Roma, 22 giugno 1983. Una giornata d’estate senza presagi. Le campane di Sant’Apollinare si confondono con i clacson e con i passi distratti di studenti e turisti. Una ragazza di quindici anni, Emanuela Orlandi, scompare nel nulla. Da allora, quarant’anni di inchieste, ipotesi e depistaggi hanno costruito uno dei labirinti più intricati della cronaca italiana. Dentro questo labirinto, a distanza di trent’anni esatti, nel 2013, irrompe un nome destinato a rimescolare le carte: Marco Fassoni Accetti. Fotografo, cineamatore, uomo dai mille segreti e dalle parole calibrate, Accetti si presenta alla Procura di Roma dichiarandosi parte di una “rete” che avrebbe agito nel 1983 per esercitare pressioni sul Vaticano. Con sé porta un flauto traverso, che dice appartenere a Emanuela Orlandi. È un gesto teatrale e spiazzante, ma soprattutto carico di simboli: quel flauto, per la famiglia Orlandi, è l’oggetto che racchiude l’anima perduta di Emanuela. Per la magistratura, invece, è soltanto un reperto da esaminare. Da quel giorno, il nome di Accetti diventa un crocevia: per alcuni un mitomane, per altri un telefonista riemerso dal passato, per altri ancora una figura-chiave che conosce troppe cose per essere un impostore. Tra il 2013 e il 2025 la sua ombra attraversa inchieste, perizie, commissioni parlamentari, interviste e verbali. In un’Italia ossessionata dal bisogno di spiegare il mistero, Accetti rappresenta l’ambiguità stessa: colui che si accusa ma non viene condannato, che offre prove ma non convince, che riapre ferite che la Storia sembrava aver cicatrizzato.
Il 2013 – La consegna del flauto e la nascita del “caso Accetti”
È il 18 marzo 2013 quando Marco Fassoni Accetti si presenta spontaneamente ai carabinieri del Ris di Roma. Racconta di possedere un flauto che, a suo dire, apparterrebbe a Emanuela Orlandi, e di volerlo consegnare alla giustizia. Il reperto – un flauto traverso in metallo, custodito in un astuccio chiaro – viene sottoposto ad accertamenti tecnici; nessuna impronta utile, nessuna traccia biologica residua. Ma l’impatto emotivo è enorme. Per la famiglia Orlandi, che riconosce lo strumento come simile a quello di Emanuela, il gesto rappresenta un pugno nello stomaco e un raggio di speranza. Pino Nicotri tra i più esperti conoscitori del dossier Orlandi, sarà uno dei più prolifici scrittori del presunto affaire Orlandi-Accetti, analizzando le prime dichiarazioni dell’uomo: un racconto che intreccia Vaticano, servizi segreti, diplomazia e lotte di potere interne alla Santa Sede negli anni ’80. Nel frattempo, Fabrizio Peronaci sul Corriere della Sera ricostruisce con taglio investigativo la cronologia delle apparizioni pubbliche di Accetti: la consegna del flauto, l’interrogatorio, i riferimenti al caso di Mirella Gregori, l’altra giovane scomparsa nel 1983. I magistrati lo iscrivono nel registro degli indagati per sequestro di persona aggravato dalla morte dell’ostaggio. L’impatto mediatico è esplosivo. Programmi televisivi e rotocalchi si contendono interviste e fotografie. Ma mentre i media trasformano Accetti in un personaggio da romanzo giallo, la Procura lavora in silenzio. Gli accertamenti tecnici non trovano riscontri diretti, eppure le parole dell’uomo aprono piste impensate. Racconta di un gruppo di “mediatori” che avrebbe agito con l’obiettivo di “influenzare” il Vaticano su questioni interne, citando episodi e date con precisione. Gli inquirenti verificano, ma gran parte dei riferimenti risulta vaga, parzialmente attendibile o non riscontrata. Nel 2015, dopo due anni di indagini, arriva la richiesta di archiviazione. La Repubblica e Il Fatto Quotidiano pubblicano la formula ufficiale: «Non sono emersi elementi idonei a richiedere il rinvio a giudizio di alcuno degli indagati». La magistratura chiude il fascicolo. Per molti, Accetti è solo un mitomane; per altri, un uomo che ha detto troppo e che qualcuno ha preferito zittire.
Le prime letture giornalistiche
Negli anni immediatamente successivi all’archiviazione, tre nomi accompagnano quello di Marco Fassoni Accetti in quasi ogni trattazione del caso: Pino Nicotri, Fabrizio Peronaci e Rossella Pera. Valenti giornalisti, con un curriculum di tutto rispetto, ognuno di loro offre una prospettiva diversa, ma tutti convergono su un punto: il “caso Accetti” rappresenta un tornante cruciale nella storia dell’affaire Orlandi. Nicotri, sulle colonne di Blitz Quotidiano, adotta un tono da analista esperto. Non assolve né condanna, ma sottolinea l’aspetto linguistico delle dichiarazioni di Accetti. Nel corso di un faccia a faccia a Radio Radicale, Nicotri dirà ad Accetti nel corso di un alterco verbale: “Lei è un mentitore affascinante” lasciando comprendere come non credesse alle dichiarazioni del regista e fotografo romano, ma che allo stesso tempo avesse qualità straordinarie di affabulatore. Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera e autore di vari libri-inchiesta, segue da vicino le fasi processuali. È lui, nel 2024, a rivelare in anteprima i risultati della nuova perizia fonica che riporterà Accetti al centro dell’attenzione. Il suo lavoro combina rigore documentale e sensibilità narrativa: analizza atti, confronta voci, evidenzia incongruenze. Rossella Pera, analista e consulente di comunicazione giudiziaria, si concentra invece sul rapporto tra media, magistratura e opinione pubblica. In un suo articolo di marzo 2024 mette in evidenza come la figura di Accetti sia una “figura enigmatica e controversa, sembra aver avuto modo di trovarsi in prossimità di gran parte delle scomparse e degli omicidi a noi noti”. Eppure, tutti e tre, in forme diverse, riconoscono che senza Accetti il caso Orlandi non sarebbe stato riaperto con tanta forza. La sua autodenuncia, pur non portando a sviluppi effettivi circa il suo reale coinvolgimento nel caso Orlandi, ha costretto istituzioni e giornalisti a rimettere mano a faldoni e registrazioni che giacevano dimenticati.
La nuova stagione delle perizie (2023–2025)
Dopo anni di silenzio, nel 2023 la storia torna a muoversi. La Procura di Roma, la Santa Sede e la Commissione parlamentare Orlandi-Gregori aprono nuovi fascicoli. Vengono digitalizzate e restaurate le registrazioni originali delle telefonate ricevute dalla famiglia Orlandi nel 1983: le voci dei misteriosi “Mario” e “l’Americano”. I nastri, noti da decenni, vengono analizzati con tecnologie moderne di spettrografia vocale. Nel maggio 2024, il Corriere della Sera pubblica la notizia destinata a cambiare la prospettiva: secondo la perizia fonica eseguita da Marco Arcuri, la voce di Accetti è “altamente compatibile” (86%) con quella dei telefonisti. Sky TG24 conferma e dettaglia i risultati, spiegando che la compatibilità riguarda timbro, ritmo e modulazione. A settembre, la stessa emittente cita un’ulteriore analisi sulla “cassetta delle sevizie”, il nastro storico con un messaggio politico attribuito ai sequestratori: la voce principale, anche qui, sarebbe (e facciamo notare il condizionale, SAREBBE) riconducibile ad Accetti. Le conclusioni scuotono l’opinione pubblica. Alcuni le interpretano come la prova che l’uomo diceva la verità fin dal 2013; altri, come una coincidenza statistica. Gli esperti ricordano che le analisi foniche non sono infallibili: l’indice di compatibilità indica una forte somiglianza, non l’identità assoluta. Tuttavia, mai prima d’ora una perizia aveva stabilito un legame così stretto tra la voce di Accetti e i telefonisti del 1983. Nei resoconti stenografici della Commissione bicamerale (ottobre 2024 e febbraio 2025) la questione viene affrontata con linguaggio tecnico. Si parla di “posizione Accetti”, di “acquisizioni documentali” e di “verifiche di compatibilità vocale”. I documenti sono allegati agli atti parlamentari come materiale conoscitivo, non probatorio. Ma la loro sola esistenza sposta l’asse del dibattito: dopo quarant’anni, il “telefonista” potrebbe avere un volto.
Il mito mediatico di Accetti
Dopo l’archiviazione del 2015, Marco Fassoni Accetti scompare per qualche tempo dai riflettori. Ma il suo nome rimane inciso nei fascicoli e nelle redazioni. La stampa non lo dimentica: ogni volta che il caso Orlandi torna d’attualità, qualcuno cita il “fotografo del flauto”. È un’etichetta che nasce quasi per caso, ma che ne definisce il destino pubblico. In effetti, la sua figura è ambivalente: non rientra nei canoni del mitomane classico, perché conosce dettagli storici, istituzionali e perfino topografici coerenti con gli atti dell’epoca; ma non appare nemmeno come un testimone genuino, perché il suo racconto è disseminato di omissioni e simboli. Fabrizio Peronaci, in diversi articoli del Corriere della Sera, approfondisce l’aspetto tecnico. Spiega come le dichiarazioni di Accetti abbiano avuto la capacità di riattivare un interesse investigativo sopito da anni. Il giornalista individua una sorta di strategia comunicativa: Accetti non risponde mai con linearità, usa spesso allegorie, inserisce riferimenti storici o biblici. Questa ambiguità linguistica diventa la sua cifra. Rossella Pera, in un’analisi pubblicata nel 2024 per Cronache Giudiziarie, sostiene che la figura di Accetti sia stata fagocitata dal “mito mediatico Orlandi”, fino a diventare un personaggio collettivo, una metafora della manipolazione dell’informazione. Intorno al 2019, Accetti torna a parlare in rare interviste e in alcuni scambi epistolari con Nicotri, in cui ribadisce la propria versione: il sequestro, a suo dire, sarebbe stato un’operazione “di pressione politico-religiosa”, gestita da un gruppo “interno e vicino alla Chiesa”. Le sue frasi, riportate da Blitz Quotidiano senza alterazioni, restano fredde e meccaniche, quasi scolpite nel marmo. Ma a differenza delle confessioni spontanee dei mitomani, le sue contengono riferimenti documentali reali: date, ruoli, indirizzi. È questo tratto di precisione intermittente che incuriosisce gli inquirenti. Rossella Pera dirà che lui sia “un uomo simpatico, mi capita spesso di farmi sonore risate parlando con lui, l’altro giorno ho imparato uno scioglilingua in ebraico“. Una mente brillante, senza dubbio, con un certo fascino verso le donne, e i suoi innumerevoli amori (da lui dichiarati) lo dimostrano. Sul suo essere artista, la dottoressa Pera precisa: “Le sue opere d’arte parlano moltissimo, e avrebbero potuto parlare di più ed essere maggiormente utili se le procure le avessero studiate tanto le sue opere, tanto la sua vita, forse le indagini sarebbero andate diversamente, o avrebbero quantomeno chiarito alcune situazioni”. Curiosità: In Vatican Girl, la docu-serie Netflix del 2022 dedicata al caso Orlandi, compare anche Marco Fassoni Accetti: nel terzo episodio, “un uomo si fa avanti sostenendo di aver organizzato il rapimento”, ma la sua credibilità viene presto messa in discussione (sinossi ufficiale Netflix). Come ricordato da la Repubblica, Accetti appare nell’intervista con il volto coperto.
L’eco del 2024: perizie, Commissione e nuove audizioni
Il 2024 segna il ritorno definitivo di Accetti al centro della scena. La Commissione parlamentare Orlandi–Gregori, istituita per riesaminare gli aspetti ancora oscuri del caso, dedica un intero segmento alla verifica delle comunicazioni telefoniche del 1983. In quei nastri, fin dagli anni Ottanta, si sentono due voci maschili: quella di “Mario” e quella dell’“Americano”. Il Corriere della Sera, in un articolo firmato da Fabrizio Peronaci il 9 maggio 2024, anticipa i risultati della nuova perizia: la voce di Accetti risulta compatibile all’86% con quella dei telefonisti. Il giorno successivo, Sky TG24 conferma e specifica che la compatibilità è stata calcolata mediante un algoritmo di confronto spettrale di ultima generazione, basato sulla misurazione delle formanti vocaliche. La notizia ha l’effetto di una deflagrazione. Quella percentuale, così alta, riporta l’uomo al centro di un’inchiesta che sembrava sepolta. La Commissione, nei suoi resoconti stenografici del 17 ottobre 2024 (n. 18) e del 27 febbraio 2025 (n. 34), menziona espressamente la “posizione di Marco Accetti” e il suo ruolo nel fascicolo “Orlandi–Gregori 2012–2015”. Le sedute sono parzialmente pubbliche, ma i passaggi cruciali restano secretati. Nel frattempo, Sky TG24, il 5 settembre 2024, riporta una seconda consulenza, relativa alla cosiddetta “cassetta delle sevizie”, il nastro depositato nel 1983 contenente una registrazione anonima che all’epoca terrorizzò la famiglia Orlandi. Peronaci specifica in un suo articolo: “La comparazione è stata fatta tra la voce di Accetti, tre registrazioni dell’«Americano» (quando parlò con lo zio di Emanuela, con la suora del centralino vaticano e con il padre di Mirella Gregori) e una del sedicente «Mario», uno dei telefonisti della prima ora”. Anche qui, la voce del “narratore principale” risulterebbe compatibile con quella di Accetti. Le conclusioni vengono trasmesse alla Commissione e al pm titolare. Gli atti, tuttavia, non equivalgono a un rinvio a giudizio. Ma l’effetto sull’opinione pubblica è devastante. Dopo quarant’anni, qualcuno mette, seppur ipoteticamente, un nome concreto accanto a quelle telefonate che per generazioni hanno rappresentato il fantasma stesso del caso Orlandi.
Le reazioni e la posizione legale
Le reazioni di Accetti, registrate da Blitz Quotidiano e rilanciate da Cronache Giudiziarie, restano coerenti con la sua postura abituale: non nega la compatibilità, ma nega la colpevolezza. Afferma che la sua voce potrebbe essere stata “registrata, manipolata e riutilizzata” da terzi. È una spiegazione paradossale ma non giuridicamente impossibile: nel contesto degli anni Ottanta, con registratori analogici e reti telefoniche pubbliche, la tracciabilità tecnica era limitata. Gli inquirenti non commentano ufficialmente, ma la Commissione include il tema “alterazioni e riutilizzi dei nastri” tra i punti di verifica. Alcuni esperti indipendenti, intervistati da Rossella Pera nel 2024, ricordano che il grado di compatibilità vocale non implica necessariamente identità. Sul piano giudiziario, la Procura di Roma non riapre formalmente il procedimento contro Accetti, ma acquisisce le perizie come materiale conoscitivo. È una mossa cauta: un modo per non ignorare il dato, ma neppure per tradurlo in un’accusa diretta. In sostanza, Accetti non è né colpevole né innocente; è un soggetto menzionato in atti tecnici, una figura “presente ma non imputata”.
La narrazione mediatica
Mentre la giustizia procede con prudenza, i media ricreano il “mito Accetti”. Trasmissioni come Chi l’ha visto?, Porta a Porta e Quarto Grado ripercorrono la vicenda, spesso con toni emotivi. Il rischio è quello di trasformare un nome, una persona, Marco Accetti, in una “tribunalizzazione televisiva”. In effetti, il suo volto – cappuccio nero, sguardo profondo, voce pacata, lenta, ma allo stesso temo carismatica e piena di termini latini – diventa un’icona involontaria di mistero. L’artista romano è riuscito a creare un personaggio affascinante che, al di là della sua reale (o falsa) colpevolezza, incide a livello televisivo e giornalistico. Il suo ruolo di “voce compatibile” lo trasforma in una proiezione collettiva: l’uomo comune che, forse, nasconde la verità su un enigma di Stato. Fabrizio Peronaci, con il suo stile misurato, si distingue: non cede alla tentazione narrativa e insiste sul dato tecnico. Riporta le percentuali, i protocolli e le citazioni degli atti, ricordando che una perizia resta tale finché un tribunale non la convalida. Il suo rigore diventa un argine all’emotività del dibattito pubblico.
Accetti e il Vaticano: la dimensione politica
Un altro aspetto centrale, già accennato da Accetti nel 2013 e poi ripreso da Nicotri, riguarda il rapporto con il Vaticano. L’uomo ha sempre sostenuto che il sequestro Orlandi fu un “messaggio interno”, non un’operazione terroristica. Disse che il gruppo era formato da pochi laici e pochi ecclesiastici che cercavano di influenzare alcune scelte e decisioni interne alal Santa Sede. Le sue parole, pur riportate fedelmente dalle fonti giornalistiche, non hanno mai trovato conferme dirette. La Commissione bicamerale, nel 2024, acquisisce anche la corrispondenza tra la Procura di Roma e la Segreteria di Stato vaticana relativa al periodo 2012–2015. Nei resoconti si legge che la “posizione Accetti” fu trattata con particolare cautela, proprio per i possibili riflessi diplomatici. Alcuni passaggi vengono secretati, segno che la questione toccava interessi istituzionali sensibili.
Tra mito, colpa e archiviazione
A fine 2024, Marco Fassoni Accetti non è indagato, non è imputato, ma continua a essere nominato. È il paradosso perfetto di un sistema che non sa archiviare ciò che non comprende. Il Corriere della Sera riassume la sua condizione in una formula efficace: “Testimone del silenzio”. Accetti, in alcune comunicazioni successive, scrive di sentirsi “prigioniero del racconto”. Pino Nicotri, nel corso di un’intervista al canale Youtube Nel cuore del giallo, cerca di dare una sua possibile tesi sulle dichiarazioni di Marco Fasson Accetti: “Lui ha frequentato molto a lungo la biblioteca di Villa Leopardi, che si trova a 100-200 metri da casa sua, e per mesi e mesi, ha frequentato… ha usato uno dei computer pubblici, a disposizione del pubblico della biblioteca. Domanda: Perché non usi il computer di casa tua e vai a consultare quello che ti pare da un computer usato da molta gente? Risposta possibile, la mia: perché probabilmente voleva documentarsi su Emanuela Orlandi, sulla storia di Emanuela Orlandi, in maniera da poter sostenere che lui era corresponsabile in maniera credibile, essendosi documentato via computer, da un computer però pubblico qual quale è difficile fare delle ricerche, mentre invece se avesse fatto le ricerche dal computer di casa sua lo sgamavano subito. Bastava fare una perizia, che è capace di fare credo chiunque”. Nel frattempo, la Commissione bicamerale prepara la relazione finale, che verrà depositata entro il 2025. Non contiene accuse dirette, ma indica le perizie foniche come “elementi meritevoli di approfondimento giudiziario”. Ecco il punto: dopo dieci anni, Marco Fassoni Accetti resta una figura di confine, sospesa tra cronaca e mito, tra giustizia e spettacolo, tra colpa e costruzione narrativa.
Marco Accetti: cosa ci lascia dopo 12 anni di mistero e suspense?
A 42 anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, la figura di Marco Fassoni Accetti è diventata più di un nome: è un paradigma. Per capire la sua traiettoria, occorre abbandonare l’idea del colpevole o dell’innocente, e affrontare il nodo di fondo: come una persona, con un semplice gesto – la consegna di un flauto – possa trasformarsi in detonatore narrativo di un caso giudiziario già mitizzato. L’analisi psicologica del personaggio, condotta da giornalisti e studiosi, evidenzia una costante: Accetti agisce come un regista del proprio ruolo. Le sue dichiarazioni, sin dal 2013, seguono una logica drammaturgica. Non cerca empatia, ma attenzione. Non implora credibilità, la provoca. È l’uomo che “sa” ma non dimostra, che suggerisce più che affermare, un modo per ribaltare il rapporto tra testimone e giudice, tra informatore e cronista. Questa dinamica spiega perché il suo caso sia diventato uno spartiacque nel modo di raccontare la giustizia in Italia. Dopo il 2013, le narrazioni sul caso Orlandi assumono un tono più riflessivo, più scettico verso la nozione di “verità unica”. Accetti introduce un cortocircuito: se un uomo può autoaccusarsi e, nonostante ciò, risultare inafferrabile alla prova giudiziaria, allora il confine tra confessione e performance si dissolve. Al di là di tutto ciò che possiamo dire, dobbiamo rispettare la sentenza dei giudici, che nel 2015 hanno messo un punto fermo sulla posizione di Marco Fassoni Accetti. Dopo anni di clamori, confessioni parziali e ipotesi mediatiche, la magistratura ha ritenuto che le sue dichiarazioni — spesso contraddittorie e auto-referenziali — non trovassero riscontri oggettivi, e lo ha quindi indagato per calunnia e autocalunnia. In pratica, gli fu contestato di aver accusato falsamente terzi di reati mai provati e, al contempo, di essersi attribuito fatti che non aveva commesso, contribuendo a generare ulteriore confusione attorno al caso Orlandi-Gregori. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Roma sancì che le sue ammissioni non avevano valore probatorio, restituendo così la vicenda all’ambito del dubbio e del mistero. Qualunque giudizio umano o morale, dunque, non può prescindere da questo dato giuridico: non stiamo giudicando Accetti, né come persona, né come professionista, lungi da noi e mai ci permetteremo di farlo. Tuttavia, dobbiamo anche arrenderci all’evidenza da parte delle istituzioni non hanno mai riconosciuto in Accetti un colpevole, bensì un testimone controverso, capace di alimentare il mito e l’enigma ma non di chiarirli.
La relazione della Commissione Orlandi-Gregori (2025)
Comunque, le novità proseguono e dieci anni dopo il verdetto dei giudici, nel febbraio 2025, la Commissione bicamerale presenta la sua relazione finale. Il documento, lungo oltre 400 pagine, dedica diversi passaggi alla posizione di Accetti. Non lo accusa formalmente, ma ne riconosce la rilevanza documentale. Viene citato come “soggetto presente in atti tecnici di comparazione fonica” e come “autore di dichiarazioni che hanno riattivato l’interesse investigativo sul sequestro Orlandi”. Nel capitolo dedicato alle “voci anonime”, la Commissione elenca i risultati delle perizie del 2024: compatibilità vocale tra la voce di Accetti e i telefonisti “Mario” e “Americano” stimata all’86%, con metodologie riconosciute internazionalmente. Si specifica però che nessun confronto processuale ha ancora confermato la perizia in contraddittorio. È un linguaggio prudente, calibrato, ma chi legge tra le righe percepisce il peso politico dell’atto: per la prima volta, il nome di Accetti viene inserito ufficialmente nel corpo di un documento parlamentare. Il testo ricorda anche la richiesta di archiviazione del 2015, citandola come “punto di equilibrio tra interesse probatorio e assenza di elementi nuovi”. Nel paragrafo finale, la Commissione scrive: “Le risultanze foniche e documentali acquisite tra il 2023 e il 2025 richiedono ulteriore approfondimento giudiziario, pur nel rispetto delle precedenti archiviazioni. Il ruolo di Marco Fassoni Accetti, per la sua rilevanza tecnica e mediatica, rimane aperto all’esame degli organi competenti.” È un modo diplomatico per dire che la questione non è chiusa, ma neppure riaperta del tutto.
Il flauto e la memoria: un simbolo nazionale
Il flauto che nel 2013 aprì la stagione di Accetti è oggi conservato in archivio giudiziario. Non ha fornito prove, ma ha generato significati. In un’Italia che vive di simboli, quel flauto è diventato il corrispettivo materiale di un’ossessione: la ricerca di una verità che sfugge sempre un passo avanti. Nel 2023, il Museo della Memoria di Roma dedica una piccola mostra al “caso Orlandi”. Tra i reperti esposti, compare una replica del flauto di Emanuela, accompagnata da una didascalia: “Strumento e silenzio: il suono che non si è mai udito.” Rossella Pera scrive che “nessun oggetto, come il flauto di Accetti, ha rappresentato meglio il concetto di prova simbolica: esiste, ma non dimostra.” In questa ambiguità – tra verità emotiva e verità giuridica – si gioca tutta la storia di Accetti.
Giustizia, verità e mito
A quarant’anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi, il caso non è più solo una cronaca, ma un archetipo. Accetti vi entra come personaggio e ne esce come concetto. Per Pino Nicotri, è “la personificazione del dubbio”. Per Fabrizio Peronaci, “il prodotto collaterale della sete di risposte”. Per Rossella Pera, “il corpo mediatico di un’assenza”. Ma la storia ha un altro ritmo: Accetti non è mai stato condannato, e fino a oggi nessuna prova lo lega direttamente al rapimento. La sua parabola ci ricorda che in certi misteri italiani la colpa non è un fatto, è una forma narrativa. La giustizia parla con atti, la memoria collettiva con simboli.
Le due verità
Nel dossier del 2025, la Procura di Roma scrive che “permangono elementi di interesse investigativo connessi alle registrazioni acquisite dalla Commissione”. Ma non viene disposta alcuna nuova imputazione. È lo stallo tipico dei grandi casi: quando la verità è troppo complessa per essere chiusa, ma troppo fragile per essere riaperta. Nell’ultimo editoriale dedicato a lui su Blitz Quotidiano, Pino Nicotri conclude: “Accetti è l’ultimo personaggio del mistero Orlandi a non aver cercato la gloria, ma l’ambiguità. Forse perché sa che solo nell’ambiguità il mistero sopravvive.”
Epilogo: il testimone del silenzio
Oggi Marco Fassoni Accetti vive lontano dai riflettori. Raramente rilascia dichiarazioni. Ogni tanto scrive lettere agli inquirenti, o risponde a qualche cronista con frasi brevi, taglienti, enigmatiche. In una di esse, citata da Rossella Pera nel 2024, scrive: “Non ho mai cercato il perdono, ma la memoria.”
È un pensiero che racchiude il senso di tutto: l’idea che, in un Paese che dimentica troppo in fretta, la memoria sia più importante della verità. Emanuela Orlandi resta una ferita aperta; Accetti, il suo riflesso più oscuro. Così, a distanza di dodici anni dalla consegna del flauto e quarantadue dalla scomparsa di Emanuela, la voce dell’“Americano” continua a vibrare nei nastri, più chiara e più inquieta di prima. E il nome di Marco Fassoni Accetti rimane lì, inciso tra le pieghe di un fascicolo che non smette di chiedere risposte. Il caso Orlandi, oggi, non può più essere raccontato senza attraversare la figura di Accetti. Ma raccontarlo significa riconoscere la fragilità del concetto di prova, la forza della narrazione e la necessità del dubbio. Il testimone del silenzio, dunque, non è solo lui: siamo tutti noi, intrappolati in una vicenda che da oltre quarant’anni riflette la nostra sete di colpe e la nostra paura della verità.
Ma chi è veramente Marco Accetti?
Nato a Tripoli nel 1955, Marco Fassoni Accetti cresce tra collegi e licei romani; una parte delle ricostruzioni lo colloca al Giulio Cesare, dove avrebbe conosciuto Angelo Izzo e, secondo alcune fonti giornalistiche (da verificare) avrebbe transitato anche Andrea Ghira. il padre si Marco, Aldo, è indicato come imprenditore edile attivo in Libia; La Giustizia, richiamando il libro di Fabrizio Peronaci, aggiunge l’elemento — delicato e giornalisticamente discusso — di una appartenenza a loggia massonica legata alla P2 (Accademia del Mediterraneo). Anche la lista di Valerio Verbano contiene il nome “Marco Accetti”, come ricordano “Chi l’ha visto?” e Blitz Quotidiano: un dato che spiega perché, nelle ricostruzioni sui mondi sociali della Roma tardo-settanta/inizio-ottanta, Accetti venga spesso riportato nell’orbita della destra giovanile dell’epoca, al netto delle sue successive smentite o reinterpretazioni. In parallelo alla cronaca, Accetti rivendica un percorso artistico autonomo (fotografia e cinema d’arte), documentato dal suo portfolio e da testi autoriali pubblici. Accetti è autore di opere rare e disturbanti in cui convivono la morte, il consumismo e la vecchiaia come simboli di un mondo in decomposizione morale. Le sue immagini, esposte nel sito ufficiale Opere di Marco Fassoni Accetti, ritraggono corpi sospesi, ambienti condominiali degradati, figure in posa sacrale o disarticolata, quasi reliquie moderne di una società in disfacimento. In alcune produzioni cinematografiche firmate con lo pseudonimo Ivan Metallico, Accetti esplora la claustrofobia dello spazio urbano, la solitudine e l’ipocrisia del quotidiano, come nel corto Gabinetto. Tra le sue prime ispirazioni figurano riferimenti alla tragedia di Beatrice Cenci, simbolo di colpa e punizione nella Roma barocca, città che egli dichiara di amare nella sua veste più segreta e papalina, intrisa di potere, rituale e decadenza. È in questa dimensione, sospesa tra arte e ossessione, che Accetti sembra cercare un senso alla propria esistenza e al tempo stesso un rifugio estetico dai fantasmi che lo inseguono. Un particolare curioso ma significativo riguarda il doppio cognome con cui Marco si presenta: Marco Fassoni Accetti. Il secondo, “Fassoni”, non è un’aggiunta casuale: è il cognome materno, che l’uomo ha scelto di anteporre a quello paterno per una ragione simbolica. Come dichiarò lui stesso nel corso di un’intervista concessa a Radio Radicale nel 2013, quella scelta nasceva da una presa di posizione “contro la mentalità fallocratica” che prevede che un individuo debba essere identificato solo dal nome del padre. Sul versante giudiziario, resta in atti la condanna per omicidio colposo e omissione di soccorso nel caso Garramon (1983); nessuna responsabilità è stata invece accertata nel caso Bruno Romano (1995), dove informative e piste giornalistiche lo citarono ma non portarono a condanna. Tuttavia, nel 2021 le sorelle di Bruno Romano notarono sul sito di Marco Accetti, una fotografia che ritraeva un loro zio. Le donne, interrogandosi sul legame, chiesero: “Perché la foto di un nostro parente sul sito di Accetti?“. Accetti rispose pubblicamente dichiarando di non avere idea che quella persona fosse parente delle sorelle Romano e affermò che la foto in questione — intitolata “Malinconia di un nomade” — era stata pubblicata come parte delle sue opere fotografiche, in cui spesso includeva soggetti rom. Secondo il suo punto di vista artistico, non era interessato al soggetto in sé, ma all’abitazione: aveva infatti fotografato un edificio che lo colpiva e pubblicato l’immagine, senza sapere delle relazioni personali col piccolo Bruno. Questa circostanza è stata discussa anche come possibile indizio — seppure molto tenue — di un legame più stretto tra Accetti e la famiglia Romano, ma finora, in nome dell’onesta enel rispetto della famiglia Romano e del signor Accetti, non è emersa alcuna conferma giudiziaria che quel parente fosse implicato nella scomparsa di Bruno o che lo stesso Accetti lo avesse selezionato consapevolmente con finalità oscure. Il nome di Marco Fassoni Accetti emerge anche in riferimento agli enigmi irrisolti di Katy (o Katty) Skerl e Alessia Rosati. Nel caso Skerl, Accetti ha più volte sostenuto che la bara della ragazza sarebbe stata trafugata dal cimitero del Verano, nel tentativo di eliminare tracce che avrebbero potuto collegare quel delitto al sequestro Orlandi; le indagini effettuarono verifiche sul loculo, constatando che le spoglie non erano più lì al momento del controllo. Quanto a Rosati, Accetti ha affermato di averla conosciuta, ospitata a casa sua e di avere notizie che la collegano a complessi intrecci con i servizi segreti nel 1994; queste dichiarazioni sono state rilanciate da fonti come Il Riformista, anche se non risultano al momento confermate in atti giudiziari definitivi. In entrambi i casi, le affermazioni di Accetti aprono linee investigative intriganti e dibattiti mediatici, ma non costituiscono per ora prove consolidate: rimangono nel regno dell’ipotesi e della testimonianza non avvalorata. Negli ultimi anni, un profilo di Repubblica lo ha descritto come “fotografo” presente in più snodi della cronaca nera romana (con riflettori accesi sul cold case di Katy Skerl), a conferma di una identità pubblica stratificata: autore, testimone, personaggio mediatico. Nei dossier giornalistici che accompagnano la figura di Accetti emerge un racconto mediatico affascinante: tra le voci riportate come parte del suo “mito” c’è quella della presunta aggressione a “Cavallo Pazzo”, episodio che alcuni articoli associano al suo nome ma che non risulta confermato in atti giudiziari pubblici (La Giustizia). Nel 1997, durante una telefonata intercettata, l’ex convivente di Marco Fassoni Accetti — consapevole che la conversazione fosse registrata — lo avrebbe messo sotto pressione, minacciando di “rivelare tutto” riguardo a Emanuela Orlandi. Quel frammento di dialogo, che avrebbe potuto gettare nuova luce sul caso, non venne però mai acquisito formalmente negli atti dell’inchiesta sulla scomparsa della giovane cittadina vaticana, rimanendo confinato tra le pieghe delle registrazioni e delle cronache parallele. Accetti avrebbe poi partecipato, nel 1999, ad una puntata di Domenica In con lo pseudonimo “Alì Estermann”, durante la quale avrebbe eseguito una imitazione di Roberto Benigni. Secondo la narrazione giornalistica, in seguito in USA avrebbe continuato questa “performance” fingendo di essere Benigni per ottenere benefici – entrando in locali e mangiando gratis – finché non sarebbe stato scoperto. Questi racconti alimentano l’alone enigmistico che circonda Accetti, ma fino a oggi non risultano documentati in modo incontestabile in giudizio. Il 18 settembre 2013 il programma di La7, Linea Gialla, propose il filmato di un faccia a faccia tra Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, e Marco Fassoni Accetti. Quest’ultimo ribadì: “Se fossi un assassino non mi sarei mai presentato. Ho partecipato al rapimento per motivi politici“, sostenendo una regia “di pochi” e “più sfumata…“, “pochi ecclesiastici minori, di secondo o terzo grado, e pochi laici insieme hanno convenuto di operare“, senza indicare un “mandante“, mentre Pietro Orlandi lo incalzava: “Ci sono state delle personalità all’interno del Vaticano che ti hanno ingaggiato per fare questo lavoro?“, arrivando a un appello accorato: «In questa storia, non c’è pietà. Abbiate pietà nei confronti di mia madre. Spero che Emanuela sia viva e se è morta, ridateci il corpo». Come se questo non bastasse, Marco Accetti affermò che alla fine del 1993, in un pomeriggio intorno alle 15:30, vi sarebbe stato un incontro segreto a Villa Borghese, nei pressi del galoppatoio, tra Mirella Gregori (altra ragazza di cui Accetti “rivendica” la scomparsa) e sua madre, Maria Vittoria Arzenton. Secondo la sua versione, Mirella era parcheggiata in un camper vicino alla recinzione del parco, Arzenton salì all’interno e le due restarono insieme per circa tre quarti d’ora. Accetti disse di essere presente, ma nascosto, e che lo scopo dell’incontro fosse “tranquillizzare” la madre rispetto alle affermazioni che stava facendo sulla figura del gendarme Vaticano Raoul Bonarelli, che era stato indicato da Arzenton come la persona vista in compagnia di Mirella. Dopo quell’incontro, secondo Accetti, Mirella sarebbe stata riportata all’estero. Maria Antonietta, sorella di Mirella, non ha mai creduto a questa storia. In una puntata di Chi l’ha visto? di settembre 2015, si incendiò lo studio durante il confronto con Marco Fassoni Accetti, in collegamento da casa sua, con la conduttrice Federica Sciarelli. In quel momento, la tensione in studio salì notevolmente. Sciarelli non lesinò rimproveri verso Accetti e Accetti non si fece problemi a rispondere: “Lei fa lo spettacolino, è una demagoga populista. Lei ha mai assistito a un interrogatorio in procura? Si comportano esattamente come lei. Non sa fare neanche avanspettacolo. Se io fossi un mostro, lei di me non conoscerebbe nemmeno l’odore“. C’è poi Il nome di Magdalena Chindris, che riaffiora più volte nella biografia oscura di Marco Fassoni Accetti, in un intreccio di conoscenze, frequentazioni e misteri irrisolti. La donna, di origini romene, scomparve misteriosamente nel 1995, anno cruciale anche per la parabola giudiziaria di Accetti. Secondo quanto riportato da La Giustizia, i due si conoscevano da tempo: Chindris e il compagno, il fotografo Gherardo Gherardi, avevano un laboratorio in via Sirte, non lontano dall’abitazione di Accetti. Tra loro sarebbe nata una frequentazione amichevole, tanto che l’uomo avrebbe trascorso del tempo anche con la figlia di lei, Ester, partecipando a piccole attività domestiche e momenti di socialità. In seguito, Magdalena e il marito comparvero come testimoni in favore di Accetti nel cosiddetto “caso Garramon”, contribuendo a confermarne l’alibi e a ridimensionare le accuse a suo carico. Dopo pochi mesi, però, Magdalena sparì nel nulla, e il suo nome tornò d’attualità molti anni dopo, quando un articolo del Corriere della Sera ipotizzò che alcuni resti ossei rinvenuti nel 2007 alla Magliana – appartenenti a cinque individui diversi – potessero includere anche quelli di una donna compatibile, per età e periodo del decesso, con la Chindris. Nel 2017, la figlia di Magdalena, Ester, tornò pubblicamente a parlare del suo passato nel corso di una puntata di Chi l’ha visto?, riportando alla luce la figura enigmatica di Marco Fassoni Accetti. Nel servizio trasmesso l’8 marzo, la giovane ricordò i pomeriggi trascorsi con lui quando era bambina e descrisse un clima che col tempo aveva assunto contorni inquietanti. Ester parlò di un atteggiamento ambiguo quando Accetti fotografava lei, ancora bambina, e altri suoi coetanei, difficile da decifrare. Nel 2019, il nome di Marco Fassoni Accetti tornò brevemente nelle cronache giudiziarie per una vicenda accaduta all’interno di un locale di via Tripoli, nel quartiere Nomentano di Roma, da lui gestito e utilizzato anche per eventi artistici. Secondo la denuncia presentata da una madre, la figlia quindicenne e un’amica sarebbero rimaste “ammanettate per gioco” durante una festa tematica organizzata nel locale. Accetti respinse ogni accusa, sostenendo che si trattasse di una simulazione goliardica con manette di plastica, costumi e scenografie fotografiche, e che non vi fosse stata alcuna violenza né costrizione. Il procedimento arrivò a conclusione nel 2023, quando il Tribunale di Roma lo assolse con la formula “il fatto non sussiste”, riconoscendo che l’episodio non configurava reato. La notizia, riportata dal Corriere della Sera (edizione di Roma, 4 ottobre 2023), precisò che il giudice aveva ritenuto l’intera vicenda una rappresentazione ludica priva di finalità offensive.Ci sono figure che, nel fluire della cronaca, finiscono per incarnare il mistero stesso che le circonda. Marco Fassoni Accetti è una di queste. È entrato nel caso Orlandi non con la violenza di una prova, ma con la delicatezza di un gesto: la consegna di un flauto, simbolo di memoria e di mancanza. Da allora, la sua presenza ha assunto contorni cangianti: testimone, sospettato, artista, voce, ombra. Tutte definizioni provvisorie, nessuna definitiva. A distanza di anni, la sua figura resta avvolta da un alone di ambiguità, ma anche di ostinata coerenza. Non c’è stato un processo che lo abbia condannato, eppure il suo nome continua a riaffiorare ogni volta che il mistero di Emanuela Orlandi si riaccende. Forse perché Accetti non rappresenta soltanto un uomo, ma un modo di interrogare la verità: con esitazione, con paura, con desiderio. La sua storia dimostra che ci sono verità che non si impongono, ma si insinuano; che il silenzio, a volte, pesa più delle parole. In fondo, Marco Fassoni Accetti è rimasto fedele al ruolo che, volontariamente o meno, si è costruito: quello del testimone del silenzio. Non è l’eroe e non è il colpevole. È la presenza inquieta che ricorda a tutti noi quanto fragile sia la linea che separa la verità dal racconto, la memoria dal mito. E finché continueremo a cercare Emanuela, anche il nome di Accetti – con il suo mistero irrisolto e la sua voce sospesa nel tempo – continuerà, inevitabilmente, a far parlare.


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