La Cantera di Matteo

La Cantera di Matteo

Risuona ancora, tra le nebbie del golfo e le pietre aspre del Gargano, il nome di Matteo Ionata. Costui, che oggi parrebbe sfidare i cronometri e le ruggini del tempo con fisico integro, fu un tempo giovine di belle speranze, un fante dell’ars pedatoria che lasciò tracce profonde nel fango e nella gloria delle arene locali.


Correva l’anno di grazia 1981, cinque di aprile. Si giocava in quel di Monte Sant’Angelo, in un’atmosfera che sapeva di sudore marcio e veleno. I bianconeri locali s’erano portati in vantaggio con Rago, ma ecco che al sedicesimo della ripresa il nostro Ionata, con un colpo che riconcilia i sipontini con Eupalla, sbloccava i cuori dei Delfini. Poi vennero le stoccate di Cataldo e D’Errico a suggellare il ritorno in Promozione.
La parabola di Ionata ha radici antiche, negli anni Settanta, quando esordì sedicenne tra i faticatori del Manfredonia. Non pago di correr dietro al proiettile di cuoio, si laureò in Scienze Motorie, unendo la dottrina al muscolo. Parentela nobile lo lega a Roberto D’Aversa, attuale nocchiero del Torino, ma il Matteo — uomo di schiena dritta e poche ciance — rifugge l’auto-magnificazione. Preferisce il silenzio operoso alla fanfara dei media, lasciando che a cantare siano le traiettorie del campo.


Negli anni Novanta, dovendo badare al desco familiare e a “portar la pagnotta”, incrociò il destino di due vecchie bandiere, Rosario Facciorusso e quel capitano eterno che risponde al nome di Sasà Cisternino. Lo convinsero dopo tanti anni a fondar la prima scuola calcio della città. Fu l’inizio di una missione: trasformare i ragazzi locali in calciatori fatti e finiti.


Ha lavorato, il Ionata, con dedizione da monaco amanuense anche quando il Covid picchiava duro o quando le casse della società piangevano miseria. Risultati encomiabili, i suoi: ragazzi svezzati e lanciati verso tornei classificati e vinti, mentre oggi, lontano dal quartier generale di via San Giovanni Bosco, cura egregiamente un vivaio di altra società che meriterebbe ben altra considerazione dai piani alti del soccer di Capitanata.


Per noi puristi della sfera di cuoio, è un peccato mortale non veder più un virgulto sipontino stabilmente nei ranghi della prima squadra… Matteo era una garanzia.


Ma il nostro Matteo Ionata resta lì, esempio di una passione che non conosce tramonto. La sua è storia di terra e di cuore, un monito per le nuove generazioni di pedatori che sognano la gloria senza voler conoscere la fatica della terra battuta o dell’erba naturale.
Vanni Romano

Matteo Ionata è al centro della foto.

di Giovanni Ognissanti

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