Il flusso del tempo e la bellezza del mutamento: una riflessione sulle nostre coste di Vincenzo Rizzi

L’idea dell’immortalità ha da sempre affascinato l’animo umano: chi non ha mai sognato di poter cristallizzare per sempre il genio di un Michelangelo o di un Leonardo, o di trattenere eternamente accanto a sé le persone care? Eppure, questo desiderio di stasi, sebbene umanamente comprensibile, nasconde un’insidia mortifera. La Terra, infatti, è un organismo vivo e la vita stessa non è che un fluire ininterrotto di energia e trasformazione. Cercare di fermare questo movimento significa, paradossalmente, negare la vita.

Oggi ci troviamo a dover elaborare il “lutto” per il crollo di un arco naturale nel Salento foriero di paure per l’erosione che colpisce le falesie della nostra Puglia, ma dobbiamo ricordare che quelle stesse forze distruttrici sono le medesime che hanno generato tali meraviglie. Recentemente, si sono levati appelli per chiedere interventi politici volti a creare una sorta di “modello Dorian Gray” per la natura, nel tentativo di preservare artificialmente ciò che è destinato a mutare. Ricordo come, già nei primi anni Duemila, simili spinte rischiarono di trasformare luoghi iconici come Baia Vignanotica in un insieme di reti metalliche e cemento armato. Fortunatamente, l’intervento del comitato tecnico del Parco Nazionale del Gargano di cui io ero componete impedì quello scempio: l’intento nobile di “salvare” l’opera d’arte naturale l’avrebbe di fatto uccisa, trasformandola irreversibilmente.

Dobbiamo interrogarci profondamente: vogliamo davvero fermare le lancette del tempo? Vogliamo imbalsamare le forze modellatrici che ogni giorno scolpiscono il nostro territorio? Le conseguenze di un simile approccio sono visibili nel confronto tra due volti:

• Il volto del contadino: segnato da rughe profonde, arse dal sole ma incredibilmente espressive, dove ogni segno racconta una storia e una dignità che lo rende una vera opera d’arte.

• Il volto della stasi: quei visi gonfi e privi di espressione di chi, nel tentativo illusorio di sconfiggere il tempo, ha finito per perdere la propria identità e la propria vitalità espressiva.

Lo stesso vale per il nostro paesaggio costiero. La scienza e la filosofia ci insegnano che il “panta rhei”, il tutto scorre, è l’unica costante. La bellezza continuerà a esistere e a rigenerarsi proprio sotto l’azione brutale e vitale delle forze della terra. L’unica azione politica e civile davvero seria non è la costruzione di barriere, ma il rispetto del limite: dobbiamo imparare ad arretrare, ad abbandonare quelle aree dove la natura esercita la sua sovranità, permettendo così la nascita di nuove forme e nuovi equilibri. Cercare di fermare il moto ondoso o l’erosione con la forza del cemento è un disastro culturale prima ancora che ambientale, perché significa, in ultima analisi, tentare di fermare la vita stessa. Viviamo la naturalità del nostro territorio con la consapevolezza che la bellezza è un processo, non un oggetto statico da possedere

Riflessione di Vincenzo Rizzi sui suoi canali social

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