsi, anche questi diritti, da principio mantenuti, caddero in desuetudine; così che i baroni con ogni libertà disponevano del pascolo e delle terre. Giovanna II, per rinsanguare le stremate finanze della Corona, tentò un ripristino della «Fida» in ragione di due ducati d’oro per ogni cento pecore e di venti per ogni cento capi di grosso bestiame. Alfonso d’Aragona inasprì tale gabella e le diede ordinamento razionale e permanente istituendo la così detta «Regia Dogana della Mena delle Pecore in Puglia».
Questa speciale amministrazione, con sede in Foggia, ebbe come primo Doganiere un pupillo del Re, il cavaliere catalano Francesco Montluber che, a somiglianza di quanto si praticava nella Spagna per il passaggio delle greggi dalla Castiglia all’Estremadura, stipulò coi proprietari d’armenti di Capitanata, d’Abruzzo e del Molise, un contratto col quale essi si obbligavano a servirsi esclusivamente dei pascoli regi e ne avevano in cambio, col sale necessario alla loro industria armentizia, franchigie e protezione.
Lo stesso Montluber acquistò al regio demanio tutti i pascoli di Puglia dai baroni, dalle università, dai luoghi pii e dai privati, lasciando agli antichi proprietari solo l’uso della «Statonica», cioè del pascolo estivo dall’una all’altra festa dell’Arcangelo, e il diritto di raccogliere i frutti dagli alberi e d’introdurre i maiali negli spineti in ogni tempo. Queste nuove terre, unite al vecchio demanio, costituirono da allora il Tavoliere.
Il Tavoliere delle Puglie, una superficie calcolata per circa 3000 km². Una risorsa immensa.
Fu così chiamato, il Tavoliere, da «tabula», intesa questa parola non nel senso di estesa pianura, ma dal nome che aveva il registro in cui si riportavano le indicazioni numeriche delle greggi oggetto della Fida, ovvero dal significato che la parola stessa mantenne nella bassa latinità e nel diritto barbarico di misura agrimensoria. E costituì un territorio cospicuo che, accresciuto da Ferdinando I e dai vicerè spagnoli nella provincia di Bari verso le Murge, raggiunse fino ai trecentomila ettari, da Torremaggiore ad Andria, da Troia a Rignano; territorio dal primo Doganiere ripartito in «Locazioni», dove gli armenti si portavano a epoca fissa, sotto la sorveglianza di speciali autorità, divisi per regioni di provenienza, pagando un diritto all’entrata e all’uscita.
Scendevano dai monti in autunno, lungo i millenari sentieri erbosi, queste innumerevoli mandrie, divise a «Morre» di trecentocinquanta pecore ognuna, guidate da pastori a piedi, scortate dai feroci mastini dal pelo ispido e candido, sorvegliate dai butteri che percorrevano di continuo a cavallo i fianchi della colonna per attivarne la marcia, seguite o precedute dalle «Redini» di tre o più muli in fila carichi delle reti, delle tende, delle provviste di via, degli utensili per fare il cacio. E si fermavano, questi torrenti d’oltre un milione di pecore e di molte migliaia d’animali grossi, lungo i bordi del Tavoliere, a stento trattenuti dagli ufficiali della Regia Dogana, i Cavallari, in attesa del gran giorno in cui, tutt’insieme, erano ammessi alla pastura del piano.
Allora il Magnifico Doganiere percorreva a cavallo, seguìto dal suo Stato Maggiore, il fronte di quel caratteristico esercito di lanuti, e solennemente dichiarava, in nome di Dio, aperta la Dogana.
Ogni mandria aveva la sua «Posta» con al centro il pagliaio dei pastori e la «Jacenda» o «Scariazzo» delle pecore, ch’era un ricovero rettangolare, dell’altezza d’un uomo, costruito con ferule e rami legati da giunghi, diviso in tante parti quant’erano le Morre: i pastori, partendo, bruciavano i pagliai.
Immaginate una tale “ricchezza umana” che ha portato anche a scambi e arricchimenti culturali e religiosi tra i vari territori coinvolti. Ma continuiamo…
Una grande poesia agreste circondava questa caratteristica vita pastorale; ma una grande severità informava la legislazione doganiera: per chi scantonava dal «Tratturo» assegnatogli, o dal «Ristoro», o dalla «Posta», per chi «rompeva la Dogana» prima del giorno fissato, erano anni di galera.
I «Tratturi» erano le antiche vie sulle quali gli armenti da secoli trasmigravano, i «Tractoria» codificati da Teodosio e da Giustiniano: alcuni amplissimi, larghi da ottanta a cento metri, i «Tratturi grandi» da Aquila e da Celano a Foggia, da Pescasseroli a Candela, da Castel di Sangro a Lucera; altri più piccoli, i «Tratturelli» e i «Bracci», come affluenti alle grandi arterie. Sui bordi v’erano i «Riposi», pascoli per le greggi lungo il viaggio, a carico dell’Erario, e i «Ristori», pascoli di scarto, da destinarsi ai castrati, alle “sterpe”, le pecore non atte a essere fecondate, alle “fellate”, le pecore da due a tre anni, alle “ciavarre”, quelle da uno a due.
Un aspetto veramente pittoresco doveva presentare l’immensa landa verdeggiante popolata da migliaia di bellissimi ovini, da mandrie di capre, di cavalle, di vacche, di bufali; immensa ricchezza per la regione e per la Corona; ricchezza che, con ritmo incessante, nelle lunghe guerre combattute nel Mezzogiorno d’Italia, da quelle tra Ferdinando d’Aragona e Giovanni d’Angiò alle altre, tra i Francesi e gli Spagnuoli, con Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I, costituì una speciale attrattiva, anche da lungi, per ogni esercito guerreggiante che, nell’autunno, interrompeva come che sia la campagna intrapresa, per precipitarsi sul Tavoliere a levare sugli armenti che giungevano la Fida.
L’esercito che prima arrivava riusciva a riscuotere quel tributo che costituiva la più cospicua entrata fiscale, e si assicurava così i fondi per un anno di guerra. Ma se il tempo per la riscossione gli mancava, preferiva ammazzare le bestie per non dar modo al nemico di riscuoterlo per suo conto.
Narra il Giovio che “nel 1502 i Francesi, per profittar della Fida, avevano radunato più di ottocentomila pecore presso San Severo; ma poichè gli Spagnuoli li stringevano da presso, essi per non lasciare in mano al nemico l’ingente bottino, ne fecero scempio, e scorticarono le pecore vive”.
Si giunse, negli anni migliori, fino a tre milioni d’animali bradi. Di trecentomila ettari quant’era il Tavoliere, un terzo solo s’aveva facoltà di coltivare, mentre il resto era serbato alla pastorizia; e questa proporzione rendeva reciprocamente utile questi due tipi di economia: il pascolo e il campo a grano. Il sistema aveva senza dubbio delle crudezze fiscali, anzi, organizzato appunto nell’interesse principalmente del fisco, sembrava all’osservatore superficiale come una strana ed esosa speculazione di Governi rapaci a danno delle nostre popolazioni. Nè solo all’osservatore superficiale: tutti i più aperti ingegni del secolo XVIII, scrive il Lenormant, “ingegni che furono numerosi nel Regno di Napoli, segnalarono questo regime come una vergogna per un paese civile, un ostacolo a ogni progresso in una delle regioni più fertili del Regno, una mostruosità nei riguardi dei più elementari principii di economia, e ne reclamarono a gran voce l’abolizione”.
Erano voci di economisti teorici, tanto teorici che, soppresso dai Francesi nel 1806 il Tavoliere, e nominata in seguito dai Borboni, su proposta del vecchio e cauto ministro d’Andrea, una commissione di uomini pratici segnatamente versati in agronomia, geologia e in botanica, per lo studio della vessata questione, essi si dichiararono unanimemente contrari all’affrancamento, così che nel 1816 Ferdinando II ristabilì a ragion veduta l’antico regime a pascolo forzato.
Il Governo Italiano, con legge del 1865, lo abolì definitivamente.
Il Vocino conclude con una sua opinione: “Parve grande conquista di civiltà e di libertà: ma in sostanza l’Erario ha perduto un’annua entrata di due milioni e mezzo di lire; gli agricoltori pugliesi, dandosi pazzamente a dissodare le terre buone e le cattive, hanno spostata l’antica sapiente proporzione tra il colto e l’incolto, e non han goduto che i precari vantaggi della millenaria verginità di quelle distese in gran parte inadatte per composizione, per aridità e per clima alla cerealicoltura, mentre il pascolo si è eccessivamente ristretto e con esso la pastorizia, vera ricchezza di quel piano e dei monti circostanti.
Ciò non per tanto, gli scrittori teorici continuarono e continuano a magnificare l’affrancamento, e a sostenere che con la riduzione della pastorizia nomade si son migliorate non solo le condizioni economiche delle nostre province, quant’anche le sociali, ritenendo che quella numerosa popolazione di mandriani manteneva le campagne in uno stato di selvaggia barbarie primitiva e dava il maggior numero di reclute al brigantaggio”.
Archivio di Giovanni BARRELLA
Fonte:
– “Visioni di Puglia”, M. Vocino, 1923.

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