Il nome di Emanuela Orlandi è diventato, nel tempo, qualcosa di più di una scheda di “persona scomparsa”. È un’icona, la fotografia in bianco e nero che continua a bussare alla coscienza italiana e vaticana. Il 22 giugno 1983, una quindicenne cittadina vaticana sparisce nel tragitto tra una scuola di musica e la sua casa oltre le mura leonine. Da allora il suo destino si è intrecciato con tutto ciò che nell’immaginario collettivo rappresenta il lato oscuro della Repubblica: servizi segreti, terrorismo internazionale, banda della Magliana, scandali finanziari, pedofilia, Vatileaks, depistaggi di Stato. Nel corso di oltre quarant’anni, il caso ha generato due inchieste giudiziarie italiane archiviate, nuove indagini riaperte nel 2023 da Vaticano, Procura di Roma e da una Commissione parlamentare bicamerale, e un’infinità di piste, ipotesi, falsi indizi e testimoni rivelatisi inattendibili. Ogni nuova svolta ha promesso una verità definitiva, salvo poi dissolversi nella nebbia. Il risultato è il più grande cold case italiano del dopoguerra, dove spesso la parola “mistero” ha finito per sostituire quella, più scomoda, di “fallimento investigativo”.
Questo dossier ripercorre l’intero labirinto, dall’identità di Emanuela e della sua famiglia al contesto esplosivo della Roma anni Ottanta, dalle telefonate di Pierluigi, Mario e soprattutto dell’“Amerikano” alle rivendicazioni arrivate da Boston al corrispondente CBS Richard Roth, fino al ruolo ambiguo di Marco Accetti e alle menzogne dell’autoproclamato agente segreto Luigi Gastrini, alias “Lupo”. In questa inchiesta rielaboriamo criticamente le cronologie sulla sparizione di Emanuela Orlandi, le analisi del Corriere della Sera sui misteriosi messaggi inviati a Richard Roth da Boston e le letture spesso controcorrente di Pino Nicotri su Blitz Quotidiano, che in maniera appassionata e professionale ha dedicato anni a smontare piste ritenute “spettacolari” ma poco solide.
A questo si aggiungono gli sviluppi più recenti: l’episodio del cimitero teutonico, le indagini sulle ossa trovate in Vaticano, e soprattutto i nuovi scavi sotto la Casa del Jazz, l’ex villa di Enrico Nicoletti, cassiere della banda della Magliana, dove oggi si cercano i resti del giudice Paolo Adinolfi e, secondo alcune suggestioni, forse anche quelli di Emanuela. Questa non è un’ennesima cronaca del “mistero Orlandi”, ma un tentativo di rimettere in fila, con freddezza, ciò che è accertato, ciò che è plausibile e ciò che nasce solo da depistaggi, fantasie o interessi di parte. Proprio perché, dietro le mille narrazioni, resta un punto fermo: una ragazza di 15 anni, una famiglia ferita e una verità che qualcuno continua a mancare o a evitare.
Una ragazza vaticana nella Roma degli anni Ottanta
Emanuela Orlandi nasce e cresce in Vaticano, figlia di un dipendente laico della Santa Sede. È cittadina vaticana, ma la sua vita quotidiana è quella di una teenager romana: scuola, amiche, musica, qualche ritardo, piccoli conflitti familiari. Frequenta la scuola di musica in piazza Sant’Apollinare, studia flauto traverso, ha un saggio di canto in programma. È una ragazza di classe media, senza elementi che facciano pensare a mondi oscuri o a doppie vite segrete. La Roma che le sta intorno non è però una città qualsiasi. È la capitale di un Paese ancora sotto shock per gli anni di piombo, segnata dal sequestro Moro, dai delitti politici, dalla violenza diffusa, dalla presenza di organizzazioni criminali ramificate.
La Banda della Magliana domina l’hinterland romano, intrecciando rapporti con ambienti politici, servizi deviati, logge massoniche e finanziarie opache. In questo stesso universo si muovono personaggi come Roberto Calvi, il Banco Ambrosiano, lo IOR e il suo presidente Marcinkus, in un intreccio di denaro, potere e fede che sembrava intoccabile. È in questo contesto esplosivo, dove sacro e profano si sfiorano e si contaminano, che la scomparsa di una ragazzina cittadina vaticana diventa immediatamente qualcosa di più di un semplice fatto di cronaca.
La sera del 22 giugno 1983 e le prime telefonate
Il 22 giugno 1983, Emanuela esce nel pomeriggio per andare alla lezione di musica a Sant’Apollinare. Non rientrerà mai più. Le prime ore vengono gestite come un normale caso di ritardo adolescenziale: si ipotizza che la ragazza si sia trattenuta con amici, i primi tentativi di denuncia vengono scoraggiati. Solo il giorno successivo la scomparsa viene formalizzata. Poi arrivano le telefonate. Prima quelle di “Pierluigi” e “Mario”, due uomini che parlano di una ragazza che dice di chiamarsi Barbara, che vende cosmetici e porta con sé un flauto. I dettagli che forniscono – l’astigmatismo, gli occhiali, il saggio di canto – coincidono in parte con la vita di Emanuela, ma il quadro rimane nebuloso.
Gli inquirenti e la famiglia cominciano a registrare ogni telefonata, in un clima che già sa di messa in scena. Il 3 luglio 1983 Giovanni Paolo II, durante l’Angelus, parla pubblicamente di Emanuela, aprendo di fatto la stagione delle “grandi piste”: da quel momento prevale l’ipotesi del sequestro politico, legato alla figura di Ali Ağca e ai Lupi Grigi. Pochi giorni dopo, il 5 luglio, arriva la prima chiamata dell’uomo con accento anglosassone, subito ribattezzato “Amerikano”. È lui a sistematizzare una narrazione terroristica, chiedendo uno scambio tra Emanuela e l’attentatore del Papa. La sua voce diventerà una delle ossessioni degli investigatori, degli inquirenti e – decenni dopo – dei periti fonici che cercheranno di identificarla. Già in quella prima stagione di telefonate, il caso Orlandi mostra la sua natura ambigua: tra vero e falso, tra chi vuole aiutare e chi, fin dall’inizio, sembra interessato soprattutto a spostare lo sguardo altrove.
L’Amerikano, Boston e il giornalista Richard Roth
L’“Amerikano” non è solo la voce che chiama la sala stampa vaticana e la famiglia Orlandi. È anche, in qualche modo, il regista di una sceneggiatura internazionale che passa per l’America. Tra settembre e dicembre 1983, quattro lettere, una cassetta audio e un cartoncino con un codice di trattativa riservata – “795-RNL” – vengono spediti da Boston al giornalista statunitense Richard Roth, corrispondente da Roma per la CBS. In quei messaggi si torna a rivendicare il sequestro di Emanuela e, in alcune versioni, anche quello di Mirella Gregori.
Il mittente insiste sulla pista politica, collegando la sorte delle ragazze al destino di Ali Ağca e inserendo nella trama anche riferimenti al cardinale statunitense Bernard Law e allo scandalo dei preti pedofili di Boston, in quella che diventerà una delle versioni più discusse e controverse: la cosiddetta “pista americana”. La scelta di un giornalista americano come destinatario di quei messaggi non è casuale. Roth, all’epoca, è un volto internazionale, con accesso privilegiato tanto ai palazzi romani quanto alle redazioni statunitensi.
Quei materiali, per anni, saranno citati come prova del coinvolgimento di ambienti USA e di una regia transatlantica del sequestro. Solo molto più tardi, con l’emergere di nuovi elementi e delle auto-accuse di Marco Accetti, si inizierà a considerare seriamente l’ipotesi che una parte di quel flusso di messaggi sia stata costruita in modo artificiale, a partire dall’Italia, per creare un diversivo perfetto. Le lettere a Roth e le cassette da Boston sono il cuore simbolico del romanzo nero internazionale che si è costruito sul caso Orlandi. Se siano anche il cuore della verità, però, è tutt’oggi tutt’altro che certo.
Banda della Magliana, Vaticano e il palcoscenico oscuro di Roma
Parallelamente alla pista internazionale, si consolida negli anni una lettura più “romana” del caso: quella che intreccia la scomparsa di Emanuela con la Banda della Magliana e i suoi rapporti con il Vaticano e l’Ambrosiano. La figura chiave in questo scenario è Enrico Nicoletti, il cosiddetto “cassiere” della banda, proprietario di diverse ville e terreni in città. Una di queste proprietà, confiscata alla mafia, diventerà anni dopo la Casa del Jazz, proprio il luogo sotto cui oggi si scava alla ricerca dei resti del giudice Paolo Adinolfi e, secondo alcune ipotesi mai provate, forse di Emanuela. Nel corso del tempo, diversi collaboratori di giustizia e testimoni collegano la sparizione di Emanuela a interessi interni alle mura leonine e a possibili scandali sessuali.
In alcune ricostruzioni, il boss Enrico De Pedis avrebbe agito come “esecutore” di un ordine arrivato da ambienti vaticani, forse per mettere a tacere situazioni compromettenti. Una registrazione resa pubblica nel 2022, attribuita a un ex membro della banda, parla esplicitamente di una richiesta proveniente dalla Segreteria di Stato per “sistemare la faccenda”. Questa pista, pur suggestiva, è sempre rimasta in una zona grigia: da un lato ci sono confessioni e racconti che sembrano incastrarsi nel quadro; dall’altro, la quasi totale assenza di riscontri oggettivi. È come se la Banda della Magliana fosse diventata, nel caso Orlandi, una sorta di “contenitore” dove gettare tutto ciò che non si riesce a dimostrare ma neppure a escludere.
Marco Accetti, il “telefonista” e il labirinto dei depistaggi
Nel 2013 la storia si arricchisce di un nuovo protagonista: Marco Fassoni Accetti, fotografo e cineasta con un passato segnato dall’investimento mortale del dodicenne Josè Garramon. Accetti si autoaccusa di aver avuto un ruolo centrale sia nella scomparsa di Emanuela sia in quella di Mirella Gregori. Fa trovare un flauto traverso in un deposito, sostenendo che sia quello appartenuto alla ragazza, e dichiara di essere stato la voce di “Mario” e dell’“Amerikano”, oltre che l’autore di vari messaggi alla stampa e alle istituzioni. La magistratura e diversi giornalisti inizialmente guardano a queste rivelazioni con cautela, sottolineando tratti di mitomania e il rischio di una nuova “fiction” costruita intorno al caso. Con il tempo, però, le perizie foniche sulle registrazioni originarie delle telefonate e sulla voce di Accetti diventano un elemento difficile da ignorare. Nel 2024 un’analisi tecnica parla di compatibilità tra il 78 e l’86% tra la voce del fotografo e quella non solo di “Mario”, ma anche dell’“Amerikano” e di chi legge un comunicato nella famigerata “cassetta delle sevizie” inviata all’epoca.
Le menzogne dell’agente «Lupo»
Un altro nome rientra più volte nell’elenco dei grandi depistaggi: quello di Luigi Gastrini, che si presenta nel 2011 come ex agente del SISMI con nome in codice “Lupo”, sostenendo di aver partecipato al rapimento di Emanuela e di sapere che la ragazza sarebbe viva, ricoverata e sedata in un istituto psichiatrico in Inghilterra. Aggiunge dettagli su un presunto passaggio a Bolzano e collega tutta la vicenda alle manovre di riciclaggio di denaro dello IOR e al crack del Banco Ambrosiano. Le sue dichiarazioni, rese anche in TV, riaccendono la cosiddetta “pista londinese”, già affiorata in passato in altre forme.
Ma l’inchiesta su di lui finisce in modo netto: Gastrini non era un agente segreto, non aveva alcun ruolo nel SISMI e le sue affermazioni vengono ritenute frutto di pura invenzione. La Procura di Bolzano lo indaga per usurpazione di titoli e simulazione di reato, delineando il profilo di un uomo che ha deliberatamente approfittato di una tragedia familiare per mettersi al centro della scena.
Pino Nicotri controcorrente: la pista del tentato stupro
Tra le voci giornalistiche più controcorrente c’è quella di Pino Nicotri, che sul caso Orlandi ha scritto libri e numerosi articoli, molti dei quali pubblicati su Blitz Quotidiano. Negli ultimi anni, Nicotri ha delineato una lettura radicalmente diversa rispetto alle grandi narrazioni complottistiche: per lui, l’ipotesi più credibile non sarebbe un sequestro internazionale, ma un fatto di violenza sessuale degenerata, con conseguente morte di Emanuela e occultamento del cadavere in contesti molto più “normali” e vicini alla quotidianità della ragazza. Nicotri mette in discussione la possibilità di un rapimento “da manuale” in zona Senato, nel pieno centro di Roma e in anni ancora segnati dal terrorismo, ricordando le testimonianze dell’amica Laura Casagrande, che vede Emanuela allontanarsi da sola dopo la scuola di musica.
Sottolinea che, in uno scenario del genere, sarebbe più plausibile un adescamento seguito da un’aggressione sessuale, magari da parte di qualcuno che la ragazza conosceva o che frequentava le sue stesse zone. Negli articoli più recenti, Nicotri è durissimo anche con la spettacolarizzazione del caso, parlando apertamente di “Emanuela Orlandi Show” per descrivere il proliferare di docuserie, special televisivi, montaggi di voci anonime e ricostruzioni sempre più fantasiose che, a suo dire, finiscono per allontanare l’opinione pubblica dai fatti e dai pochi elementi realmente verificabili. La pista Nicotri non è mai stata dimostrata, ma ha il merito di riportare lo sguardo su qualcosa che spesso si dimentica: la possibilità che, dietro i palcoscenici internazionali e i complotti da romanzo, ci sia “solo” la brutalità di un crimine sessuale coperto da un contesto di omertà e di paura.
Tombe, ossa e silenzi: il cimitero teutonico e le altre piste vaticane
La dimensione vaticana del caso non è solo biografica e politica; è anche fisica, fatta di tombe, ossari e sotterranei. Nel 2019 l’attenzione mediatica si concentra sul cimitero teutonico, all’interno delle mura vaticane, dopo una segnalazione anonima alla famiglia Orlandi che indica le tombe di due principesse tedesche come possibile luogo di sepoltura di Emanuela. Le tombe vengono aperte, ma risultano vuote; in seguito, materiali ossei rinvenuti in un’area adiacente vengono analizzati con datazioni al radiocarbonio, rivelandosi però troppo antichi – in alcuni casi di oltre un secolo – per poter appartenere alla ragazza scomparsa nel 1983. L’episodio si chiude ufficialmente nel 2020 con l’archiviazione del procedimento: le ossa del Teutonico non sono di Emanuela. Resta però il dato simbolico di un Vaticano che, dopo anni di apparente immobilismo, accetta di mettere mano ai propri sepolcri e sotterranei, seppure con risultati deludenti sul piano investigativo. È come se le pietre della Città-Stato fossero diventate esse stesse un personaggio del caso, chiamate periodicamente a “testimoniare” e puntualmente deludere.
Nel 2023, la decisione di riaprire formalmente l’indagine interna sul caso Orlandi da parte del promotore di giustizia vaticano viene letta come un segnale di discontinuità, complice anche la pressione dell’opinione pubblica e delle piattaforme globali dopo la docuserie Netflix “Vatican Girl”, che ha riportato alla luce vecchie e nuove testimonianze, tra cui quella di un’amica di Emanuela su presunte attenzioni sessuali di un alto prelato.
La Casa del Jazz, il giudice Adinolfi e il ritorno dei fantasmi
Negli ultimi mesi un nuovo luogo è entrato nella geografia mentale del caso Orlandi: la Casa del Jazz, in viale di Porta Ardeatina, ex Villa Osio. Oggi è uno spazio culturale celebrato per concerti e festival, ma il suo passato è molto meno rassicurante: la villa fu confiscata a Enrico Nicoletti, cassiere della Banda della Magliana, e trasformata in simbolo di riscatto civile.
Nel 2025, l’area sotto la Casa del Jazz torna all’attenzione delle cronache per motivi ben diversi dalla musica. La Procura dispone nuovi scavi nelle gallerie sotterranee, alla ricerca dei resti del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994 e mai ritrovato. L’ipotesi è che il magistrato, che si era occupato di alcune inchieste toccando interessi economici delicati, possa essere stato ucciso e sepolto proprio lì, in un terreno un tempo associato a Nicoletti.
Come spesso accade, appena si scava a Roma per cercare qualcuno, riemerge anche il nome di Emanuela. Il fratello Pietro Orlandi racconta di un magistrato che, in passato, gli avrebbe confidato la possibilità che anche il corpo della sorella potesse trovarsi sotto la Casa del Jazz. La sua avvocata, Laura Sgrò, invita alla prudenza, ricordando che, al momento, siamo nel campo delle suggestioni più che dei fatti. E tuttavia alcuni articoli, come quelli di Mow e di altre testate, sottolineano il “nuovo” legame simbolico tra la villa confiscata al cassiere della Banda della Magliana e il mistero Orlandi, rilanciando l’idea che un giorno, in quei sotterranei, potrebbero emergere resti collegati al 1983. Ad oggi, però, non ci sono prove oggettive di un collegamento diretto tra gli scavi per Adinolfi e il caso Orlandi. Siamo davanti all’ennesimo esempio di come il nome di Emanuela sia ormai diventato un riflesso automatico, un’eco che risuona ogni volta che Roma tocca i suoi strati più oscuri.
Le piste di Fabrizio Peronaci: il Ganglio occulto
Nel panorama delle ricostruzioni sul caso Orlandi, l’ipotesi elaborata da Fabrizio Peronaci, cronista di nera del Corriere della Sera, è una delle più strutturate e, allo stesso tempo, più complesse. Il cuore del suo lavoro è il libro-inchiesta Il ganglio. Un supertestimone, il sequestro Orlandi e un gruppo di potere occulto negli anni della guerra fredda in Vaticano (Fandango Libri, 2014), dove il giornalista tratteggia l’idea di un vero e proprio “nervo” nascosto del potere: un gruppo trasversale, composto da spezzoni di servizi segreti, ambienti vaticani, criminalità organizzata e interessi internazionali, che avrebbe usato il rapimento di Emanuela e quello di Mirella Gregori come strumento di pressione in piena stagione di Guerra fredda.
Peronaci parla di un “doppio sequestro” che legherebbe indissolubilmente le due sparizioni del 7 maggio e del 22 giugno 1983. Nella sua ricostruzione, Mirella sarebbe stata prelevata in zona Porta Pia e condotta in un appartamento di via di Santa Teresa, mentre Emanuela sarebbe stata portata in un convento alle pendici del Gianicolo. In questo scenario entrano in gioco nomi pesanti: il boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis, un terrorista turco legato ai Lupi Grigi, una giovane tedesca vicina alla Stasi e lo stesso Marco Fassoni Accetti, che negli anni successivi si autoaccuserà del ruolo di “telefonista” e “regista” dei depistaggi.
Secondo la lettura di Peronaci, il movente principale del “ganglio” sarebbe stato quello di ottenere da Ali Ağca una ritrattazione delle accuse ai cosiddetti “bulgari mandanti” dell’attentato a papa Giovanni Paolo II del 1981. In cambio, al terrorista veniva prospettata la possibilità di ottenere la grazia. Il rapimento di Emanuela e Mirella – sempre secondo questa ipotesi – sarebbe stato presentato ad Ağca come un’arma di ricatto sull’Italia e sul Vaticano, tanto che il turco, pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela, effettivamente ritrattò parte delle sue accuse.
Un elemento centrale del libro è l’uso sistematico di “codici” nelle comunicazioni tra il presunto gruppo di ricatto e le istituzioni: numeri, date e cifre che rimanderebbero al terzo segreto di Fatima, all’attentato del 13 maggio 1981 e alle apparizioni mariane, in un intreccio simbolico che unisce devozione popolare, geopolitica vaticana e operazioni coperte. Peronaci sostiene che nel dialogo tra il “ganglio” e i suoi interlocutori – Vaticano, Stato italiano, media, servizi, malavita – sarebbero stati utilizzati decine di codici, al punto da trasformare la stessa vicenda Orlandi-Gregori in una sorta di messaggio cifrato, destinato a chi era in grado di decodificarlo.
Un altro passaggio forte riguarda il tema della pedofilia e del ricatto sessuale: negli interrogatori a carico di Marco Fassoni Accetti emergerebbe l’esistenza, all’interno di un dicastero vaticano, di un archivio di circa 15.000 diapositive raffiguranti ragazze e ragazzi dai 16 ai 30 anni. Secondo quanto riportato da Peronaci, tra quelle immagini sarebbero state inserite anche diapositive di Emanuela e Mirella, da utilizzare per gettare discredito o esercitare ricatto su alcuni ecclesiastici. È un quadro che si salda con la pista dei festini e delle presunte coperture interne, ma che rimane altamente controverso e privo, ad oggi, di riscontri giudiziari definitivi.
Il lavoro di Peronaci non si esaurisce nel solo Ganglio: il giornalista è coautore con Pietro Orlandi del libro Mia sorella Emanuela, che, pur mantenendo un taglio più personale e biografico, insiste sulla chiave del ricatto al Vaticano legato all’attentato al papa e ai possibili pass legati all’ufficio di Ercole Orlandi, padre di Emanuela, che avrebbero consentito ad Ağca o ai suoi complici di avvicinare Giovanni Paolo II. Alcune analisi riconoscono a Peronaci il merito di aver messo in luce la dimensione “internazionale” del caso, spingendo oltre la semplice pista Banda della Magliana e riportando il fulcro del giallo nel cuore della Guerra fredda vaticana.
In sintesi, l’ipotesi di Peronaci è che il sequestro di Emanuela e Mirella non sia un semplice episodio di cronaca nera, ma il tassello di una grande operazione di intelligence e contro-intelligence, in cui criminalità romana, ambienti dell’Est europeo e settori delle istituzioni religiose e statali si sarebbero intrecciati in un gioco sporco di pressioni, ritrattazioni e depistaggi. È una costruzione affascinante e cupa, che ha il pregio di tenere insieme molti dati dispersi, ma che resta, a livello probatorio, nel campo delle ipotesi investigative e del giornalismo d’inchiesta, non in quello delle verità giudiziarie consolidate.
La lettura storica di Rossella Pera
Accanto al filone di Peronaci, negli ultimi anni si è imposta una lettura originale e molto discussa firmata dalla storica Rossella Pera, autrice di una lunga serie di articoli sul quotidiano online La Giustizia dedicati alle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. In testi come Caso Orlandi. Le conclusioni di una storica, Roma 1983: le ragazze scomparse e Caso Orlandi-Gregori: le audizioni inevase, Pera costruisce una narrazione che unisce metodo storico, analisi documentale e attenzione alle vittime, spingendosi però verso un’ipotesi molto netta e, per molti, esplosiva.
La tesi che l’autrice considera più plausibile parte da un punto chiave: le confidenze che Emanuela avrebbe fatto a un’amica sulle attenzioni troppo insistenti di un alto prelato, nei giardini vaticani, a pochi mesi – o, secondo altre ricostruzioni, pochi giorni – dalla scomparsa. La stessa pista delle “attenzioni” di un ecclesiastico di rango verso la quindicenne è stata ripresa da altre fonti giornalistiche e, più di recente, dalla docuserie Netflix Vatican Girl, diventando uno dei cardini delle ipotesi di abuso e pedofilia all’interno delle mura leonine.
Secondo Pera, due sono gli snodi essenziali. Primo: Emanuela sarebbe finita nel mirino di un alto prelato che ne avrebbe commissionato l’adescamento attraverso intermediari, con l’obiettivo di trascorrere con lei alcuni giorni lontano da occhi indiscreti. Secondo: per evitare che la ragazza potesse riconoscere luoghi e persone, le sarebbero state somministrate sostanze in modo “costante e massiccio”, spostandola di luogo in luogo per confonderne i ricordi. In questa prospettiva, la morte di Emanuela non sarebbe il risultato di un omicidio premeditato, ma la conseguenza tragica di una somministrazione di droghe mal gestita, incapace di tenere conto del corpo fragile di una quindicenne.
Una volta avvenuto il decesso, sempre secondo l’ipotesi Pera, entrerebbe in gioco il meccanismo del depistaggio. L’episodio, avvenuto in un contesto imbarazzante per la gerarchia ecclesiastica, sarebbe stato coperto da apparati interni al Vaticano con il concorso di strutture esterne – criminali, politiche, forse anche legate ad ambienti dei servizi – interessate a trasformare quel dramma privato in un’occasione di ricatto e pressione sulla Santa Sede. In altre parole: un “errore” originario, legato ad abusi sessuali, verrebbe inglobato in un gioco più ampio, dove l’occultamento del corpo all’interno delle mura leonine diventa il punto di partenza di una lunga catena di telefonate anonime, piste internazionali, narrazioni sul Banco Ambrosiano e sul terrorismo.
Pera stessa ammette che una parte di questa costruzione si fonda su suggestioni e deduzioni, più che su prove documentali rigide: in uno dei passaggi conclusivi, la giornalista dichiara di essere “abbastanza convinta” che, se di corpo bisogna parlare, esso si trovi dentro il Vaticano, pur riconoscendo che la sua è una convinzione sorretta da indizi e non da una prova dirimente. Allo stesso tempo, nelle sue analisi insiste su aspetti precisi e controllabili: le contraddizioni nelle note dei servizi, le audizioni mai svolte, figure chiave come la “profumiera” collegata al caso Gregori e la scarsa esplorazione di alcune piste che riguardano l’adescamento di minorenni nella Roma dei primi anni Ottanta.
La narrazione di Rossella Pera si pone così a metà strada tra la ricostruzione storica e la drammaturgia civile: da un lato, un lavoro minuzioso su atti, note SISDE, documenti AISI e lacune nelle indagini; dall’altro, una visione complessiva in cui la scomparsa di Emanuela appare come il risultato di un intreccio tra violenza patriarcale, abuso di potere e opportunismi criminali. Non è un caso che i suoi articoli abbiano suscitato dibattito: nei commenti ospitati dallo stesso quotidiano, alcuni lettori e studiosi contestano la mancanza di “riscontri oggettivi” sulla figura dell’alto prelato e sull’ipotesi di una morte accidentale in un contesto sessuale, giudicando la costruzione “più da romanzo che da verità processuale”.
Resta il fatto che, nel mosaico infinito del caso Orlandi, il merito della Pera è quello di introdurre un elemento importante: riportare il corpo della vittima al centro dell’analisi, prima ancora delle grandi trame geopolitiche. La domanda implicita, dietro le sue pagine, è semplice e terribile: cosa accade, in concreto, a una quindicenne che diventa oggetto del desiderio illecito di un potere abituato a non dover rendere conto a nessuno?
“Vatican Girl”: il caso Orlandi nel laboratorio del true crime
Nell’ultimo decennio il caso Orlandi ha conosciuto una nuova, poderosa ondata di attenzione grazie al successo internazionale del true crime. Il punto di svolta, dal punto di vista mediatico, è rappresentato da “Vatican Girl – La scomparsa di Emanuela Orlandi”, docuserie Netflix in quattro episodi prodotta dalla britannica RAW e diretta da Mark Lewis, già premiato per Don’t F**k with Cats. Annunciata nel 2022 e lanciata sulla piattaforma il 20 ottobre di quello stesso anno, la serie è stata presentata da siti come Cinefilos, GQ Italia e testate femminili come alfemminile come uno dei prodotti di punta del filone crime europeo.
La struttura di Vatican Girl segue un impianto cronologico: parte da chi era Emanuela – la “ragazza con la fascetta”, quindicenne romana, figlia di un dipendente della Prefettura della Casa Pontificia – rievoca il pomeriggio del 22 giugno 1983, la scuola di musica in piazza Sant’Apollinare, la telefonata a casa con l’offerta di lavoro per una nota ditta di cosmetici, e ricostruisce poi l’escalation di appelli, manifesti e telefonate anonime che porteranno il caso sulle prime pagine di mezzo mondo. Proprio i manifesti con il volto di Emanuela sono uno dei fili visivi costanti della serie.
Il valore aggiunto della docuserie, però, non è soltanto nella messa in scena. Vatican Girl raccoglie nuove interviste con la famiglia Orlandi – in primis Pietro, che è quasi co-protagonista – e con testimoni che, fino a quel momento, non avevano mai parlato in camera. Tra questi spicca una compagna di classe di Emanuela, che riferisce la confidenza della ragazza sulle presunte avances di un “altissimo prelato” incontrato all’interno delle mura vaticane: un racconto che “l’avrebbe turbata profondamente alla vigilia della scomparsa”, come ha ricordato anche la stampa generalista analizzando la docuserie e che si salda con le ipotesi sulla pista della pedofilia vaticana portate avanti da diversi autori, tra cui l’avvocata Laura Sgrò e la stessa Rossella Pera.
Vatican Girl non propone una “verità finale”, ma amplifica alcune direttrici precise: insiste sulla pista vaticana e sulla pedofilia di alto livello, sulla possibilità che Emanuela sia stata adescata non in quanto cittadina qualunque, ma proprio in quanto figlia di un dipendente vaticano, e su un sistema di coperture che avrebbe lavorato per decenni a tenere lontana la parola “abuso” dal cuore della Chiesa. In questo senso, la serie si colloca nel pieno della trasformazione del true crime in prodotto globale: un format che, come ricostruiscono anche studi accademici dedicati al genere, trasforma casi giudiziari irrisolti in narrazioni seriali ibride, a metà tra inchiesta, spettacolo e memoria collettiva.
Il risultato è ambivalente. Da un lato, Vatican Girl ha contribuito a rilanciare il caso sulle agende istituzionali: dopo l’uscita della docuserie, il Vaticano ha aperto un fascicolo interno e la magistratura italiana ha riattivato alcuni filoni d’indagine, mentre il Parlamento ha istituito una commissione sul caso Orlandi-Gregori. Dall’altro, la serie ha alimentato un’ulteriore stratificazione di ipotesi, suggestioni e “piste” che rischiano di trascinare il caso in un eterno presente mediatico, dove la soglia tra esigenza di verità e consumo di intrattenimento diventa sempre più sottile.
Il doppio collegamento Orlandi–Gregori
Quando si parla di Emanuela Orlandi, il nome di Mirella Gregori arriva sempre subito dopo. Eppure le due ragazze non si conoscevano, vivevano in quartieri diversi, avevano famiglie e contesti sociali lontani: una figlia di un messo pontificio, l’altra figlia del gestore di un bar in via Nomentana. A unirle non fu un legame personale, ma una combinazione di tempo, luogo e soprattutto di telefonate anonime che, nell’estate del 1983, decisero di cucire insieme le due sparizioni. Mirella scompare il 7 maggio 1983, dopo essere uscita di casa per un appuntamento con un presunto “Alessandro” annunciato al citofono; Emanuela svanisce 40 giorni dopo, il 22 giugno, sulla strada tra la scuola di musica e il Vaticano.
Entrambe hanno 15 anni, entrambe spariscono a Roma, entrambe dopo aver annunciato un piccolo impegno pomeridiano che sembra innocuo: un incontro, una proposta di lavoro, un appuntamento vicino casa. Queste coincidenze cronologiche e anagrafiche sono il primo livello del collegamento, quello “di superficie”, che induce la Procura ad aprire fin da subito un fascicolo unico e che spingerà, quarant’anni dopo, il Parlamento a creare una sola commissione d’inchiesta per i due casi. Il salto di qualità arriva però nell’agosto 1983, con la scena ormai dominata dalle telefonate dell’“Amerikano” e dai comunicati di un sedicente Fronte di liberazione turco anticristiano “Turkesh”.
Il 4 agosto un messaggio recapitato all’ANSA di Milano promette la liberazione di Emanuela in cambio della scarcerazione di Mehmet Ali Ağca, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II. Nello stesso testo, il gruppo cita per la prima volta anche Mirella, chiedendo “informazioni” su di lei e dichiarando che la libereranno “a queste condizioni”. Da quel momento, i due nomi diventano inseparabili nei fax e nelle telefonate dei presunti rapitori: Turkesh e lo stesso Amerikano sosterranno di avere in ostaggio sia Emanuela che Mirella, come se le due ragazze formassero un unico “pacchetto” di ostaggi. Il ruolo dell’Amerikano è cruciale. In una delle chiamate destinate alla famiglia Gregori, l’uomo con accento straniero dà prova di conoscere nei dettagli i vestiti indossati da Mirella al momento della sparizione, biancheria compresa: un particolare che gli investigatori considerano, ancora oggi, uno dei pochissimi elementi ad avere un effettivo peso di verosimiglianza nel mare dei depistaggi.
Proprio questo livello di conoscenza porta a consolidare l’idea di una regia unica dietro le due sparizioni, tanto che, nelle cronache ricostruite da Fabrizio Peronaci per il Corriere della Sera, le telefonate del misterioso uomo vengono indicate come “cemento” del collegamento Orlandi–Gregori. Su questo sfondo nasce la teoria del “doppio ricatto”: Emanuela, cittadina vaticana, sarebbe stata scelta come leva per far pressione su Giovanni Paolo II; Mirella, cittadina italiana, come grimaldello per coinvolgere il Quirinale. Il presidente Sandro Pertini viene infatti esplicitamente tirato in ballo nei comunicati, fino a spingerlo, il 20 ottobre 1983, a un appello pubblico per la liberazione di entrambe le ragazze. In questa logica binaria, il sequestro doppio avrebbe la funzione di tenere sotto scacco simultaneamente due Stati e due capi di Stato, all’interno di un quadro segnato dalla Guerra fredda e dall’affaire Ağca. Col passare degli anni, però, la lettura del collegamento si sdoppia.
Da una parte c’è la linea Peronaci, che nel libro Il ganglio e in vari articoli parla di un vero e proprio “doppio sequestro” orchestrato da un gruppo di potere ibrido – servizi, criminalità, apparati vaticani – con un movente politico ben preciso: ottenere dal terrorista turco una ritrattazione sulle accuse ai “bulgari” per l’attentato del 1981 in cambio della promessa di libertà. In questa visione, Mirella ed Emanuela sarebbero state tenute vive in luoghi diversi (un appartamento per la prima, un convento alle pendici del Gianicolo per la seconda), ma rientranti in una medesima strategia di pressione sulla Santa Sede e sull’Italia. Dall’altra parte c’è la posizione più scettica, quella cristallizzata già nel 1997 dalla giudice Adele Rando nella prima ordinanza di archiviazione: lì si scrive che “l’accostamento dei due casi è arbitrario e strumentale”, sottolineando come in quattordici anni di indagine non sia emerso alcun riscontro oggettivo a una matrice comune.
Una lettura ripresa anche da alcuni studiosi e giornalisti critici, secondo i quali il collegamento sarebbe stato cavalcato – e in parte costruito – dai medesimi ambienti che hanno orchestrato le telefonate e i comunicati, magari per sfruttare l’eco emotiva creata da un famoso articolo di Panorama del 1° agosto 1983, intitolato “Emanuela e le altre”, che elencava vari casi di ragazze scomparse a Roma, tra cui Mirella, e che precede di soli tre giorni il primo comunicato di Turkesh in cui il nome Gregori compare accanto a quello di Orlandi.
Oggi la commissione parlamentare d’inchiesta tratta i due fascicoli come parte di un’unica grande storia, forte di nuove audizioni e di elementi emersi negli anni, inclusa l’autoaccusa di Marco Fassoni Accetti, che si è attribuito un ruolo da “telefonista” in entrambi i casi e ha parlato esplicitamente di un progetto unitario dietro le sparizioni delle due ragazze. Allo stesso tempo, l’istruttoria storica e giudiziaria continua a muoversi tra due poli: da un lato la suggestione del “doppio sequestro” come ingranaggio di una regia internazionale, dall’altro la possibilità che le due sparizioni siano state deliberatamente saldate a posteriori, per confondere le acque e trasformare due drammi distinti in un unico, enorme labirinto da cui è ancora più difficile uscire. In questo gioco di specchi, il collegamento Orlandi–Gregori resta una zona grigia: abbastanza forte da giustificare indagini congiunte, ma mai abbastanza solido da trasformarsi – finora – in una verità processuale condivisa.
La pista Turkesh e il ruolo ambiguo di Mehmet Ali Ağca
La pista “Turkesh” è una delle più celebri e controverse dell’intero caso Orlandi, perché porta il mistero della scomparsa di Emanuela nel cuore della geopolitica degli anni Ottanta, tra terrorismo internazionale, Guerra fredda e l’ombra lunga dell’attentato a Papa Giovanni Paolo II. Il 4 agosto 1983 l’ANSA riceve un comunicato firmato dal presunto “Fronte di liberazione turco anticristiano Turkesh”, gruppo di cui non esiste alcuna prova storica o operativa, ma che dichiara di detenere Emanuela e di volerla liberare in cambio della scarcerazione di Mehmet Ali Ağca, l’uomo che due anni prima aveva sparato al Pontefice. Il testo, oltre a richiedere il rilascio del terrorista, cita improvvisamente anche Mirella Gregori, affermando di voler “informazioni” su di lei e consolidando così una delle connessioni più durature e discusse tra i due casi.
Da quel momento in avanti, telefonate, cassette e rivendicazioni anonime attribuite all’Amerikano ripetono in varianti diverse il medesimo schema: le due ragazze sarebbero ostaggi di un commando internazionale filoturco che agisce per ottenere vantaggi politici e coperture diplomatiche per l’attentatore del Papa. Nel corso delle indagini, tuttavia, la pista Turkesh mostra crepe evidenti. Non esiste alcuna evidenza che un’organizzazione con quel nome abbia mai realmente operato; alcune cassette inviate ai media risultano manipolate; molti dettagli delle telefonate del presunto gruppetto appaiono costruiti per dare verosimiglianza a un impianto narrativo calibrato sulle paure internazionali dell’epoca. Eppure altre informazioni, come la conoscenza precisa di ciò che Mirella indossava il giorno della scomparsa, contribuiscono a rendere la pista ambigua, sospesa tra depistaggio e possibilità concreta. Nel mezzo di questo scenario si colloca la figura contraddittoria di Ağca, trasformato in simbolo politico e in merce di scambio.
Le rivendicazioni dei sedicenti rapitori lo pongono al centro del caso come “chiave” della liberazione di Emanuela, mentre lo stesso terrorista, negli anni, alimenterà ulteriormente la confusione inviando lettere alla famiglia Orlandi, arrivando a dichiarare, nel 2019, che Emanuela sarebbe viva e che dietro la sua sparizione si nasconderebbe un “intrigo internazionale” coperto da grandi potenze.
A rendere la pista ancora più intricata contribuisce un fatto storico che molti inquirenti hanno considerato significativo: pochi giorni dopo la scomparsa di Emanuela, l’attentatore del Papa ritratta alcune sue dichiarazioni sull’esistenza della cosiddetta “pista bulgara”, elemento che alimenta l’ipotesi di un collegamento tra il destino della ragazza e le pressioni internazionali legate al processo Ağca. Nonostante ciò, nelle successive archiviazioni la magistratura italiana definirà l’intera costruzione politico-terroristica «un’operazione di dissimulazione del reale movente», un artificio creato per spostare l’attenzione lontano da dinamiche molto meno geopolitiche e forse più interne alla città di Roma e al Vaticano. Oggi, la pista Turkesh e il ruolo di Ağca rappresentano una delle zone più dense del caso Orlandi, dove il confine tra realtà, manipolazione e suggestione resta labile, ma dove si comprende anche quanto la sparizione di una quindicenne possa essere stata utilizzata, da qualcuno, come pedina nel gioco più grande e opaco della politica internazionale di quegli anni.
Padre Amorth e l’ombra dei festini vaticani
Nel grande mosaico delle ipotesi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, una delle più clamorose e discusse è quella avanzata nel corso degli anni da padre Gabriele Amorth, storico esorcista della diocesi di Roma, figura carismatica ma allo stesso tempo umana e gioviale, al tempo presente come ospite in diverse trasmissioni televisive come Domenica In, Miesteri o Buona Domenica e amico di altre figure vicine all’argomento religioso-esorcistico come Arrigo Muscio, Simone Morabito o il controverso Christian Del Vecchio. Padre Amorth, in vita, era convinto che la quindicenne fosse rimasta vittima non di un sequestro politico o di una manovra internazionale, ma di ciò che definì senza mezzi termini “festini” organizzati all’interno delle mura vaticane. Nelle sue interviste, Amorth parlò di ambienti ecclesiastici frequentati da personaggi potenti, appartenenti sia al clero sia a gruppi esterni, che avrebbero sfruttato giovani e adolescenti in un contesto di abuso sessuale sistemico.
Amorth Sostenne che Emanuela fosse stata adescata, condotta in un luogo sicuro per i partecipanti e poi rimasta coinvolta in un episodio degenerato, sfociato – secondo lui – in una morte accidentale, seguita da un occultamento del corpo all’interno del Vaticano. Le parole dell’esorcista, pronunciate quando era già uno degli uomini più noti della Curia per la sua guerra al male e ai demoni, furono accolte come una rivelazione esplosiva, perché aprivano un fronte completamente diverso rispetto a quello investigativo: non più terrorismo, servizi segreti e geopolitica, ma il cuore segreto di certe dinamiche interne, quelle che nessun tribunale né commissione parlamentare ha mai potuto verificare, ma che circolavano da anni sussurrate in corridoi e sacrestie.
Amorth dipingeva un Vaticano attraversato da correnti oscure, dove la fragilità di una ragazza come Emanuela poteva incontrare, per una serie di incastri casuali e terribilmente quotidiani, l’arbitrio di uomini immensamente più potenti di lei. La sua convinzione – ribadita per anni – era che non bisognasse cercare la verità oltre oceano o nelle periferie criminali romane, ma dentro il perimetro delle mura leonine, in quegli spazi nascosti e difficili da controllare in cui, a suo dire, gruppi ristretti avrebbero organizzato incontri segreti, protetti da fedeltà incrociate e da una tradizione ultrasecolare di riservatezza. Nonostante l’impatto mediatico, nessuna delle sue affermazioni ha mai trovato riscontri processuali; eppure sono diventate parte integrante dell’immaginario collettivo legato al caso Orlandi, tanto da anticipare, anni prima, le piste sugli abusi e sulle ipotesi di copertura interna che emergeranno in documentari, libri e testimonianze successive.
La voce di padre Amorth resta così uno degli snodi più inquietanti del racconto: non un depistatore, non un testimone diretto, ma un uomo che conosceva come pochi le pieghe interne della Curia romana e che, nel suo ruolo, aveva raccolto confessioni, sospetti e confidenze che difficilmente sarebbero arrivate ad altri. La sua teoria, pur priva di prove materiali, ha contribuito a riportare al centro del caso una domanda semplice e radicale, che continua a inquietare anche oggi: è possibile che la verità sulla fine di Emanuela Orlandi sia sempre stata dentro il Vaticano, nascosta non da un complotto internazionale, ma da un insieme di silenzi, responsabilità morali e segreti inconfessabili che nessuno, per quarant’anni, ha mai avuto il coraggio di scoperchiare?
La commissione parlamentare d’inchiesta
L’istituzione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori rappresenta uno dei passaggi più significativi nella storia giudiziaria e politica della vicenda, perché sancisce, per la prima volta, il riconoscimento ufficiale da parte dello Stato italiano che la scomparsa di Emanuela – e quella di Mirella – non può più essere trattata come un semplice cold case, ma come un nodo irrisolto nei rapporti tra Italia e Vaticano. La Commissione nasce nel 2023, dopo una lunga pressione dell’opinione pubblica e grazie anche all’eco internazionale generata dalla docuserie Vatican Girl. Il Parlamento decide così di aprire un’inchiesta autonoma, dotata di poteri speciali, con la possibilità di accedere a documenti classificati, convocare testimoni, interrogare funzionari dello Stato e chiedere atti alle autorità ecclesiastiche, introducendo un livello di profondità investigativa che né le procure né le commissioni interne vaticane avevano mai potuto raggiungere.
Fin dai primi mesi emerge la complessità del compito: la Commissione si trova davanti quarant’anni di racconti, depistaggi, testimonianze contraddittorie, versioni inattendibili e dossier incompleti. Come raccontato nelle prime relazioni provvisorie, non si tratta soltanto di riesaminare le piste tradizionali – l’Amerikano, Turkesh, la Banda della Magliana, il Vaticano, i possibili abusi e gli occultamenti – ma di valutarle in rapporto alla loro tenuta storica e giudiziaria, scartando ciò che negli anni è stato costruito ad arte, isolando gli elementi solidi e ricomponendo un quadro che non sia più deformato da quattro decenni di rumore mediatico. La Commissione si confronta anche con il problema politico-istituzionale più delicato: l’accesso ai documenti del Vaticano. Per la prima volta la Santa Sede si dichiara disponibile a collaborare, seppure entro limiti precisi, aprendo spiragli di trasparenza che fino agli anni precedenti erano considerati impensabili.
Nel clima teso delle audizioni, emergono nuove versioni, nuove reticenze e nuovi elementi che invitano a guardare oltre la superficie: spuntano nomi di prelati mai interrogati, note dei servizi rimaste per anni nei cassetti, contraddizioni nei documenti dell’epoca, richieste di chiarimenti sugli spostamenti di membri della sicurezza vaticana, collegamenti tra dossier finanziari e testimonianze dimenticate. La Commissione, più che un organo giudicante, diventa una lente collettiva che tenta di restituire alla vicenda la sua dimensione politica reale, andando oltre il folklore del “mistero italiano”.
La sua istituzione segna un passaggio storico perché rompe il patto silenzioso che, per decenni, aveva permesso ai due Stati di evitare lo scontro diretto sul caso Orlandi. È come se la Repubblica avesse finalmente deciso di guardare dentro quel punto cieco che per quarant’anni ha preferito ignorare. Resta da capire se la Commissione riuscirà davvero a produrre una ricostruzione univoca o se finirà, come spesso accade nella storia italiana, per aggiungere altri strati alla leggenda più che alla verità. Ma il suo valore simbolico è già enorme: dopo un tempo quasi infinito di omissioni, mezze parole, archiviazioni e depistaggi, lo Stato italiano ha finalmente riconosciuto che la scomparsa di Emanuela non è solo un dramma familiare, ma una ferita istituzionale, e che da quella ferita non si potrà uscire finché non verrà accertato, con nomi e responsabilità, cosa accadde davvero a una ragazza di 15 anni il pomeriggio del 22 giugno 1983.
Il giallo del diario
Quando si parla del “diario di Emanuela” oggi non si parla più di un oggetto fantasma, ma di un insieme di supporti concreti – soprattutto agende scolastiche e appunti sparsi – che negli ultimi anni sono diventati un vero campo di battaglia tra inquirenti, commissioni e media. Grazie alla pubblicazione, da parte del settimanale “Giallo”, di un documento riservato del Ministero dell’Interno inviato al questore di Roma nel luglio 1983, sappiamo che un’agenda di Emanuela fu “occasionalmente acquisita dal noto organismo”, cioè dai servizi segreti italiani, e consegnata alla polizia solo il 19 luglio, quasi un mese dopo la scomparsa.
Si trattava di fotocopie, non dell’originale, di un diario di scuola dell’anno 1982/83, con annotazioni di compagne di classe, tra cui una nota che alludeva a un presunto “Giovannino”, esplicitamente identificato come “G.P. II”, cioè Giovanni Paolo II, interpretata dagli stessi compagni – e dal Corriere della Sera – come uno scherzo adolescenziale sul Papa, non come prova di una relazione reale. Il fatto che quell’agenda sia rimasta per quasi un mese nelle mani dei servizi prima di arrivare agli inquirenti è uno dei punti più inquietanti: da quella cameretta gli agenti portarono via “tutto”, come ha ricordato Pietro Orlandi in Commissione, e il diario scolastico è solo ciò che sappiamo con certezza essere stato restituito.
Resta sospesa la domanda su che altro sia stato prelevato e mai più rientrato nel circuito investigativo. Pietro, intervistato da Fanpage.it, ha peraltro respinto con forza l’uso morboso di quelle pagine, sottolineando che non si trattava affatto di “diari segreti”, ma di normali diari scolastici «a portata di tutti», pieni di scherzi tra compagni, e definendo “storia vecchia e falsa” la lettura maliziosa delle frasi su presunti fidanzati o sul Papa, accusando certa stampa di voler calpestare la dignità di una quindicenne.
Negli ultimi mesi il “giallo del diario” si è arricchito di un ulteriore livello: durante le sedute della Commissione parlamentare d’inchiesta è emersa una pagina dell’agenda di Emanuela con un numero di telefono, 3455288, scritto accanto al nome “Federica” e alla frase “Indovina chi è?”. Quel particolare, rimasto a lungo sullo sfondo, è stato rilanciato da articoli di approfondimento che hanno messo in luce come, anni dopo, la stessa utenza sia finita all’emittente cattolica Telepace, molto vicina a Giovanni Paolo II, trasformando la nota di un diario scolastico in un possibile indizio di collegamenti con ambienti ecclesiastici e mediatici legati al Vaticano. In Commissione, il funzionario di polizia Lidano Marchionne ha però complicato il quadro: da un lato ha confermato che si parlò di un numero nel diario attribuito a una certa “Federica”, dall’altro ha ammesso che la Digos «il diario di Orlandi non lo ha mai acquisito formalmente» e che un interrogatorio dell’epoca fu basato su un numero sbagliato, diverso di una cifra da quello effettivamente annotato, mentre una senatrice ha persino sollevato il dubbio che il nome sul diario fosse in realtà “Federico” e non “Federica”.
A questo si aggiunge il capitolo degli spartiti musicali, diventati recentemente oggetto di attenzione della bicamerale e raccontati da inchieste come quelle di Fanpage.it: in un album di brani per flauto attribuito a Emanuela, quello stesso che un sedicente telefonista fece ritrovare in una busta a Porta Angelica pochi giorni dopo il rapimento, sono emersi appunti manoscritti della ragazza con i nomi e gli indirizzi di tre amiche – Laura Casagrande, Gabriella Giordani, Carla De Blasio – e il riferimento a una quarta ragazza mai identificata, una sorta di “amica segreta” su cui oggi si stanno facendo verifiche. Anche questi appunti, di fatto, sono pezzi di diario, fughe di penna che aprono squarci sulla rete relazionale di Emanuela e sulla sua vita alla scuola di musica.
Il “mistero del diario”, quindi, non è tanto l’assenza di un quaderno nascosto, quanto un groviglio di pagine scolastiche, agende e appunti che emergono a strappi, spesso filtrati dai servizi, dalla polizia e dai media, e che raccontano più di come sia stata gestita l’indagine che non del carattere di Emanuela. La distanza tra ciò che la ragazza scriveva con la leggerezza di un’adolescente e l’uso successivo di quelle righe come potenziali “prove” contro di lei o come grimaldelli per nuove ipotesi è, di per sé, un altro capitolo doloroso del caso Orlandi, dove anche un diario scolastico diventa terreno di scontro tra chi cerca la verità e chi, a distanza di quarant’anni, continua a manipolare ogni frammento di carta per piegarlo alla propria narrazione.
Marcinkus: l’uomo dello IOR al centro della ragnatela
La figura di Paul Casimir Marcinkus, arcivescovo statunitense e potentissimo presidente dello IOR dal 1971 al 1989, attraversa il caso Orlandi come un’ombra lunga, mai provata sul piano giudiziario ma costantemente evocata da fonti giornalistiche, testimonianze indirette, moventi plausibili e coincidenze tutt’altro che irrilevanti. Marcinkus è stato l’uomo chiave delle finanze vaticane negli anni più turbolenti dello IOR: l’epoca del Banco Ambrosiano, dei rapporti con Roberto Calvi, delle società off-shore, dei buchi miliardari, delle ambiguità con ambienti politici e con settori della criminalità romana. Quando Emanuela scompare, il Vaticano è investito in pieno da queste tempeste finanziarie e Marcinkus è al centro di un sistema di potere che sembra impermeabile a qualsiasi interferenza esterna.
Nel corso dei decenni, vari collaboratori di giustizia e alcune testimonianze rimaste senza riscontro hanno evocato l’ipotesi che la sparizione di Emanuela possa essere stata usata come leva di ricatto nei confronti di ambienti interni allo IOR, proprio nel momento in cui l’Ambrosiano stava implodendo tra debiti e segreti. L’ipotesi più nota è quella secondo cui la Banda della Magliana – in particolare la corrente vicina a Enrico Nicoletti ed Enrico De Pedis – avrebbe finanziato tramite lo IOR una parte delle operazioni di recupero del denaro perso nel crack Ambrosiano, e che il sequestro di una cittadina vaticana potesse servire a “ricordare” ai vertici della Chiesa impegni economici mai rispettati o promesse interrotte. In questo scenario, Marcinkus non è un mandante, ma l’epicentro di un debito mai estinto: l’uomo che controllava lo IOR in un momento in cui lo IOR era esposto a pressioni enormi, anche da ambienti criminali romani.
C’è poi un’altra pista, più sottile, che lega Marcinkus alla vicenda: quella che indica la possibilità che alcuni settori della Banda della Magliana avessero rapporti non solo economici, ma anche logistici con ambienti interni allo IOR. Negli anni, è stato più volte ripetuto che De Pedis fosse in rapporti privilegiati con “pezzi” del Vaticano, circostanza che portò addirittura alla sua sepoltura nella basilica di Sant’Apollinare, proprio accanto alla scuola dove Emanuela prendeva lezioni di musica. Il nome di Marcinkus ricorre spesso in questo contesto, non come figura direttamente coinvolta, ma come simbolo dell’intreccio perfezionato tra Chiesa, potere finanziario e criminalità organizzata: una rete in cui una quindicenne può diventare, suo malgrado, un ostaggio perfetto.
Il nodo più discusso resta il movente. Alcuni giornalisti, come quelli che negli anni hanno investigato il legame tra Ambrosiano e Vaticano, ritengono plausibile che una parte della scomparsa di Emanuela sia legata alla necessità di esercitare pressioni su Marcinkus affinché lo IOR si assumesse le responsabilità economiche del crac. Altri, più scettici, vedono nella sua figura un “capro espiatorio ideale”, l’uomo su cui proiettare tutte le ambiguità di un sistema finanziario opaco, senza che esista una vera traccia che colleghi l’arcivescovo alla sparizione della ragazza.
Nonostante ciò, la presenza di Marcinkus continua a riemergere ogni volta che si torna alle radici del caso Orlandi. È come se la sua immagine, quella del prelato alto e corpulento che per anni attraversò il Vaticano come un dirigente d’azienda più che come un vescovo, rappresentasse l’emblema di un’epoca in cui i confini tra sacro e profano, tra finanza e fede, tra moralità e potere, erano diventati invisibili. Che Marcinkus fosse o meno coinvolto, la sua centralità nelle vicende dell’Ambrosiano fa sì che il suo nome resti inscritto nella leggenda nera del caso Orlandi, come il custode di un caveau di verità mai completamente aperto e forse mai davvero esplorato. In quella zona d’ombra, tra milioni scomparsi, alleanze indicibili e silenzi che hanno superato generazioni, si colloca una delle cornici più oscure dentro cui il destino di Emanuela continua a essere interrogato.
Chi l’ha visto?: la memoria pubblica del caso
Nel labirinto di depistaggi, silenzi istituzionali e piste divergenti che ha accompagnato la scomparsa di Emanuela Orlandi, poche presenze sono state costanti come quella di Chi l’ha visto?, la storica trasmissione di Rai 3 che, più di ogni altra piattaforma mediatica, ha tenuto viva la memoria del caso quando tutti – procure, Vaticano, stampa generalista – sembravano aver abbassato la voce. L’importanza del programma non si misura soltanto nel numero di puntate dedicate a Emanuela, ma nel tipo di spazio che ha garantito: uno spazio non episodico, non dettato dalle mode del true crime, ma radicato nella missione di restituzione umana dei desaparecidos italiani. Ogni fotogramma, ogni appello, ogni ricostruzione ha contribuito a impedire che la vicenda della quindicenne vaticana sprofondasse nel cono d’ombra in cui molti, in più di un momento storico, sembravano volerla confinare.
Fin dagli anni Novanta, la trasmissione ha agito come una sorta di archivio vivente, rievocando le prime ore della scomparsa, recuperando testimonianze dimenticate, incrociando piste, sollevando dubbi sulle versioni ufficiali e offrendo alla famiglia Orlandi un megafono quando altrove trovava porte chiuse. L’approccio visivo – i manifesti, la voce fuori campo, le foto ingiallite, il volto di una ragazzina che attraversava le stagioni televisive senza mai cambiare – trasformò il caso in un simbolo nazionale, un ricordo collettivo che non aveva bisogno di nuove rivelazioni per continuare a interrogarci. In molte fasi dell’inchiesta, Chi l’ha visto? è stato l’unico luogo pubblico dove venivano poste domande scomode, soprattutto quando le indagini sembravano arenate o quando il Vaticano manteneva un riserbo che sfiorava l’incomunicabilità.
La svolta degli anni 2000, con l’avvento del digitale e il proliferare dei canali informativi, non ha diminuito il ruolo della trasmissione, anzi: proprio in quegli anni, mentre nuove piste emergevano – dalla Banda della Magliana ai presunti abusi interni alle mura leonine, fino all’onnipresente Marco Accetti – il programma si è fatto carico di pesare le testimonianze, separare il plausibile dall’inconsistente, rimettendo ordine nella confusione creata da decine di “telefonisti”, mitomani e sedicenti testimoni. Non è un caso se molte ricostruzioni oggi considerate fondamentali passarono prima negli studi di Rai 3: dai dettagli sulle telefonate dell’Amerikano alle interviste all’amica che parlò delle attenzioni in Vaticano, fino alle testimonianze di chi, negli anni Ottanta, vide Emanuela nelle ore precedenti alla sparizione.
Ma forse il contributo più grande del programma è stato il sostegno continuo – quasi affettivo – a Pietro Orlandi. Senza le sue comparsate periodiche, senza i monologhi lucidi e dolenti che scandivano le fasi dell’inchiesta, senza l’appoggio di conduttrici come Federica Sciarelli, è difficile immaginare che il caso sarebbe rimasto al centro dell’opinione pubblica per così tanto tempo. La televisione, in questo caso, non è stata solo uno strumento di pressione, ma un luogo di memoria collettiva: l’arca che ha custodito Emanuela per generazioni, proteggendola dal destino di altre ragazze scomparse negli stessi anni, divorate dal silenzio e dall’indifferenza.
Oggi, nel tempo delle piattaforme globali e della serialità true crime, Chi l’ha visto? continua a rappresentare il ponte tra il passato e il presente del caso. Se il Parlamento ha istituito una commissione d’inchiesta, se la Santa Sede ha riaperto un fascicolo, se l’opinione pubblica discute ancora della sorte di una quindicenne scomparsa nel 1983, una parte significativa del merito è proprio del programma di Rai 3. Perché ha ricordato, settimana dopo settimana, stagione dopo stagione, ciò che molte istituzioni avrebbero preferito dimenticare: che finché una storia non trova la sua verità, rimane una storia viva. E che Emanuela Orlandi è ancora qui, dentro ogni domanda che continuiamo a porci.
La trama secondo Imposimato (e non solo)
Nella lettura del compianto giudice Ferdinando Imposimato, il caso Orlandi–Gregori non è mai stato un semplice “sequestro irrisolto”, ma il tassello di una strategia terroristica internazionale che parte dall’attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 e arriva fino all’estate del 1983. Nei suoi lavori – in particolare il volume “Vaticano, un affare di Stato. Le infiltrazioni, l’attentato, Emanuela Orlandi” e il successivo “L’Italia segreta dei sequestri” – Imposimato inserisce la scomparsa di Emanuela e Mirella dentro un “complotto di terrorismo di Stato”, in cui si intrecciano servizi segreti dell’Est (KGB, Stasi, bulgari), apparati occidentali e ambienti deviati interni ed esterni al Vaticano. Secondo questa linea, il rapimento di una cittadina vaticana, pochi anni dopo l’attentato ad opera di Alì Agca, sarebbe stato un messaggio diretto al Papa: una forma di ricatto per condizionare la sua azione politica e religiosa durante la fase più tesa della Guerra fredda. Imposimato fonda questa ricostruzione su documenti della Stasi, sul dossier Mitrokhin e su colloqui con ex funzionari come il colonnello Günther Bohnsack, che ha ammesso di aver costruito diversi comunicati in tedesco legati al caso, inclusi quelli firmati dal cosiddetto “Fronte Turkesh”, proprio nel quadro di una guerra di disinformazione intorno all’attentato al Papa e al sequestro Orlandi–Gregori.
In questa prospettiva anche i famosi telefonisti Pierluigi, Mario e l’Amerikano non sarebbero semplici mitomani, ma ingranaggi di un’operazione più complessa. Le ricostruzioni storiche concordano sul fatto che, dopo le prime chiamate di “Pierluigi”, che racconta di aver visto una flautista timida a Campo de’ Fiori con prodotti Avon, e quelle di “Mario”, che sembra parlare “imboccato” da qualcuno, entra in scena l’Amerikano, la voce con accento straniero che dal 5 luglio 1983 telefona alla sala stampa vaticana e alla famiglia Orlandi, rivendicando il sequestro a nome di un gruppo legato ai Lupi Grigi e chiedendo lo scambio con Alì Agca.
Nelle audizioni della Commissione parlamentare Orlandi–Gregori, il giornalista Fabrizio Peronaci ha ricordato come l’Amerikano venga considerato “coinvolto a pieno titolo” perché è lui a consegnare il nastro con la voce attribuita a Emanuela, che ripete per sette volte di essere iscritta al secondo liceo scientifico. Per Imposimato, però, questo teatro telefonico è soprattutto una messa in scena costruita attorno alla figura di Agca, con i Lupi Grigi come facciata e una regia più alta sullo sfondo: lo stesso Bohnsack, ex Stasi, ha dichiarato di aver confezionato diversi comunicati in lingua tedesca – comprese le sigle Turkesh – proprio per spostare l’attenzione dall’Est verso la pista turca. In altre parole, i telefonisti e i gruppi fantasma servirebbero a confondere, a generare piste apparentemente coerenti (terrorismo internazionale, scambio di prigionieri, Lupi Grigi), ma sempre in modo da non consentire di risalire ai veri mandanti.
Dentro questo puzzle si colloca anche la figura di Raoul Bonarelli, ufficiale della sicurezza vaticana (vicecapo del Corpo di Vigilanza/Gendarmeria) che negli anni Novanta viene sentito dalla magistratura in relazione al caso Mirella Gregori. La madre di Mirella, durante una visita del Papa in parrocchia, sostiene (almeno inizialmente, attenzione!) di riconoscere proprio in Bonarelli l’uomo che anni prima aveva avvicinato la figlia al citofono: il parroco la invita a riferirlo alla polizia e il nome dell’ufficiale entra così negli atti. Successivamente, un’intercettazione resa nota dalla stampa mostra Bonarelli “preparato” dal suo superiore alla vigilia dell’interrogatorio, circostanza che alimenta sospetti e dubbi sulla trasparenza di quella fase investigativa.
Alcune letture critiche ipotizzano che una parte del gigantesco gioco di depistaggi sia stata orientata anche a esercitare pressione sulla Gendarmeria vaticana, usando il nome di Bonarelli come possibile leva di ricatto per colpire non soltanto singole responsabilità personali, ma l’intero apparato di sicurezza intorno a Giovanni Paolo II. Si tratta, va sottolineato, di ipotesi storiografiche e giornalistiche, non di verità giudiziarie, ma che si inseriscono bene nello schema complessivo delineato da Imposimato: un intreccio di servizi, fughe di notizie controllate e minacce indirette al cuore del potere vaticano.
Il capitolo più disturbante, dove le suggestioni di Imposimato e di altri investigatori si incontrano con le indagini più recenti, è quello della “cassetta delle sevizie”. Il 17 luglio 1983, una musicassetta viene recapitata a un giovane cronista dell’ANSA in via della Dataria. Sul lato A c’è un messaggio politico in cui una voce maschile, presentata come quella di uno dei rapitori, formula richieste precise e fa riferimento allo scambio con Agca e alle relazioni tra Vaticano e potenze internazionali. Sul lato B si sentono urla, lamenti e una voce femminile che implora, un audio che verrà collegato – almeno nell’immaginario collettivo – alla sorte di Emanuela. I primi rapporti dei servizi parlano senza mezzi termini di “lamenti ripetuti di una giovane donna sottoposta a sevizie”, ritenendo autentica la registrazione; solo in un secondo momento, la Digos rassicura il padre di Emanuela sostenendo che si tratterebbe di spezzoni di un film porno montati ad arte, una versione che diventerà la famosa “pista del film a luci rosse”.
Negli ultimi anni, però, questo materiale è tornato al centro dell’attenzione. Una nuova consulenza fonica ha attribuito al lato A della cassetta la voce di Marco Accetti; se questa attribuzione fosse confermata, il nastro diventerebbe un tassello chiave per comprendere chi abbia gestito davvero la comunicazione con i “rapitori”. Parallelamente, programmi come “Chi l’ha visto?” hanno fatto riascoltare in studio il lato B, con consulenti che escludono la possibilità di una sofferenza “simulata” e ricordano che già nel 1983 una relazione del Sismi parlava di grida verosimilmente autentiche, mentre altre fonti di intelligence continuavano a insistere sull’ipotesi del montaggio pornografico a scopo di depistaggio.
Il vigile Sambuco e la pista di Bolzano
Nel mosaico di testimonianze che hanno segnato le prime ore del caso Orlandi, quella del vigile urbano Alfredo Sambuco occupa un posto centrale, perché ha contribuito a fissare nell’immaginario la scena dell’“uomo Avon” e della BMW davanti al Senato, trasformandola quasi in una vignetta simbolica del rapimento. Sambuco, in servizio tra Palazzo Madama e corso Rinascimento, raccontò di aver notato, nel pomeriggio del 22 giugno 1983, una ragazza molto somigliante a Emanuela – stessa età, stessa corporatura, stesso modo di portare i capelli – mentre parlava con un uomo sulla trentina, alto, elegante, con il viso lungo e stempiato, accanto a una BMW Touring parcheggiata. L’uomo, secondo il vigile e secondo un altro agente, il poliziotto Bruno Bosco, teneva in mano una valigetta o una borsa da cui estraeva campioncini di cosmetici, ricondotti alla Avon: è da lì che nasce la famosa “storia dell’Avon”. Su questa scena si è costruita per anni l’idea di un adescamento in pieno centro, sotto gli occhi delle istituzioni, con una modalità da finto rappresentante porta a porta che offre lavoro o omaggi a una studentessa timida di ritorno dalla scuola di musica. Ma la solidità di questa tessera del puzzle è stata minata dalle continue incongruenze: nelle varie deposizioni cambiano il colore della BMW – ora scura, ora verde chiaro brillante, ora bicolore con tetto nero – e perfino alcuni dettagli sull’abbigliamento; in più, non è mai stato possibile stabilire con certezza assoluta che la ragazza vista quel pomeriggio fosse davvero Emanuela, nonostante la somiglianza giudicata “forte” dagli stessi Sambuco e Bosco. Queste oscillazioni cromatiche e descrittive hanno spinto gli studiosi più severi a considerare la scena del Senato come una possibile ricostruzione deformata dal tempo e dal clamore mediatico, più che una fotografia incontestabile degli ultimi istanti di libertà della ragazza.
Speculare alla vicenda del vigile romano, ma geograficamente lontanissima, è la pista di Bolzano, che negli anni Ottanta sembrò aprire uno squarcio decisivo verso il Nord. Nel 1985 una donna altoatesina, Josephine Hofer Spitaler, raccontò ai carabinieri di aver visto, nell’agosto 1983, una ragazza molto simile a Emanuela arrivare in auto a Terlano, nel cortile di una casa vicina alla sua, accompagnata da un uomo; la giovane, a suo dire, appariva stordita, come drogata, e agiva controvoglia. L’abitazione era di proprietà di Rudolf von Teuffenbach, ufficiale del SISMI a Monaco di Baviera, che la testimone diceva di conoscere; secondo il suo racconto, la ragazza sarebbe rimasta lì quattro giorni, prima di ripartire con un’altra auto in compagnia dello stesso uomo. Teuffenbach negò tutto, sostenendo che in quel periodo si trovava a Monaco, e gli accertamenti successivi non fornirono riscontri oggettivi né sulla presenza di Emanuela né su un eventuale collegamento tra quell’episodio e il sequestro.
Le ipotesi del maresciallo Antonio Goglia
Nel vasto coro di voci che negli anni si sono affacciate sul caso Orlandi c’è anche quella di Antonio Goglia, ex maresciallo dei carabinieri originario di San Giorgio a Cremano, laureato in Scienze politiche, per anni appassionato al dossier Emanuela e in contatto epistolare con Pino Nicotri. Le sue ipotesi si articolano in più filoni, tutti fortemente interpretativi: da un lato la celebre “pista di Boston”, che collega il sequestro ai preti pedofili della diocesi guidata dal cardinale Bernard Law e a una rete di clero americano deviato; dall’altro una più ampia teoria “missionaria” brasiliano–tedesca, in cui compaiono teologi della liberazione, gruppi laico–missionari sudamericani, agenti della Stasi e del KGB, fino a delineare un sequestro con movente politico–religioso in cui Emanuela verrebbe rapita da un gruppo di “tedeschi brasiliani” per colpire il Vaticano sul terreno delle lotte in America Latina.
In questa costruzione, i comunicati firmati Turkesh e i famosi “Komunicati” in tedesco sarebbero opera del precitato apparato di disinformazione dell’Est utilizzato per coprire la ritirata dei “compagni brasiliani” coinvolti nel rapimento, mentre la richiesta di “consegna” di Alì Agca servirebbe più come leva propagandistica che come reale obiettivo operativo. Goglia ha sviluppato anche un’elaborata lettura simbolico–numerologica dei messaggi dei presunti sequestratori: la data–ultimatum del 20 luglio 1983 e il codice 158 citato dall’Amerikano verrebbero collegati a una confraternita di omosessuali attiva nel Cinquecento presso la chiesa di San Giovanni a Porta Latina, sciolta proprio il 20 luglio 1578, quasi che i rapitori avessero voluto “firmare” l’operazione con un riferimento erudito alla storia di antiche persecuzioni religiose.
In un intervento su Blitz Quotidiano, tramite il giornalista Nicotri, il maresciallo parla di “movente brasiliano” e colloca la morte di Emanuela la sera stessa della scomparsa, in un appartamento di salita Monte del Gallo, vicino alla stazione San Pietro: qui la ragazza sarebbe rimasta vittima di un sequestro finito male, con un eventuale passaggio – o una detenzione – presso la casa generalizia di una congregazione di suore missionarie brasiliane, in un intreccio tra missioni “ad gentes”, fondi per il Terzo mondo e scontri interni alla Chiesa sulla teologia della liberazione. Da notare come Goglia invia nel 2012 una missiva al pm Stefano Luciani, in cui sostiene che Emanuela e Mirella Gregori sarebbero sepolte nei sotterranei di Castel Sant’Angelo, dietro una porta blindata, ipotesi rimasta senza riscontri nelle successive verifiche.
È interessante notare che lo stesso Pino Nicotri, pur mantenendo rapporti di stima personale con Goglia e pubblicandone alcuni articoli, definisce le sue tesi “molto immaginifiche” e parla apertamente di “pista di Boston” come di un costrutto clamoroso ma fuorviante, al pari di altre piste mediatiche esplose e rapidamente sgonfiate negli anni. Nel grande dossier Orlandi, le teorie del maresciallo napoletano restano così in una zona intermedia: da un lato mostrano quanto il caso abbia affascinato studiosi non ufficiali, capaci di scavare in archivi storici, dossier di intelligence e storia delle missioni; dall’altro evidenziano il rischio di una sovrapposizione eccessiva di codici, simboli e geopolitica che, alla prova dei fatti, non ha finora prodotto alcun riscontro concreto sulla sorte di una ragazza scomparsa nel pomeriggio di un giugno romano.
La pista della “tratta delle bianche”
Tra le ipotesi che hanno accompagnato le prime settimane della scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, c’è anche quella – oggi quasi rimossa ma a lungo discussa – della tratta delle bianche, un’ipotesi che affiora negli atti investigativi degli anni Ottanta e si insinua tra le prime segnalazioni arrivate alla polizia. Nei giorni successivi alle due sparizioni, infatti, alcuni funzionari della Mobile e della Squadra Sequestri ipotizzarono che le due ragazze potessero essere finite nelle mani di un circuito criminale che, all’epoca, costituiva una delle paure più ricorrenti nella cronaca di scomparsa minorile: organizzazioni che adescavano adolescenti per sfruttamento sessuale fuori dai confini nazionali, soprattutto nell’Europa orientale e nel Medio Oriente. La pista nasceva da una serie di elementi solo in parte convergenti: l’assenza totale di richieste di riscatto, la modalità apparentemente “semplice” dell’adescamento, il coinvolgimento di sconosciuti che offrivano lavoretti o appuntamenti, e soprattutto il fatto che entrambe fossero ragazze giovanissime, prive di protezioni particolari e potenzialmente vulnerabili a reti che, secondo la criminalità dell’epoca, agivano tra Roma, Milano, Istanbul e Atene.
L’ipotesi fu rafforzata da alcune segnalazioni che oggi suonano come echi di un’epoca meno controllata e più permeabile: telefonate anonime che parlavano di ragazze “trasferite all’estero”, avvistamenti in Spagna, racconti di adolescenti coinvolte in circuiti di night club tra Grecia e Turchia. Nulla di tutto ciò trovò mai un riscontro concreto, ma il solo fatto che le due scomparse avvenissero a quaranta giorni di distanza e nella stessa città spinse alcuni investigatori a considerare la possibilità che un unico gruppo criminale stesse operando con una sorta di “caccia” metodica. Anche la modalità dell’approccio – il presunto lavoro con la Avon per Emanuela, il misterioso ragazzo “Alessandro” per Mirella – fu letta inizialmente come compatibile con l’adescamento tipico della tratta, che spesso sfruttava l’illusione di un impiego o di un incontro galante per sottrarre rapidamente una ragazza al suo ambiente.
La pista sembrò rafforzarsi quando, nel corso delle indagini, emersero testimonianze su ragazze minorenni sottratte alla famiglia e portate nei Paesi dell’Est per sfruttamento sessuale. Era un fenomeno reale, documentato da procure e commissioni antimafia dell’epoca, soprattutto in relazione a gruppi criminali balcanici e mediorientali. Tuttavia, applicarlo al caso Orlandi–Gregori si rivelò ben presto problematico: la cronologia degli eventi, la quantità di depistaggi emersi in seguito, l’assenza di segnali tipici della criminalità dedita alla tratta e soprattutto l’intreccio di piste “superiori” – terrorismo, servizi segreti, Vaticano, Banda della Magliana – finirono per relegare questa ipotesi ai margini.
Eppure, nonostante la debolezza strutturale della teoria, la tratta delle bianche non è mai stata completamente eliminata dal quadro: non come spiegazione autonoma, ma come possibile “strato” di un’altra storia più grande. Alcuni studiosi hanno infatti ipotizzato che lo scenario della tratta potesse essere stato utilizzato come paravento da gruppi che avevano interesse a dirottare l’attenzione lontano da Roma, mentre altri – come alcuni ex investigatori della squadra Omicidi – hanno sostenuto che la tratta potesse essere stata la prima pista reale, poi rapidamente schiacciata dal peso delle narrazioni geopolitiche e delle pressioni sugli apparati.
Nel grande mosaico del caso, l’ipotesi della tratta resta così una cornice sfocata, un’eco di una stagione in cui la paura delle organizzazioni criminali internazionali si mescolava alla percezione di una capitale aperta, permeabile, poco controllata. Non ha trovato conferme, ma il suo valore storico è importante: ricorda che, prima di diventare il più grande mistero politico e religioso della Repubblica, la scomparsa di Emanuela e Mirella era stata letta come un possibile atto di predazione criminale ai danni di due adolescenti, senza complotti, senza servizi, senza geopolitica. Ed è proprio il contrasto tra quella interpretazione iniziale e le enormi architetture che verranno costruite negli anni successivi a mostrare quanto il caso Orlandi abbia divorato, strada dopo strada, ogni ipotesi possibile.
La pista inglese, le “due belle more” e il Liechtenstein
Nel grande ramo delle ipotesi “estere” sul destino di Emanuela, una delle più chiacchierate è la pista inglese, che negli ultimi anni ha assunto i contorni di una vera e propria saga, tra documenti sospetti, presunte lettere d’alto rango e testimoni poi smentiti. Il cuore della storia è la famosa lettera datata 1993, attribuita all’arcivescovo di Canterbury George Carey e indirizzata al cardinale Ugo Poletti: poche righe in cui il primate anglicano affermerebbe che Emanuela sarebbe stata ospitata in un istituto religioso a Londra, gestito dai padri Scalabriniani. Il documento, resuscitato nel 2023 dal quotidiano Domani e rilanciato da altre testate, sembrò riaccendere con forza la “pista britannica”. Ma in poche settimane giornali come Open e La Nuova Bussola Quotidiana smontarono punto per punto la credibilità della lettera: inglese sgrammaticato, formula protocollare errata, firma ricopiata da un altro documento ufficiale, fino alla conclusione che si trattasse di un falso fotomontaggio costruito a posteriori.
A questa rivelazione si è aggiunto il giudizio durissimo di Pino Nicotri, che ha definito la pista inglese “una pantomima vecchia di tredici anni”, e quello della stessa Commissione parlamentare, che nel 2025 ha sostanzialmente preso atto dell’assenza di riscontri sulla presunta lunga detenzione di Emanuela a Londra, dopo aver ascoltato un ex Nar chiamato in causa da Pietro Orlandi e pronto a sfilarsi da ogni coinvolgimento.
Dentro questo filone internazionale si inserisce anche il capitolo criptico delle lettere e delle “diapositive” del 2013, con il celebre messaggio «Non cantino le due belle more». Nella primavera di quell’anno, infatti, un plico anonimo arriva a una compagna di scuola di Emanuela e, in parallelo, alla sorella di Mirella Gregori: al suo interno, oltre a una lettera costruita come un testo in codice, ci sono una ciocca di capelli, un fiore di merletto colorato, del terriccio, un brandello di stoffa scura e diversi negativi fotografici, tra cui l’immagine di un teschio e, secondo alcune ricostruzioni, un riferimento a una defunta nobildonna ottocentesca, Eleonora De Bernardi.
Il biglietto esordisce con quella frase destinata a entrare nel lessico del caso: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di Sant’Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». Le due belle more sarebbero Emanuela e Mirella, la “baronessa” rimanderebbe alla nobildonna Rothschild uccisa e ritrovata sui monti Sibillini, mentre il riferimento a Sant’Agnese (21 gennaio) e alla vigna alluderebbe all’omicidio della giovane Katy Skerl, strangolata e lasciata in un vigneto a Grottaferrata nel gennaio 1984. Per alcuni, queste “diapositive” e il linguaggio cifrato sarebbero la firma di Marco Accetti, che proprio nel 2013 riemerge come protagonista autoaccusandosi del ruolo di “telefonista” e proponendo un collegamento diretto tra Orlandi, Gregori e Skerl; per altri, si tratta solo di una macabra messinscena, come hanno concluso gli investigatori e la stessa Commissione, utile più a riaccendere i riflettori che a fornire elementi reali. Resta il dato che, ancora una volta, chi muove i fili sceglie il terreno dell’ambiguità simbolica, usando immagini di morte e allusioni religiose come arma di pressione e di paura.
Ancora più evanescente, ma non meno rumorosa, è la pista del Liechtenstein, che ricorre almeno in due versioni. La prima è quella evocata già nel 2012 da un articolo di Blitz Quotidiano, in cui si riassumeva il pensiero del giudice Ferdinando Imposimato: per lui, la traiettoria di Emanuela poteva passare non solo per la Turchia, ma anche per il piccolo principato alpino, in un quadro di “terrorismo di Stato” e manovre finanziarie legate al crack dell’Ambrosiano e ai canali bancari usati per riciclare denaro in territorio neutrale.
La seconda è la più recente, ed è firmata ancora una volta da Mehmet Ali Ağca: in un’intervista del marzo 2025, l’ex attentatore di papa Wojtyła ha dichiarato che Emanuela sarebbe stata «portata in Liechtenstein» e che vivrebbe oggi in un convento di clausura, ospite della famiglia reale del luogo, “cattolicissimi”, secondo la sua versione.
Nessuna autorità ha mai confermato anche solo un frammento di questa narrazione; la procura non ha aperto nuovi dossier su questa base e molti commentatori hanno sottolineato come le “rivelazioni” di Ağca cambino periodicamente coordinate e scenari, spostando Emanuela di paese in paese a ogni stagione mediatica.
Nel complesso, la pista inglese legata all’arcivescovo di Canterbury, le lettere delle “due belle more” con le loro diapositive lugubri e il miraggio del Liechtenstein compongono uno stesso paesaggio: quello dei grandi orizzonti internazionali costruiti quasi sempre su carte fragili, testimoni improbabili e simbolismi ossessivi. Sono tasselli che dicono molto su come il caso Orlandi sia stato usato, riscritto, spettacolarizzato a ogni latitudine, ma che – allo stato dei fatti – aggiungono più rumore che prove.
La “nota spese” della cassaforte vaticana
Tra i capitoli più clamorosi – e più controversi – del caso Orlandi c’è la vicenda della presunta lista di spese del Vaticano per “mantenere” Emanuela, il famoso dossier in cinque pagine che sarebbe stato custodito in cassaforte nei Palazzi vaticani e poi emerso sulla scia di Vatileaks 2. Il documento, pubblicato per la prima volta nel 2017 da L’Espresso e anticipato da la Repubblica e Corriere della Sera, si presenta come un “resoconto sintetico delle spese sostenute dallo Stato della Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi”, datato marzo 1998 e intestato, almeno in teoria, alla Prefettura dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.
In quelle cinque pagine, prive però di intestazione ufficiale, timbri, protocolli o firme manoscritte, vengono elencati esborsi per circa 483–500 milioni di lire, sostenuti – sempre secondo il testo – tra gennaio 1983 e luglio 1997: spese di viaggio, rette per un “collegio” e un “pensionato” a Londra, costi di assistenza sanitaria presso un ambulatorio londinese, fino a una voce finale da 21 milioni di lire per “attività generale e trasferimento presso Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali”.
In controluce, la storia implicita è devastante: Emanuela non sarebbe stata uccisa nel 1983, ma mantenuta per anni a Londra sotto copertura vaticana, fino a un “rientro” mai chiarito. Proprio questa lettura ha spinto il giornalista Emiliano Fittipaldi a parlare di documento “esplosivo” e a fondare su di esso parte di un suo libro, pur ammettendo sin da subito la possibilità che si trattasse di un falso abilmente costruito.
Il legame con la cassaforte vaticana arriva dalle memorie di Francesca Immacolata Chaouqui, protagonista con mons. Lucio Vallejo Balda dello scandalo Vatileaks 2: nel suo libro la donna racconta che il dossier Orlandi si trovava proprio nella cassaforte di Balda e che sarebbe stato sottratto in un furto notturno, per poi ricomparire in un plico di carte restituito anonimamente alla Prefettura. «C’è il file di Emanuela Orlandi e capisco il finale di una storia che deve rimanere sepolta», scrive, alludendo a un segreto custodito e poi riemerso solo in parte.
Da qui nasce la leggenda nera di un documento “scappato dal caveau” dei Sacri Palazzi, lista contabile di un allontanamento domiciliare gestito e finanziato direttamente dalla Santa Sede. Il Vaticano, però, ha reagito con una smentita categorica: il portavoce Greg Burke definì la nota spese «falsa e ridicola», sottolineando l’assenza di qualsiasi forma canonica tipica dei documenti vaticani e parlando di una ricostruzione montata ad arte sui media.
Negli anni successivi, vari analisti hanno messo in fila le anomalie: carta bianca senza logo né sigle, formule di cortesia inesistenti nella prassi curiale, errori nelle diciture e nell’uso dei titoli, fino all’assenza di tracce d’archivio nelle strutture che avrebbero dovuto redigerlo. Nel 2024, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta, l’ex sostituto procuratore Nello Rossi e il magistrato Franco Ionta hanno ribadito la totale inattendibilità dei cosiddetti “cinque fogli”; il consulente giuridico Alberto Alessandrini li ha liquidati senza mezzi termini come «una patacca, una autentica patacca», sottolineando che espressioni come “Sua riverita Eccellenza” non esistono in alcun formulario ufficiale vaticano.
Nonostante ciò, la “nota spese” continua a esercitare un fascino enorme perché, al di là della sua natura fasulla, intercetta una delle paure più profonde legate al caso: che Emanuela sia stata viva per anni e mantenuta con soldi della Santa Sede in una qualche struttura estera, forse proprio a Londra, come suggeriscono sia il testo del dossier sia alcune letture giornalistiche internazionali.
Alcuni commentatori hanno osservato che la forza del documento non sta nelle prove che contiene – fragilissime – ma nella sua capacità di “fare storia” a prescindere, alimentando l’idea di una responsabilità diretta del Vaticano nella gestione post-1983, e spostando ancora una volta il caso dal terreno della cronaca giudiziaria a quello del grande romanzo nero di Stato. In questo senso, la lista delle presunte spese non è soltanto un oggetto da verificare, ma uno specchio del clima intorno al caso Orlandi: bastano cinque fogli anonimi, usciti da una cassaforte vera o presunta, per incendiare il dibattito pubblico e costringere ancora una volta istituzioni e opinione pubblica a fare i conti con l’idea che qualcuno, da dietro le mura, sappia molto di più di quanto ha ammesso finora.
I messaggi WhatsApp tra “due prelati vicini al Papa”
Nel gennaio 2023 la famiglia Orlandi ha rilanciato una nuova e potenzialmente decisiva traccia investigativa: lo stesso Pietro Orlandi ha annunciato di aver depositato agli inquirenti vaticani alcuni screenshot di conversazioni WhatsApp risalenti al periodo 2013-2014, scambiate tra due religiosi “vicini a Papa Francesco”, che a loro avviso custodirebbero informazioni centrali sul destino di Emanuela. Secondo quanto riportato, nella chat uno degli interlocutori scrive «Devi andare per questa strada… però bisogna risolvere perché questa è una cosa molto grave» e aggiunge riferimenti criptici come «chi li deve pagare i tombaroli visto che li dobbiamo pagare di nascosto?», alludendo apparentemente a operazioni di occultamento o trasferimento clandestino di oggetti o documenti.
Pietro Orlandi ha dichiarato che tali messaggi sarebbero stati accompagnati da richieste di «fotocopiare tutti i documenti di Emanuela», e dal riferimento esplicito al coinvolgimento della gendarmeria vaticana («Dobbiamo avvisare il capo della gendarmeria? … No, no, assolutamente no») e a un imminente inventario da effettuare a settembre, come scriveva uno dei prelati. La portata delle affermazioni ha convinto la Procura della Santa Sede a riaprire un fascicolo per le indagini sul caso Orlandi, con il promotore di giustizia Alessandro Diddi indicato come responsabile della fase vaticana.
Da un punto di vista investigativo, la novità è doppia: primo, non si tratta di un testimone anonimo o di un comando telefonico generico, ma di conversazioni digitali tra appartenenti al clero che potrebbero, se autentiche, collocarsi all’interno della “macchina” che ha seguito la vicenda Orlandi dagli ambienti vaticani. Secondo, le chat parlano di documenti, fotocopie, tombaroli, inventari e pagamento di servizi clandestini: elementi che rafforzano l’ipotesi secondo cui la scomparsa di Emanuela non sia stata una semplice sparizione, bensì parte di una gestione interna, volontaria o coatta, di materiali, tracce e persino oggetti contestuali alla vita della ragazza. Dalla famiglia Orlandi e dai loro legali emerge l’accusa che questi messaggi rappresentino la prova che «in Vaticano sanno cosa è accaduto a Emanuela», e che anche Papa Ratzinger e Papa Wojtyła fossero «a conoscenza di un segreto che si portano nella tomba».
Tuttavia, permangono questioni aperte: i nomi dei due prelati non sono stati resi pubblicamente noti, la veridicità tecnica degli screenshot non è stata confermata da fonti indipendenti (almeno non ancora in via ufficiale), e la Santa Sede ha mantenuto un silenzio sostanziale sul merito delle chat depositate, limitandosi ad affermare – per il momento – che «qualsiasi elemento verrà verificato». Restano da chiarire anche i contesti: dove e come sono state acquisite quelle chat, se gli interlocutori erano effettivamente “vicini” al Papa come indicato, se i telefoni appartenevano a funzioni istituzionali e se i messaggi siano effettivamente qualificabili come azioni deliberate di occultamento di prove o semplici conversazioni interne decontestualizzate. In ogni caso, queste chat costituiscono oggi una delle poche tracce «fresche» al di fuori dei fascicoli archiviate da decenni, e per questo la famiglia Orlandi le considera un «motore di verità» verso cui orientare le indagini.
Enrico De Pedis tra mito del “boss” e sepoltura a Sant’Apollinare
Nel dossier Orlandi il nome di Enrico “Renatino” De Pedis è diventato quasi sinonimo di Banda della Magliana, ma basta avvicinare le carte giudiziarie per vedere subito una frattura netta tra il mito mediatico del “boss” e ciò che i tribunali hanno effettivamente accertato. Storicamente, De Pedis viene considerato dagli studiosi della criminalità romana uno degli uomini di punta del gruppo, il volto “imprenditoriale” della banda che, partito da scippatore e rapinatore nell’area dell’Alberone e di Trastevere, si muove con passo diverso rispetto ai banditi di strada, investendo in bar, ristoranti, cambio-oro e in affari molto più sofisticati, fino a toccare il mondo del riciclaggio e i circuiti finanziari legati al Vaticano; non a caso, libri come Il boss della Banda della Magliana di Raffaella Notariale, biografie divulgative e gran parte della stampa lo indicano senza esitazioni come “il boss della banda della Magliana”.
Sul piano delle sentenze, però, il quadro è meno lineare: negli anni Ottanta De Pedis affronta tre processi per traffico di stupefacenti e due per associazione a delinquere, cinque omicidi e alcune rapine, ma al termine dell’iter viene assolto da tutte le imputazioni “per non aver commesso il fatto” e scarcerato nel gennaio 1988, come hanno ricordato di recente anche i suoi legali in audizione davanti alla Commissione parlamentare e come riportano le ricostruzioni giornalistiche più aggiornate. In altre parole: De Pedis non ha mai riportato una condanna definitiva come associato alla Banda della Magliana, né tantomeno come “capo” del sodalizio. È questo il punto su cui insiste da anni Pino Nicotri, che nelle sue inchieste su Blitz Quotidiano e sul proprio sito ricorda come attribuirgli il titolo di “capo della banda” sia giuridicamente improprio e potenzialmente diffamatorio, osservando – citando anche una lettera della vedova – che “non esiste neppure una condanna di Enrico neanche come semplice gregario di una qualche banda”.
Allo stesso tempo, però, altre sentenze – come quelle collegate al processo per l’omicidio Pecorelli e ai rapporti tra Cosa Nostra e la malavita romana – parlano senza esitazioni di “esponenti della banda della Magliana” riferendosi, tra gli altri, proprio a De Pedis, inserendolo a pieno titolo nel quadro criminale emerso dalle dichiarazioni di pentiti come Maurizio Abbatino e Antonio Mancini, che lo indicano come partecipe della vendetta per l’uccisione di Franco Giuseppucci e, più in generale, come figura centrale del gruppo di Testaccio. È qui che si consuma la contraddizione: per lo Stato giudice, De Pedis è un imputato assolto; per lo Stato storico, per i collaboratori di giustizia e per molta stampa, è di fatto uno dei vertici della cosiddetta “banda della Magliana”, al punto che lo stesso Abbatino, in interviste recenti, lo indica come regista dei rapporti con il Vaticano e collega il suo nome al sequestro Orlandi come possibile garante degli accordi con lo IOR.
Il legame tra Enrico De Pedis e il caso Orlandi – fino ad allora oggetto di sospetti, confidenze e mezze frasi nei bar di Roma – diventa pubblico e devastante la sera del 2005, quando negli studi di Chi l’ha visto? arriva una telefonata rimasta nella storia della trasmissione. Una voce maschile, anonima, chiara, ferma, suggerisce alla redazione di “andare a vedere chi è sepolto nella basilica di Sant’Apollinare” e aggiunge del favore che “Renatino fece al cardinal Poletti”. La frase, apparentemente semplice, deflagra come un ordigno mediatico: Sant’Apollinare è la chiesa attigua alla scuola di musica che frequentava Emanuela, ed è proprio lì, nella cripta, che giace il corpo di Enrico “Renatino” De Pedis. È la prima volta che un collegamento diretto tra la tomba del presunto esponente della Banda della Magliana e la sorte della ragazza viene formulato in modo così esplicito.
De Pedis muore il 2 febbraio 1990, ucciso in un agguato in via del Pellegrino; i funerali si svolgono a San Lorenzo in Lucina e la salma viene inizialmente tumulata al Verano. Dopo poche settimane, però, il corpo viene trasferito nella cripta di Sant’Apollinare, a due passi da piazza Navona e soprattutto accanto alla scuola di musica frequentata da Emanuela: un privilegio riservato di norma a cardinali, vescovi e benefattori della Chiesa. L’autorizzazione arriva dal Vicariato di Roma, con firma del cardinale Ugo Poletti, sulla base di una lettera del rettore, monsignor Piero Vergari, che attesta come De Pedis si sia mostrato “benefattore dei poveri” della parrocchia.
La notizia della sepoltura scatena polemiche e interrogazioni parlamentari: come è possibile che un uomo universalmente indicato come esponente della Banda della Magliana venga collocato in un luogo tanto simbolico? Negli anni successivi, testimoni come la defunta Sabrina Minardi raccontano che quella tomba sarebbe stata una sorta di “ricompensa” concessa a De Pedis per aver interrotto le pressioni sul Vaticano in relazione ai soldi dell’Ambrosiano e allo IOR, riprendendo un’ipotesi già ventilata dal giudice Rosario Priore e poi rilanciata da Antonio Mancini: secondo quest’ultimo, sarebbe stato proprio De Pedis a far cessare gli attacchi al Vaticano ottenendo, in cambio, anche la sepoltura ad Apollinare.
Nel 2012, nell’ambito delle nuove verifiche sul caso Orlandi, la tomba viene finalmente aperta: i rilievi della polizia scientifica accertano che il cadavere è effettivamente quello di De Pedis, identificato anche tramite esami dattiloscopici; accanto alla bara vengono trovati altri resti ossei, poi datati a un antico cimitero settecentesco, senza alcun collegamento con Emanuela.
Su richiesta della vedova di “Renatino”, e con il via libera della magistratura, il corpo viene quindi rimosso dalla basilica e trasferito al cimitero di Prima Porta per la cremazione, chiudendo fisicamente – ma non simbolicamente – il capitolo della tomba “scomoda”. In definitiva, la vicenda di De Pedis resta sospesa tra tre livelli: quello giudiziario, che lo ha assolto; quello storiografico e criminale, che lo colloca nel cuore della Banda della Magliana e negli intrecci con finanza vaticana e caso Orlandi; e quello simbolico, potentissimo, di un feretro di malavitoso tumulato in una chiesa del centro di Roma, accanto ai luoghi frequentati da una quindicenne scomparsa, come se la città stessa avesse deciso di scolpire nella pietra il legame oscuro tra sacro, soldi e mala che attraversa tutta questa storia.
Quarant’anni dopo: che cosa resta davvero del caso Orlandi
Dopo quarant’anni, nel mare di piste, sospetti, telefonate, lettere da Boston, tombe aperte e chiuse, villa della Banda della Magliana trasformata in Casa del Jazz, cosa resta davvero del caso Orlandi? Resta, prima di tutto, un vuoto processuale: nessuna verità giudiziaria, nessun colpevole, nessun corpo. Il caso è ufficialmente riaperto, ma il rischio è che resti eternamente in quella terra di nessuno dove tutte le ipotesi sono possibili e nessuna è dimostrata. Resta un quadro investigativo devastato dai depistaggi.
Se le perizie su Marco Accetti troveranno definitiva conferma, dovremo accettare che una parte sostanziale delle tracce seguite per decenni – in particolare le telefonate dell’Amerikano e di Mario, le cassette, forse anche alcune rivendicazioni “internazionali” – siano state costruite artificialmente per manipolare l’inchiesta e l’opinione pubblica. Se aggiungiamo le menzogne di Luigi Gastrini e di altri presunti super-testimoni, è legittimo parlare di una vera e propria “industria del falso” cresciuta attorno al nome di Emanuela. Resta anche la frattura tra narrazioni mediatiche e verità possibile.
Da un lato, il fascino irresistibile delle grandi trame: la CIA, il KGB, i Lupi Grigi, la banda della Magliana, il Vaticano corrotto, i pedofili di Boston, i piani massonici. Dall’altro, gli scenari più “banali” ma non meno terribili: un adescamento, una violenza finita nel sangue, un corpo nascosto da qualche parte nella città o in uno dei tanti spazi controllati da apparati deviati, criminalità e pezzi di Stato. Le letture di Pino Nicotri, degne di attenzione, insistono proprio su questo punto: l’ossessione per il complotto globale rischia di far perdere di vista il crimine concreto.
Infine, resta una famiglia. Pietro Orlandi continua a muoversi tra media, Commissioni, udienze, nel tentativo di tenere acceso un riflettore che altrimenti, forse, si sarebbe spento da tempo. Le relazioni parlamentari e le nuove indagini vaticane dovranno misurarsi con una massa enorme di atti, testimonianze e falsi. Distillare da questo caos un nucleo di verità sarà forse l’ultima occasione per dare un senso a questa storia.
Che Emanuela sia stata vittima di un complotto internazionale, di un traffico di potere dentro il Vaticano o di un singolo predatore sessuale, una cosa è certa: il modo in cui l’Italia e il Vaticano hanno gestito questo caso è già, di per sé, una verità scomoda.
E mentre i mezzi meccanici continuano a scavare sotto la Casa del Jazz, tra radici, cunicoli e gallerie mai esplorate, resta sospesa una domanda semplice e terribile: quante volte, in questi quarant’anni, siamo stati davvero vicini a Emanuela senza accorgercene, perché guardavamo – affascinati – nella direzione sbagliata?


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