La breccia rosata: dalle cave del Gargano a Castel del Monte

LA BRECCIA ROSATA: DALLE CAVE DEL GARGANO A CASTEL DEL MONTE.

Nel cuore roccioso del Gargano sud-occidentale, tra la valle di Vituro e l’altopiano del Calderoso, si celano antiche cave di breccia rosata, un materiale lapideo unico per le sue venature calde, rosate e frammentate.

Conosciuto impropriamente come “breccia corallina”, questo marmo nasce proprio nel ventre della montagna garganica, tra San Giovanni Rotondo e San Marco in Lamis. Qui, ufficialmente dal XVII secolo (ma, come vedremo, anche molto prima), l’uomo ha estratto e lavorato questo materiale, capace di conferire una nobiltà imperiale agli edifici.

Il simbolo più emblematico dell’uso della breccia rosata garganica è senz’altro Castel del Monte, il capolavoro legato a Federico II di Svevia. La sua particolare decorazione, sia interna che esterna, si distingue per l’impiego copioso di questa pietra.

Infatti, in base all’analisi della matrice sabbiosa della breccia, della forma e dimensione dei frammenti inclusi, così come valutando l’aspetto delle fratture, è stato possibile stabilire che da questa stessa area proviene la breccia rosata impiegata nella decorazione del famoso edificio federiciano.

Architravi, archivolti, colonne, capitelli e rivestimenti murari: tutto è permeato da questa materia luminosa, che rifrange il sole pugliese con una sfumatura quasi mistica. Alcune colonne al piano superiore, addirittura, sembrano lavorate in modo particolare per simulare il porfido rosso imperiale, con tracce di pigmenti che confermano l’intenzione di evocare il prestigio dell’antichità classica.

Ma quando e perché Federico II scelse proprio questa pietra garganica? L’uso massivo della breccia rosata non si riscontra nelle prime opere dell’imperatore. La svolta si colloca attorno agli anni Trenta del Duecento, quando prende forma una nuova sensibilità estetica e ideologica, incarnata nella cosiddetta “Scuola di Foggia”.

Nella capitale imperiale daunia si sperimenta per la prima volta l’introduzione della breccia nella decorazione della cripta della cattedrale e nei cantieri associati. Questo nuovo linguaggio visivo si estende fino alla cattedrale di Termoli e forse si riverbera anche in edifici minori del Gargano.

Federico II non si limita però alla sperimentazione: ordina personalmente, nel 1240, al giustiziere di Capitanata di preparare un “actractus” per la costruzione di Castel del Monte. Un termine enigmatico, interpretato come “attractus”, che in questo contesto potrebbe riferirsi proprio all’approvvigionamento della breccia rosata.

[…] Cum pro castro, quod apud Sanctam Mariam de Monte fieri volumus, per te, licet de tua iurisditione non sit, instanter fieri velimus actractum, fidelitati tue precipiendo mandamus, quatinus actractum ipsum in calce, lapidibus et omnibus aliis oportunis fieri facias […]

La scelta della Capitanata e del Gargano non è casuale, ma nasce da un progetto coerente: richiamare il porfido imperiale, simbolo di potere e eternità, attraverso una pietra pugliese, locale ma nobilitata dall’uso politico e simbolico.

Non è un caso, infatti, che anche altri siti della regione presentino tracce di questa pietra: Lucera, con il suo palazzo andato distrutto, Pantano presso Foggia, dove l’imperatore soggiornò più volte, e persino la “domus teutonica” di Torre Alemanna, fondata su terreni donati da Federico stesso, dove un capitello in breccia fu poi riadattato in acquasantiera.

Il Gargano, quindi, non è solo luogo di estrazione, ma diventa cuore simbolico della nuova estetica federiciana, dove il colore rosso della pietra assume il valore di manifesto imperiale. La breccia rosata è la firma invisibile del potere di Federico, un ponte tra le radici locali della Daunia e le ambizioni universali dell’Impero.

Archivio web e foto di Giovanni BARRELLA.

Fonte:

– Giuliana Massimo, “Dalle cave garganiche a Castel del Monte: note sull’impiego della breccia rosata”, in Atti del 44° Convegno Nazionale sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia, 2024

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