Il nome Roberto Savi continua a evocare una delle pagine più inquietanti della cronaca italiana. Ex poliziotto, mente della Banda della Uno Bianca, protagonista di una scia di omicidi e rapine che ha terrorizzato l’Italia tra gli anni ’80 e ’90, Savi è tornato sotto i riflettori grazie alla sua intervista a Belve Crime.
Dietro la figura del criminale spietato, però, si nascondeva una vita privata sorprendentemente ordinaria, fatta di matrimoni, relazioni complicate e un figlio che ha visto il padre finire in manette quando era ancora un bambino. Chi era davvero l’uomo dietro la divisa? Quali rapporti sentimentali ha avuto? E come si intrecciano la sua vita familiare e la sua carriera criminale? Scopriamolo insieme.
Roberto Savi: origini, carriera in Polizia e la costruzione di una doppia identità
Per comprendere la figura di Roberto Savi bisogna partire dalle sue radici. Nato a Forlì il 19 maggio 1954, cresce in una famiglia che solo durante il processo rivelerà una verità nascosta: i fratelli Fabio e Alberto non erano fratelli pieni, ma fratellastri. Da giovane frequenta ambienti di estrema destra e, secondo quanto dichiarato anni dopo ai magistrati, avrebbe partecipato a piccoli attentati negli anni ’70. Nel 1976 entra nella Polizia di Stato, prestando servizio a Bologna. È un agente apparentemente tranquillo, taciturno, quasi anonimo. Nel 1992 viene trasferito alla Centrale Operativa per motivi disciplinari, dopo aver rasato i capelli a un ragazzo fermato per droga.
Dietro quella facciata di normalità, però, si nascondeva un uomo che aveva già iniziato a costruire un mondo parallelo. Nel 1987, insieme al fratello Fabio, dà vita alla Banda della Uno Bianca, un gruppo criminale che sfrutta conoscenze interne alla polizia per compiere rapine, omicidi e agguati con una precisione quasi militare. La banda agisce indisturbata fino al 1994, quando un’indagine partita da Rimini porta all’arresto di Savi nella notte tra il 21 e il 22 novembre. La condanna all’ergastolo arriva nel 1996, insieme a quelle dei fratelli e degli altri membri del gruppo.
Mentre la cronaca raccontava l’orrore dei delitti, la sua vita privata rivelava un uomo capace di vivere due esistenze parallele: quella del poliziotto e quella del criminale, ma anche quella del marito e del compagno affettuoso.
La vita sentimentale di Roberto Savi: matrimoni, figli e relazioni nascoste
La storia privata di Roberto Savi è complessa quanto la sua vita criminale. Il suo primo matrimonio è con Anna Ceccarelli, dalla quale ha un figlio, Simone, nato intorno al 1985. La famiglia viveva in un appartamento modesto vicino all’aeroporto di Bologna, dove Savi conduceva un’esistenza apparentemente normale.
La moglie, però, durante il processo lo descriverà come un uomo aggressivo, chiuso, incline a scatti d’ira. Racconterà anche episodi inquietanti, come quando lui le avrebbe puntato la pistola contro per intimidirla. Nonostante sapesse che il marito era coinvolto in attività criminali, non trovò mai il coraggio di denunciarlo.
Poco prima dell’arresto, Savi abbandona la moglie e il figlio per iniziare una relazione con Stella Okonkwo, una giovane nigeriana di 21 anni che aveva “liberato” dal giro della prostituzione pagando dieci milioni di lire. A Stella affitta un appartamento a Pontecchio Marconi e vive con lei fino alla notte dell’arresto. La relazione, intensa e controversa, mostra un lato di Savi che pochi conoscevano: quello dell’uomo che cercava compagnia e controllo, alternando protezione e manipolazione.
Nel 2008, già detenuto da anni, si risposa in carcere con una donna olandese conosciuta durante la detenzione a Monza. Un matrimonio che sorprende l’opinione pubblica e che conferma come Savi, anche dietro le sbarre, abbia continuato a intrecciare relazioni e a costruire legami affettivi.
La sua vita sentimentale, dunque, è un mosaico di rapporti intensi, spesso segnati da dinamiche di potere, segreti e tensioni. Un aspetto che contribuisce a rendere ancora più complessa la figura del capo della Uno Bianca.
Roberto Savi oggi: il carcere, le richieste di grazia e il ritorno davanti alle telecamere
Dal 1994, Roberto Savi è detenuto nel carcere di Bollate, dove sta scontando l’ergastolo. Nel corso degli anni ha presentato diverse richieste di grazia e di benefici, tutte respinte. Ha chiesto anche di poter lavorare all’esterno, ma la gravità dei reati commessi e la loro natura hanno portato a continui dinieghi.
La sua figura resta una delle più enigmatiche della storia criminale italiana. Un uomo che ha tradito la divisa, la famiglia e la fiducia di un intero Paese, ma che continua a suscitare curiosità per la sua capacità di vivere due vite parallele: quella del poliziotto e quella del killer, quella del marito e quella dell’uomo che ha guidato una delle bande più sanguinarie della storia italiana.

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