IL MISTERO DEL QUADRO DI MANFREDO
Vi è un quadro avvolto nel mistero, nel mistero di una città che in passato non ha saputo conservare il proprio passato.
Manfredonia la città che la storia vuole che sia stata fondata dal Re Manfredo di Svevia e che di fatto non è andata proprio così… ma la leggenda si asseconda proprio perché è tale. Ma vi è un quadro di scuola napoletana (gli attuali decurioni sono gli epigoni di biennali), di cui si è persa traccia e cioè quello del “biondo re” nell’intento di indicare il luogo dove fondare la nuova città.

Questo quadro una volta era presso l’antiquario del comune sipontino, dove oggi vi è la sala Vailati in Via Arcivescovado. Poi dopo la consegna dell’immobile del Seminario da parte del Comune (proprietario) all’Arcidiocesi (anni ’20 del XX sec.), il museo venne dismesso e alcune opere perse, tra le quali la tela in oggetto.
Personalmente fotografai quest’opera ravvolta su sé stessa e abbastanza rovinata perché me la fece vedere un amico presbitero all’interno proprio del Seminario. Non so da dove l’abbia presa e né glielo chiesto, ma sarebbe importante recuperarla da qualche parte, oggi che i solerti soloni della istoria sipontina fremono per portare a galla frammenti del passato della vetusta Civita.

Un passato che andrebbe riletto come la storiella della nascita di Manfredonia il giorno di San Giorgio, palesata dallo pseudo Matteo Spinelli da Giovinazzo, storiografo degli Svevi e di Manfredi mai esistito (cfr wikipedia: “Matteo Spinello da Giovenazzo è il nome di un personaggio fittizio del XIII secolo. È stato a lungo creduto l’autore dei Diurnali, una cronaca medievale – a sua volta fittizia – riguardante le fasi conclusive dell’epoca federiciana e sveva del Regno di Sicilia, delle cui vicende si dichiarava contemporaneo e testimone diretto. L’opera, apparsa per la prima volta nel Cinquecento, ha ottenuto una credibilità mantenutasi indenne per vari secoli, pur tra diversi dubbi e incongruenze, fino alla prima metà dell’Ottocento e oltre, quando si è iniziato a svelarne la vera natura di clamoroso falso storico: oggi è definitivamente screditata e universalmente relegata tra le creazioni apocrife, confezionata da un falsario sulla cui identità non vi è accordo tra gli studiosi”).
I novelli accademici della istoria patria non hanno mai letto e forse non sanno chi era il Capasso, il Minieri Riccio o il Muratori. Parole che potrebbero sembrare inumane come i Registri della Cancelleria Angioina nelle persone dei curatori e ricostruttori quali Riccardo Filangeri di Candida Gonzaga e Jole Mozzoleni(conosciuta a Napoli e curatrice delle Carte del Monastero di S. Leonardo della Matina di Siponto 1090-1771).

Ebbene, dire semplicemente che Manfredonia è stata fondata da Re Manfredi è didascalico ed elementare e compiacerci che unlibro di storia ha inserito la foto equestre del monumento sitopresso la nostra Terra Gialla, del figlio di Federico II, non rende giustizia di una silloge che mette fuori gioco gli Angioini, i quali probabilmente sono i veri fondatori della Novella Siponto.
Ed è proprio da una pergamena Angioina andata perduta a Nola presso San Paolo Belsito, nella Sezione politico-diplomatica dell’Archivio Angioino, la più duramente colpita dalle offese belliche, che si evince il Datum Orte (1263), l’unico documento nel quale si rileva che oltre alla preesistenza di un luogo abitato che deve essere incrementato (con le esenzioni), si mette in risalto che il sito abitativo abbia la possibilità di una esclusiva dei traffici portuali nell’ambito del Giustiziariato di Capitanata, e stiamo parlando di il luogo di trasferimento è già fornito di un porto (o di un approdo), comunque è ben riparato e conosciuto nell’ambito marittimo.
Si rileva così, un luogo già abitato e in riva al mare, fornito di porto, con la possibilità che (ecco la novella dell’atto manfredinoper cui vale la pena di essere ricordato) la classe mercantile svolga le sue attività in forma privilegiata con i relativi incentivi ed esenzioni.
Ma la classe mercantile ed il porto non si improvvisano; gli stessi si formano e si sviluppano con il tempo e non anche nello stretto giro di 7 o 5 anni (se si prendono come anni di riferimento della cosiddetta fondazione il 1256 o 1258).
Se i sipontini che vivono presso la palude svolgono anche attività economica e mercantile, necessariamente dovevano avere uno sbocco marittimo e portuale.
Ed è noto che, già in epoca romana, Siponto era un buon porto per l’estrazione di frumento verso i Balcani, che una classe mercantile si annovera nelle “Vitae” di S. Lorenzo e nelle esenzioni di Teodorico.
Ma anche negli anni che stiamo analizzando non mancano notizie sul porto sipontino. Per il Sarnelli, Boemondo, principe di Taranto, il 1095 parte per la crociata utilizzando anche navi sipontine.

Il 22 ottobre 1174, Alessandro III è a Siponto e, nel 1176-1177, secondo il Sarnelli, dal porto di Siponto si imbarca per Venezia.
Riferisce J. M. Martin: “Un secolo più tardi (il 12 agosto 1231), una tariffa doganale stabilita per Siponto rievoca l’esportazione di tessuti di lino e di seta, di formaggio, castagne, noci, nocciole, mandorle (cioè di prodotti non esclusivamente locali) e l’importazione di pepe, incenso, mastice, zenzero, anche di lino e di lana d’oltremare”.
Nel porto di Siponto, nel 1240, i Veneziani bruciano ed affondano alcune galee siciliane di Federico II.
Nello stesso porto si hanno avvenimenti che riguardano i fratelli di Manfredi, re Enrico (1242) inviatovi come prigioniero del padre Federico II, lo stesso imperatore che, nel 1245, vi si imbarca per raggiungere Aquileia, Corrado IV, sbarcatovi nel 1252. E lo stesso Manfredi deve fronteggiare lo sbarco del suo nemico, Bertoldo di Hohenburg (1255).
E sempre Manfredi, prima come vicario del regno (1257), e poi come sovrano (?) (1259-1261), concede dei fondaci ai Genovesi nel porto di Siponto.
Alla luce di tutto questo possiamo affermare che Manfredi probabilmente ha solo dato delle concessioni fiscali a chi abitava in un nuovo sito a poca distanza dalla vetere Siponto, e che gli Angioini hanno dato dignità al nucleo urbano costruendo il Castello, la Cattedrale, le mura ed altri edifici pubblici ormai demoliti dopo il sacco urbanistico degli anni ’60 del XX secolo.
Dimenticavamo del quadro di Manfredo… ma forse quella è ancora un’altra storia.
Giovanni Ognissanti
…i geni copiano, i mediocri imitano

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