di Flavio L. Belvedere (Criminologo e docente)
I fatti a cui si fa riferimento risalgono agli scontri del 31 gennaio scorso, durante la manifestazione nazionale contro la chiusura del centro sociale Askatasuna, nella quale sono rimasti feriti oltre 100 agenti della Polizia di Stato. Il video, che mostra il poliziotto di 29 anni, isolato e colpito ripetutamente con calci e pugni durante i tafferugli, ha catturato l’attenzione nazionale, riaprendo i dibattito sul confine, sovente labile, tra protesta legittima e violenza gratuita. Di seguito una riflessione del dott. Flavio L. Belvedere, criminologo e docente.
Le cronache dei recenti scontri di Torino ci pongono di fronte a un’evidenza che travalica il mero resoconto di piazza o il bollettino di servizio. L’immagine di un agente di ventinove anni, isolato e percosso mentre si trova a terra, smette di essere una statistica dell’ordine pubblico per farsi indicatore di una crisi etica più vasta. Se la manifestazione è il battito vitale di una democrazia che respira, anche quando è veemente, anche quando si oppone a percepite derive autoritarie, la violenza gratuita sull’inerte segna il punto di rottura del patto sociale. Come scriveva Elias Canetti in Massa e potere, la muta che insegue la preda perde ogni connotazione individuale per farsi forza cieca; ma quando la preda è a terra, l’infierire non è più lotta politica, è pura regressione atavica. Dal punto di vista della psicologia delle folle, quanto accaduto rispecchia i classici meccanismi di deindividuazione descritti da Gustave Le Bon. All’interno del nucleo violento, l’individuo smarrisce la propria bussola etica e la propria responsabilità personale, facendosi scudo del “corpo collettivo” per compiere atti che, da solo, non oserebbe mai concepire. L’attacco all’agente a terra non è un atto di forza, ma un paradosso della viltà. È lo specchio speculare e deforme di quegli abusi che, in contesti opposti, colpiscono manifestanti inermi. In entrambi i casi, assistiamo alla negazione dell’altro come persona e alla sua riduzione a simulacro di un potere da abbattere o da reprimere. Quando l’avversario cade, il conflitto dovrebbe sospendersi per lasciare spazio al rispetto della dignità umana. Ignorare questa “regola non scritta” significa declassare il dissenso a mero sfogo pulsionale. Oltre all’aspetto etico, a mio avviso di gran lunga più importante, c’è anche da rilevare che l’implicazione sociopolitica di tale mossa è profondamente controproducente. Nel momento in cui il conflitto si sposta dalla dialettica dei diritti alla brutalità del martello, la causa che ha generato la protesta viene istantaneamente delegittimata. La sociologia dei movimenti insegna che la forza di una mobilitazione risiede nella sua capacità di attrarre il consenso della “massa critica” esterna. Atti di tale codardia, invece, forniscono l’alibi perfetto per quel ridimensionamento della partecipazione democratica che i manifestanti stessi dicono di voler combattere. E così si crea un cortocircuito che contrappone la violenza di pochi a giustificazione di una stretta securitaria sui molti, trasformando i potenziali fautori di un cambiamento in bersagli di una condanna unanime. È, a tutti gli effetti, un suicidio comunicativo. Ora, invece, proviamo ora solo a immaginare uno scenario diverso, un’ucronia sociale che avrebbe potuto cambiare la storia di questo conflitto. Cosa sarebbe accaduto se, nel cuore del tumulto, alcuni manifestanti avessero formato un cerchio di protezione attorno all’agente caduto? L’impatto socio-emotivo sarebbe stato devastante per il sistema. Un gesto di protezione verso la controparte indifesa è un atto di potenza morale che annichilisce la forza bruta. Avrebbe trasmesso un messaggio di una forza dirompente che tradotto avrebbe potuto esprimersi così: “Non siete voi i nostri nemici, ma il sistema che ci mette gli uni contro gli altri. Noi cerchiamo giustizia, e la giustizia non colpisce chi è a terra”. Un simile gesto avrebbe agito come un interruttore psicologico, spezzando il ritmo della violenza e costringendo l’opinione pubblica (e le stesse forze dell’ordine) a una riflessione profonda. Sarebbe stata la messa in pratica della lezione di Hannah Arendt: la vera forza non è la violenza, ma la capacità di agire di concerto nel rispetto della pluralità umana. In un’epoca di frammentazione e di torpore omologante, abbiamo bisogno di riappropriarci della capacità di distinguere tra la lotta per i principi e l’odio per l’uniforme. L’agente Calista non è un nemico; è un figlio di questo tempo precario, proprio come gli studenti che manifestano. Se vogliamo davvero opporci al decadimento generale, dobbiamo ricordare che la bellezza del dissenso sta nella sua integrità. Senza di essa, restano solo macerie di civiltà e un rumore sordo che non parla a nessuno. Come scriveva Simone Weil: “La forza rende chiunque le sia sottomesso una cosa. Quando è esercitata fino in fondo, rende l’ uomo una cosa nel senso più letterale, poiché lo rende un cadavere”. Proteggere l’altro, anche quando indossa una divisa che non amiamo, è l’unico modo che abbiamo per restare noi stessi …e profondamente umani.

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