Marco D’Amore, uno sguardo acuto sul mondo
Ogni artista ha un modo personale di vivere e interpretare la recitazione. Per alcuni è un modo per affermare sé stessi, per altri uno strumento per dare risposte o semplicemente per accendere interrogativi nel pubblico. Marco D’Amore, invece, percepisce la sua innata passione per l’arte scenica come un modo per osservare e raccontare la realtà che ci circonda. Fin dai suoi esordi sul piccolo schermo ha saputo trasmettere emozioni nel pubblico, portando in scena tutti i dissidi interiori dei personaggi a cui ha dato corpo e voce.
Il suo percorso artistico ha inizio nei primi anni 2000, quando frequenta la Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi. Nei primi anni canalizza la passione per la recitazione nel teatro, recitando ne La trilogia della villeggiatura di Toni Servillo. Dopo varie apparizioni al cinema e in serie televisive, il successo arriva con il ruolo di Ciro Di Marzio in Gomorra, la serie cult di Sky tratta dal romanzo di Roberto Saviano.
Il ruolo di Ciro di Marzio e il racconto della realtà criminale
In Gomorra-La serie, Marco D’Amore ha dato corpo e voce ad un personaggio che vive costantemente il labile confine fra il bene e il male. Nato e cresciuto in un contesto sociale basso, Ciro vive il disagio di una società che dimentica gli ultimi. Fin da bambino percepisce che la vita non gli regalerà nulla e decide, suppure in modo illecito, di impegnarsi per conquistare potere e possibilità economiche. Quel disagio sociale in cui è cresciuto si trasforma in riconoscimento pecuniario, ma sotto il segno della criminalità organizzata. Diventato il pupillo del boss Pietro Savastano, Ciro vive di azioni illegali, vedendo nella delinquenza l’unica forma di riscatto. Ben presto diventa una delle figure di spicco della camorra, conquistando un potere che lo fa sentire realizzato.
Nel profondo del suo cuore, però, Ciro è consapevole che la strada intrapresa può rivelarsi un tunnel buio, in cui saranno costrette ad entrare anche le persone a lui più case. Perché la criminalità dona quel potere effimero e quella forza di comandare sulla vita degli altri, ma ti toglie la libertà di decidere della tua esistenza. Marco D’Amore ha prestato il volto per tre stagioni ad un uomo criminale ma “mortale”, che impara con dolore quanto possa essere grande la forza distruttiva della camorra.
Piccolo Miracolo fra commedia romantica e narrazione sociale
Marco D’Amore è tornato sul grande schermo per interpretare uno dei suoi più interessanti e complessi della sua carriera nella pellicola diretta da Guido Chiesa, Piccolo Miracolo. Una storia in cui il miracolo si attua attraverso l’amore. Un sentimento che permette a Davide Lancia, che esiste una bellezza molto più profonda oltre il suo mondo dorato, segnato da ricchezza e potere. Davide è un quarantenne ricco e viziato, che riceve dal padre costruttore un incarico ben preciso: demolire un vecchio edificio di periferia per costruire uno stabile di lusso. Quello che potrebbe sembrare un compito di facile svolgimento si trasforma in un viaggio interiore alla scoperta della propria identità.
Nell’edificio vive Ursula, una giovane donna non vedente, che non vuole assolutamente lasciare il luogo dove vive. Davide la conosce e rimane fin da subito attratto dalla sua bellezza e dalla sua capacità di vedere non solo attraverso gli occhi. Quella che potrebbe sembrare un’invalidità ha permesso ad Ursula di sviluppare una grande sensibilità, che risulta la sua più grande ricchezza. Trascorrendo del tempo con lei, Lancia entra in un mondo che fino a quel tempo non gli era appartenuto e in quella dimensione trova sé stesso.
La trama racconta in primis una storia d’amore fra due giovani appartenenti a mondi opposti, che nella potenza dei loro sentimenti trovano il coraggio di abbattere le barriere di separazione che la società ha imposto. In un altro piano, non secondario, ma parallelo, c’è la narrazione sociale. Una narrazione che, partendo dal soggetto scritto da Francesca Micheli ed Edoardo Leo, porta sul grande schermo, attraverso le storie di Ursula e Davide, l’eterna dicotomia fra ricchezza e povertà, fra la possibilità economiche e disagi sociali.

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