Il “Pio latrocinio’ delle reliquie dei Santi: una storia surreale tra Capitanata e Molise

IL ‘PIO LATROCINIO’ DELLE RELIQUIE DEI SANTI: UNA STORIA SURREALE TRA CAPITANATA E MOLISE.

Ci sono eventi che creano strani legami tra popoli. Tra le pieghe della storia medievale della Capitanata e del basso Molise si nasconde una vicenda che profuma di polvere, fede e strade battute dai pellegrini. Una storia fatta di reliquie trafugate, carri carichi di speranza e uomini che attraversavano il Tavoliere guardando verso il Gargano, là dove la montagna di San Michele dominava il mondo come una soglia tra terra e cielo.

Secondo l’antica tradizione, tutto ebbe origine nell’842, quando Larino subì il trauma del furto delle reliquie dei suoi santi martiri Primiano, Firmiano e Casto. Quelle sacre spoglie sarebbero finite a Lesina, trasportate da uomini provenienti da Lucera e rifugiatisi nella città lagunare dopo le devastazioni avvenute secoli prima durante la spedizione dell’imperatore bizantino Costante II nel Meridione.

Al ‘pio latrocinio’ delle sacre spoglie dei Santi Primiano e Firmiano sarebbe succeduta, stando sempre alla tradizione, la rivalsa dei Larinati sul corpo dissepolto del ‘lucerino’ San Pardo (esso pure dunque un ‘furtum sacrum’), che sarebbe stata portata a termine il 26 maggio di quell’anno. La tradizione riporta poi l’episodio dei buoi che si rifiutarono di proseguire perché assetati, quindi l’intervento miracoloso del nuovo Patrono e la successiva deposizione delle sue reliquie in città.

La Capitanata di quei secoli era una terra inquieta, attraversata da Longobardi, Bizantini, Saraceni e pellegrini. Lucera, Siponto, Lesina e Monte Sant’Angelo erano nodi fondamentali di un mondo sospeso tra Oriente e Occidente. Le grandi vie della Daunia non erano soltanto strade commerciali: erano vene spirituali percorse da compagnie di fedeli dirette verso la Grotta dell’Arcangelo Michele, il santuario più importante dell’Europa altomedievale.

Pino Miscione, autore di un saggio molto interessante, mette però in discussione molte delle versioni tradizionali tramandate nei secoli. Secondo la sua rilettura storica, la famosa “traslazione” del corpo di San Pardo non sarebbe avvenuta come raccontato dalla leggenda popolare. Non ci sarebbero stati buoi miracolosi né carri solenni trainati lentamente verso Larino. Anzi, nelle due antiche Vitae del santo non compare mai alcun riferimento ai buoi.

La narrazione popolare, infatti, ha aggiunto nei secoli elementi scenografici e simbolici che col tempo sono diventati tradizione viva. Il bue, animale sacro e profondamente radicato nella cultura contadina della Capitanata e del Molise, venne introdotto più tardi nell’agiografia per nobilitare il racconto e legarlo alle grandi feste rurali.

Secondo Miscione, il viaggio della compagnia larinese fu invece molto più realistico e affascinante. I pellegrini partirono da Larino nei primi giorni di maggio dell’842 diretti al Santuario di San Michele sul Gargano, percorrendo la Via Sacra Langobardorum, una delle direttrici più importanti della spiritualità medievale meridionale. Attraversarono le pianure del Tavoliere, costeggiarono il lago di Lesina e salirono verso Monte Sant’Angelo insieme a decine di altre compagnie provenienti dalla Daunia, dal Sannio e dall’Abruzzo.

Il pellegrinaggio garganico, in quell’epoca, era qualcosa di enorme. Non si trattava soltanto di un viaggio religioso, ma di una vera migrazione stagionale fatta di carri, cavalli, tende, canti e devozioni popolari. Le fotografie storiche riportate nel saggio e qui riproposte mostrano proprio quelle antiche “compagnie” di pellegrini: carri decorati con piume e rami di pino, uomini e donne vestiti a festa, bambini accovacciati tra le masserizie.

Ed è qui che la storia si intreccia col mistero.

Dopo aver raggiunto il Gargano e pregato nella grotta micaelica, la compagnia larinese avrebbe tentato di recuperare le reliquie dei propri santi custodite a Lesina. Ma il tentativo fallì. A quel punto, secondo la ricostruzione proposta nel testo, i pellegrini si misero a vagare nel Tavoliere in cerca di un’altra reliquia da riportare a Larino come nuovo simbolo spirituale della città.

Fu probabilmente proprio a Lesina che qualcuno parlò loro della tomba venerata di un antico vescovo: San Pardo. Un santo ancora ricordato dagli antichi lucerini trasferitisi nella città lagunare. Così la compagnia si diresse verso Lucera, allora uno dei centri più importanti della Capitanata medievale.

La tomba di San Pardo sarebbe stata individuata in un’area cimiteriale suburbana, forse nei pressi dell’antico sito di San Giusto. Le reliquie furono riconosciute e prelevate con rispetto. Non sopra un carro di buoi, ma più probabilmente su uno dei normali carri trainati da cavalli utilizzati dai pellegrini micaelici.

Il ritorno verso Larino dovette avere qualcosa di epico.

Immaginare quella compagnia attraversare il Tavoliere della Capitanata nel mese di maggio significa vedere uomini sporchi di polvere, sentire il rumore delle ruote sulle strade battute e osservare una lunga fila di pellegrini muoversi tra il verde delle campagne e il vento salmastro che arrivava dall’Adriatico.

Le antiche Vitae raccontano che, giunti vicino a Larino, i portatori del corpo improvvisamente non riuscirono più a procedere. Solo dopo preghiere e invocazioni il santo concesse loro di continuare il cammino verso la città. Col tempo questo episodio si trasformò nella leggenda della Fonte di San Pardo, dove i buoi assetati avrebbero miracolosamente trovato acqua. Ma anche questo dettaglio non compare nei testi più antichi.

Eppure proprio queste aggiunte popolari resero la vicenda immortale.

Perché il Gargano e la Capitanata hanno sempre avuto questa capacità: trasformare la storia in racconto, e il racconto in rito collettivo. I carri di San Pardo che ancora oggi attraversano Larino derivano probabilmente proprio da quelle antiche compagnie micaeliche dirette a Monte Sant’Angelo. La struttura dei carri, le decorazioni, il viaggio comunitario e persino il senso stesso della processione sembrano conservare l’eco di quei pellegrinaggi medievali.

Così la festa di San Pardo non sarebbe soltanto una celebrazione religiosa molisana, ma il frammento sopravvissuto di una grande cultura del pellegrinaggio che univa Larino, Lucera, Lesina, Siponto e Monte Sant’Angelo in un unico orizzonte spirituale. Una rete di uomini e strade che attraversava tutta la Capitanata medievale.

Ed è forse questo il cuore più autentico del racconto: il movimento incessante di popoli, santi e pellegrini lungo le antiche strade del Gargano.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Fonte e immagini: Pino MISCIONE, “Il pellegrinaggio al Gargano e la ‘traslazione’ del corpo di San Pardo”, 2013.

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