Monte Sant’Angelo, le violenze fasciste contro i repubblicani durante la campagna elettorale del 1924

MONTE SANT’ANGELO. Le violenze fasciste contro i repubblicani durante la campagna elettorale del 1924

di arch. Michele Di Lauro

Il 6 aprile del 1924 hanno luogo le ultime elezioni politiche multipartitiche per il rinnovo della Camera dei deputati. Le elezioni avvengono sulla base della famosa legge Acerbo del novembre 1923. La campagna elettorale fu contrassegnata da un clima di intimidazione e sopraffazione, con numerosi episodi di violenze da parte del Partito Nazionale Fascista. Tutto questo verrà denunciato nella seduta parlamentare del 30 maggio dal segretario socialista Giacomo Matteotti (Fig. 1). Come conseguenza del suo discorso di protesta Giacomo Matteotti fu rapito e assassinato da una squadra di fascisti capeggiata dal pluriomicida Amerigo Dumini. In vista di quelle elezioni, a causa di evidenti difficoltà logistiche da parte dei partiti di sinistra, il PRI pugliese, che inizialmente sosteneva l’astensione, partecipò alla competizione a seguito di un nuovo orientamento della direzione del partito. L’obiettivo era, come scrive Simona Colarizi,

di costituirsi quale centro unificatore di tutte le forze democratiche antifasciste, e in primo luogo quelle combattentistiche, aprendo la sua lista alle candidature di Michele Lanzetta e Antonio Lauricella, entrambi mutilati di guerra, Egidio Reale, ex combattente di Lecce, Pasquale Carlo, decorato di guerra.1

Per contrastare la campagna politica del P.R.I. le sue sezioni vengono assaltate e devastate, verrà impedita la vendita e la distribuzione dei giornali repubblicani, ai candidati repubblicani fu impedito di tenere comizi. Durante la campagna elettorale avvenne un grave episodio di violenza politica. L’avvocato Michele Lanzetta, che in seguito diverrà senatore socialista (Fig. 2), era stato candidato alle elezioni nelle fila del partito repubblicano quale ex combattente, fuoriuscito dall’Associazione Nazionale Combattenti che, in Capitanata, era capeggiata dal fascista Caradonna.

La lista repubblicana aveva come esponenti di spicco, oltre al Lanzetta, Piero Delfino Pesce, Egidio Reale e Luigi Natoli. L’avvocato Michele Lanzetta, proveniente da Roma dove esercitava la professione forense, raggiungeva la città natale di Monte Sant’Angelo accolto con entusiasmo dai suoi concittadini, che avevano, per la prima volta, un rappresentante di un “partito di libertà” nelle elezioni politiche. L’accoglienza calorosa indusse il candidato repubblicano a organizzare un comizio con l’affissione di manifesti e annunci inneggianti al voto per il P.R.I.

Fig.1 Giacomo Matteotti

Fratta Polesine (Rovigo) 1885, assassinato a Roma da squadristi fascisti il 10 giugno 1924, avvocato, deputato ed esponente di spicco del Partito Socialista e, in seguito alla scissione, segretario nazionale del P.S.U. (Foto pubblico dominio)

Nato il 22 maggio 1885 a Fratta Polesine in provincia di Rovigo. Si iscrisse giovanissimo al Partito Socialista Italiano nel 1900 divenendo esponente di riferimento per la zona del Polesine. Dopo aver frequentato il liceo “Celio” di Rovigo si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza a Bologna, dove si laureò nel 1907. Allo scoppio della Grande Guerra espresse il suo forte dissenso all’intervento dell’Italia, così come aveva fatto in precedenza con la guerra in Libia. Per il suo impegno antimilitarista e pacifista venne condannato a trenta giorni di reclusione. Partecipò alla Prima guerra mondiale e venne congedato nel marzo del 1919. Nelle elezioni politiche dello stesso anno fu eletto per la prima volta deputato nel collegio Rovigo e Ferrara e nel 1924 per la circoscrizione Padova e Rovigo. Durante il biennio rosso (1919-1920) guidò le battaglie dei braccianti e dei contadini per il rinnovo dei patti agrari. Partecipò al congresso del P.S.I. a Livorno nel gennaio del 1921, congresso che sancì la scissione da cui ebbe origine il Partito Comunista d’Italia (PCd’I). Denunciò più volte le violenze nell’area padana, subendo egli stesso una spedizione punitiva da parte dei fascisti di Castelguglielmo. Nell’ottobre del 1922 si tenne un ulteriore congresso del P.S.I. a Roma e in quella sede la corrente riformista abbandonò il partito e diede vita al Partito socialista unitario (P.S.U.) e Matteotti venne chiamato a ricoprire la carica di segretario. I due anni successivi furono quelli più intensi e drammatici della sua attività politica. Nel febbraio del 1923 si recò in Francia per partecipare al congresso del partito socialista francese; in seguito si diresse in Germania a Berlino dove incontrò membri autorevoli della socialdemocrazia tedesca. Si recò clandestinamente, poiché gli era stato revocato il passaporto, in Inghilterra dove ebbe incontri con esponenti del partito laburista. Rientrò in Italia il 30 aprile del 1924. Il 30 maggio di quell’anno pronunciò nella Camera dei deputati il celebre discorso in cui denunciò le numerose irregolarità nello svolgimento delle elezioni e le intimidazioni e violenze nei confronti dei candidati dell’opposizione. Il 10 giugno del 1924 alle ore 16.30 sul lungotevere Arnaldo da Brescia venne assalito da un gruppo di fascisti che lo tramortirono e lo caricarono su un’automobile. Il suo corpo venne rinvenuto solamente il 16 agosto sulla via Flaminia. I 5 squadristi fascisti (Dumino, Volpi, Malacria, Poveromo e Viola) vennero arrestati pochi giorni dopo il sequestro. La compagine fascista era riconducibile direttamente a Mussolini, provocando una gravissima crisi politica che venne superata dal Duce anche grazie all’accondiscendenza del re, che non volle rimuovere il presidente del Consiglio.

I fascisti locali, risentiti, mobilitarono una squadra di camicie nere che eseguirono una metodica distruzione di tutti i manifesti. Questa provocazione indignò la cittadinanza << …e il maresciallo dei carabinieri si affrettava a recarsi presso il nostro amico per esortarlo a nome del sindaco a desistere di fare … l’oppositore.>>2 Alla prima affissione ne seguì una seconda e caparbiamente la squadra fascista, capeggiata dal luogotenente Francesco Giordani (ex sergente dell’esercito), intervenne picchiando l’attacchino e strappandogli di mano i manifesti elettorali. Provvidenzialmente era presente alla scena l’avv. Raffaele Lanzetta, fratello del candidato repubblicano ed ex capitano pluridecorato degli arditi, che riuscì a riappropriarsi dei manifesti.

Fig. 2 Michele Lanzetta

Foto tratta dalla scheda delle attività del Senato della Repubblica, I legislatura, 1948-1953.

Nato a Monte Sant’Angelo il 10 gennaio 1896. Partecipò al primo conflitto mondiale nel quale fu ferito gravemente. Svolse prevalentemente la professione di avvocato a Roma e nella sua abitazione romana si svolsero spesso incontri di oppositori al regime. Partecipò alle elezioni del 1924 quale candidato del PRI su indicazione del segretario regionale avv. Piero Delfino Pesce. Sarà costretto ad abbandonare l’attività professionale a Roma già alla fine degli anni ’20. Dopo la caduta del fascismo sarà nominato commissario prefettizio del Comune di Manfredonia e nel febbraio 1944 verrà eletto sindaco. Fece parte del CLN di Manfredonia e all’inizio del 1945 verrà accusato insieme all’amico Nicola Scardino e al sindacalista Federico Rolfi di offese all’onore del re, per aver strappato l’effigie del sovrano nella sede del CLN durante una riunione. Si presenterà alle elezioni politiche dell’aprile del 1948 tra le fila del partito socialista e verrà eletto senatore.

I fascisti sorpresi dal gesto cominciarono a manganellare i presenti, e uno di loro, lo stagnino Nicola De Robertis, residente da poco a Monte Sant’Angelo, << sparava due colpi di moschetto>>3, spari che per fortuna non andarono a segno. A questo punto l’intera cittadinanza si ribellò contro i soprusi eseguiti dalle camicie nere. Si formò subito un gran corteo e durante il tragitto l’avv. Michele Lanzetta venne portato in trionfo e fu <<…costretto ad arringare da un balcone i dimostranti fra l’entusiasmo generale. >>4 In serata una delegazione di cittadini si recò presso l’abitazione del Lanzetta per esortarlo a partecipare ad altro corteo più numeroso che nel frattempo si era formato grazie all’arrivo in città di una folta schiera di operai e contadini che avevano appreso la notizia del vigliacco attentato. Nuovamente il candidato repubblicano fu

sollevato dalla folla delirante: egli parlò da un balcone entusiasmando…. Egli che conobbe nel 1919 le fucilate dei cosiddetti bolscevichi, oggi non si è certamente meravigliato di quelle degli stessi uomini di ieri che hanno cambiato camicia.5

L’amico Lanzetta riuscì a calmare gli animi della folla con un discorso di <<benevolenza e di pacificazione>>. La calma fu quindi ristabilita anche grazie all’intervento tempestivo del maresciallo dei RR. CC. Michele Torelli. Dopo l’umiliazione subita per via delle manifestazioni popolari, i fascisti di Monte Sant’Angelo cercarono in tutti i modi di dimostrare che i loro concittadini erano devoti al fascismo. La città era considerata una rocca inespugnabile per il trionfo della lista bis ideata e sostenuta dal Caradonna (Fig. 3) e quindi mal si tollerava che il candidato repubblicano rompesse le uova nel paniere del fascismo6.

Fig. 3 Giuseppe Caradonna

(Cerignola, 5 ottobre 1891 – Roma 14 marzo 1963) esponente politico del P.N.F., vicepresidente della Camera dei deputati durante il fascismo. (Foto tratta dall’archivio del senato)

Nacque a Cerignola il 5 ottobre del 1891, figlio di Giulio e Giulietta Di Roma. Frequentò il ginnasio nella sua città natale e in proseguimento il liceo classico annesso al Convitto Nazionale “Ruggiero Bonghi” della città di Lucera. Si arruolò volontario al seguito del generale Ricciotti Garibaldi per combattere contro l’Impero ottomano. Partecipò alla prima guerra mondiale raggiungendo il grado di capitano e venne decorato con tre medaglie di argento al valor militare. Nel novembre del 1920 fondò il Fascio di Cerignola e guidò le camicie nere in violenti scontri contro i contadini e i proletari. Venne eletto deputato per la circoscrizione Bari-Foggia nel 1921 per il P.N.F. e nello stesso anno si distinse subito per una violenta rissa, in parlamento e fuori, con il deputato cerignolano Giuseppe Di Vittorio. Partecipò alla Marcia su Roma in qualità di capo delle squadre d’azione pugliesi. Nel settembre del 1921 a Mola di Bari fu a capo del drappello fascista che aggredì il socialista Giuseppe Di Vagno ferendolo mortalmente. Nel 1924 fu designato membro del Gran Consiglio del Fascismo. Fu sottosegretario alle poste dal 1921 al 1924. Nel 1926 a causa di dissidi all’interno del fascismo, iniziò una fase di lento declino. Per questo motivo Mussolini, per allontanarlo dall’Italia, gli affidò la carica di ministro plenipotenziario presso l’ambasciata italiana a Cuba, carica che il Caradonna rifiutò. Nel 1934 venne eletto Vicepresidente della Camera dei Deputati. Aderì alla Repubblica Sociale Italiana. Nel 1946 venne arrestato, ma nell’agosto dello stesso anno fu scarcerato. Morì a Roma il 14 marzo 1963.

Domenica 30 marzo alle ore 13 arrivò in città il convoglio composto da numerose autovetture con a bordo l’onorevole Caradonna, i candidati Canella e Ventrelli, il prefetto comm. Lozzi e famiglia, l’avv. De Meo, il generale d’Alfonso, l’avv. Conte, l’avv. De Bellis ed altri, e da un camion di scorta con a bordo un drappello di squadristi in borghese con armi e munizioni. Vista l’ora tarda si decise di rinviare il previsto comizio al termine del banchetto di benvenuto offerto dall’amministrazione comunale nella casa del canonico Filippo Ungaro. Alle 14.30 circa un gruppo di cittadini si recava presso l’abitazione della famiglia Lanzetta per richiedere l’intervento del nostro amico, al fine di perorare la liberazione dell’operaio Antonio Falcone che era in stato di fermo presso la Caserma dei carabinieri. Quantunque Michele Lanzetta fosse febbricitante, con un grande sforzo si alzò dal letto e raccomandò di mostrarsi durante il percorso tranquilli e silenziosi. Poco dopo essere usciti dal palazzo Lanzetta e prima di giungere davanti all’ingresso della Basilica di S. Michele, che era di fronte alla casa del canonico Ungaro, il gruppo incrociò alcuni squadristi che gridarono << Abbasso la Repubblica! Viva il fascismo!>>7. A tali grida provocatorie l’agricoltore Salvatore Fonata detto Cipolla raccomandò gli avversari di abbassare i toni al fine di evitare che accorresse gente e si creassero quindi le premesse di incidenti. Le camicie nere invece con un fischio richiamarono i loro compagni che erano sul corso Garibaldi a presidiare il banchetto e riunitisi cominciarono a malmenare i repubblicani e a inseguirli verso la via che portava al Castello, sparando contro la gente disarmata. Lanzetta rimase solo e sarebbe stato linciato se non fossero intervenuti il maresciallo Torelli e il signor Gennaro Roberti che lo misero al riparo nella sacrestia della Cappella della Libera, a ridosso della Basilica. Nel frattempo intervennero anche il commissario Conte e il deputato provinciale Potito Lanzetta: quest’ultimo percosse, facendolo cadere, il povero operaio Lorenzo D’Apolito detto Scurcitello. Il fornaio repubblicano Tomaiuolo detto Dianos venne anch’egli malmenato e, per sottrarsi alle legnate, fuggì verso Vico Giordani e poi verso un vicolo attraverso il quale si accede alle scuole di S. Francesco. In quest’ultimo vicolo avvenne l’episodio più grave. Ivi infatti si trovava la casa dell’operaio Michelantonio D’Apolito di Pasquale. Due squadristi rincorrevano furiosamente il Dianos e, non riuscendo a raggiungerlo, uno dei due, <<che la popolazione ebbe subito a identificare>>8, sparò un colpo di pistola che abbatté istantaneamente il fanciullo decenne Pasquale D’Apolito, figlio dell’operaio suindicato. Dal palazzo del canonico Ungaro scesero, di lì a poco, il vice pretore Roberti, l’avv. Adabbo, maggiore in congedo, per accertarsi degli avvenimenti in corso e col proposito di pacificare gli animi. Nel frattempo, sotto i loro occhi, uno squadrista percosse violentemente un operaio che cadde a terra tramortito. Il loro provvidenziale intervento impedì che l’operaio, ormai esanime, fosse ucciso. Di lì a breve il generale D’Alfonso, il prefetto Lozzi e probabilmente il candidato Ventrella (lista bis), prelevarono l’avv. Michele Lanzetta dalla sacrestia succitata e lo accompagnarono a casa. Subito dopo si sparse la notizia della morte di un fanciullo e il generale D’Alfonso, il Roberti, l’Adabbo e il Prefetto si recarono alla sede della Croce Verde per verificare la veridicità della voce e lì un milite raccontò che un fanciullo <<era spirato fra le sue braccia>>9. Il militare li guidò verso la casa del D’Apolito dove constatarono la presenza di tracce di sangue lasciate dalla vittima. Ai presenti la ricognizione, un contadino dichiarò spontaneamente chi aveva sparato e ucciso, lo chauffeur dell’on. Caradonna, Salvatore De Caro. Divulgata la notizia alle autorità presenti in città, nel Palazzo Comunale si riunirono in consiglio, sotto la presidenza di Caradonna, il Prefetto, il generale D’Alfonso, il candidato Ventrella e Don Potito Lanzetta, questi in evidente conflitto d’interesse perché legato da legami di parentela con il candidato del P.R.I., per discutere degli avvenimenti luttuosi. Le decisioni prese rimasero segrete fino a mezzanotte. Frattanto il convoglio ritornò verso Manfredonia, dove furono commessi altri soprusi e pronunciati discorsi inneggianti alla violenza con qualunque mezzo contro gli avversari politici, e di odio verso il popolo di Monte Sant’Angelo. Dopo la mezzanotte i carabinieri effettuarono l’arresto di ben sedici repubblicani e alle due si presentarono davanti al portone del palazzo Lanzetta per eseguire l’arresto del nostro Michele. Il maresciallo Torelli invitò l’avv. Lanzetta a seguirlo in caserma dove l’attendeva il commissario Conti. Tutti e diciassette furono quindi condotti in carcere a Foggia sotto l’imputazione (risum teneatis!) per l’avv. Lanzetta di istigazione a delinquere e per gli altri di complicità nell’omicidio del giovane D’Apolito.

Ci risulta che a Foggia fu invitato il Lanzetta a ritirarsi immediatamente a Roma, dov’egli risiede per l’esercizio dell’avvocatura, con promessa che se ciò avesse accettato non gli sarebbe fatto il processo. Il Lanzetta, con serenità repubblicana e con sdegno montanaro, rifiutò l’invito, accettando il procedimento penale.10

Nel carcere di Foggia, gli arrestati furono interrogati dall’istruttore capo presso il locale Tribunale, cav. Daniello e dal sostituto procuratore cav. Manzella, gli stessi che si erano recati in precedenza a Monte Sant’Angelo per il sopralluogo e l’esame dei testimoni.

I giornali fascisti – evidentemente ubbidendo a una parola d’ordine – descrissero l’omicidio come frutto di un agguato repubblicano e tentarono di far passare il fanciullo assassinato come un <<balilla>>11 mentre invece egli apparteneva a famiglia notoriamente antifascista. Frattanto la voce pubblica non ristava dall’accusare dell’omicidio quegli che ai pochi presenti era apparso il responsabile diretto12, cioè il De Caro, chauffeur dell’onorevole Caradonna.

Fig. 4 Italo Balbo

Quartesana (FE), 6 giugno 1896, Tobruch 28 giugno 1940, è stato un politico italiano, Maresciallo dell’Aria e governatore della Libia. (Foto pubblico dominio)

Nacque a Quartesana una piccola frazione di Ferrara da genitori entrambi maestri elementari, Camillo Balbo e Malvina Zuffi. Partecipò alla prima guerra mondiale inizialmente come ufficiale degli Alpini e in seguito divenne comandante di un reparto di arditi. Al termine della guerra si sposa e poco dopo si laurea in scienze sociali all’università di Firenze. Fu a capo del fascismo a Ferrara, distinguendosi nell’organizzare violente spedizioni squadriste assaltando e distruggendo le sedi del Partito Socialista e delle Camere del Lavoro. Fu tra i quadrumviri della Marcia su Roma, rivestendo varie cariche tra le quali Comandante generale della milizia e componente del Gran Consiglio del Fascismo, lasciando contestualmente la massoneria alla quale aveva aderito nel 1920. Nel 1924 fu costretto a rassegnare le dimissioni da Comandante della milizia, a causa del suo coinvolgimento documentato nell’assassinio di don Giovanni Minzoni. Nel 1928 fu nominato generale di squadra aerea e poco dopo divenne ministro dell’aviazione. Per la notorietà delle memorabili trasvolate atlantiche a Rio de Janeiro, in Canada e negli Stati Uniti, Mussolini lo promosse Maresciallo dell’Aria. I successi conseguiti e la popolarità ottenuta fanno sì che il Duce lo nomini Governatore generale della Libia, probabilmente per allontanarlo da Roma a causa di dissidi politici. Balbo muore in Libia sui cieli di Tobruch colpito dalla contraerea italiana il 28 giugno 1940 al ritorno da un volo esplorativo.

Solo dopo le elezioni politiche la Magistratura, che aveva in carico l’istruttoria contro i repubblicani di Monte Sant’Angelo, rimise in libertà tutti e diciassette gli imputati. I Magistrati foggiani smontarono totalmente l’atto di accusa preparato dal famoso Consiglio di Guerra del 30 marzo, presieduto dall’ on. Caradonna, che nel frattempo da sottosegretario alle Poste era tornato a essere semplice onorevole. Le indagini, non più fortemente condizionate, portarono all’emissione di un mandato di cattura nei confronti del vero colpevole lo chauffeur Salvatore De Caro, che infatti venne arrestato. Il cronista della Voce repubblicana pone la seguente domanda al lettore

<< ..:perché furono arrestati i repubblicani non accusati da nessuno; mentre fu lasciato senza molestie, fino ad oggi, il De Caro, la cui responsabilità era accertata dai testimoni? In quale relazione sono fra loro il Consiglio di Guerra presieduto dall’on. Caradonna e l’arresto dei repubblicani sotto la terribile accusa? E perché il De Caro solo ora è stato arrestato? Ne sa nulla il suo assuntore on. Caradonna? Sono queste – ed altre – questioni sulle quali deve indagare la Magistratura: perché anche su questo, come sul delitto Matteotti, come sul delitto Minzoni che l’opinione pubblica – terribile accusatrice – vuole che sia fatta la luce, tutta la luce!>>13

Sulla seconda questione di cui sopra, che si riporta a latere, una piccola luce fu accesa pochi giorni dopo, quando il 5 dicembre si svolse il processo per diffamazione intentato da Italo Balbo contro La Voce Repubblicana. Qualche tempo prima, sull’onda dello sdegno per il delitto Matteotti, erano apparsi degli articoli sui quotidiani Il Popolo e La Voce Repubblicana in cui si asseriva che il gerarca Italo Balbo (Fig. 4) fosse il presunto responsabile dell’assassinio del sacerdote ravennate Don Minzoni (Fig. 5).

Fig. 5 Giovanni Minzoni

Ravenna 1luglio 1885, assassinato da squadristi fascisti ad Argenta (RA) il 23 agosto del 1923, sacerdote cattolico. (Foto pubblico dominio)

Nato in una famiglia della media-borghesia studiò in seminario e nel 1905 fu ordinato presbitero. L’anno successivo fu nominato cappellano ad Argenta e poi nel 1915 arciprete. Nel 1916 partì per il fronte come cappellano militare e su sua richiesta volle essere assegnato a una unità combattente; in questo compito si distinse per l’assistenza morale e spirituale dei soldati ottenendo la medaglia d’argento. Terminata la guerra ritornò alla sua parrocchia di Argenta, dove mise in campo numerose iniziative volte a migliorare la condizione della classe operaia. Condannò fermamente l’uccisione il 7 maggio 1921 del suo amico sindacalista Natale Gaiba ucciso da un gruppo di fascisti di Argenta, e si occupò del mantenimento della vedova e dei figli. Nell’aprile del 1923 si iscrisse al Partito Popolare e condannò fortemente le violenze fasciste rifiutando ogni forma di collaborazione con il PNF. La sera del 23 agosto 1923 venne aggredito e ucciso a bastonate da due fascisti, Giorgio Molinari e Vittore Casone, facenti capo a Italo Balbo, che venne travolto dal relativo scandalo dopo la pubblicazione di articoli su Il Popolo e su La Voce Repubblicana e fu costretto a dimettersi dalla carica di Console della Milizia. Nel 2023, in occasione del centenario della sua morte, il Dicastero della causa dei Santi ha concesso il nullaosta per l’avvio del processo di beatificazione.

A seguito di tali rivelazioni, che crearono grande scalpore, il Balbo fu costretto a dimettersi da Comandante generale della Milizia Volontaria (MVSN). La causa si svolse a Roma e i difensori, l’on. avv. G. Conti e l’avv. Pacciardi, con le loro arringhe smontarono completamente l’accusa. Anzi, durante il dibattimento, portarono documentazione e testimonianze riguardanti gli ordini da lui impartiti di bastonature di antifascisti e sue pressioni sulla magistratura. La causa terminò con l’assoluzione del giornalista de La Voce Repubblicana, Renato Padovani, perché il fatto non costituisce reato e di condanna al pagamento delle spese processuali per il querelante Balbo.

Dal resoconto della vibrante arringa dell’avv. Pacciardi pubblicato su La Voce Repubblicana del 5 dicembre1924 (sequestrato) è riportato di seguito un piccolo stralcio.

L’on. Balbo ha tentato di negare al povero Don Minzoni la santità della vita. L’on. Balbo giungendo a Ferrara ha tentato per prima cosa, di soffocare le pubblicazioni scandalistiche attorno al delitto. Ciò risulta in modo incontrovertibile dalla deposizione del giornalista cav. Pozzi dell’Avvenire d’Italia. Nonostante tutte le attenuazioni non si può in altro modo spiegare le affermazioni del teste Pozzi: l’on. Balbo ha tentato di sminuire la santità della vita di Don Minzoni.

L’udienza continua.

E questa si che è diffamazione! Perché non può dal cielo Don Minzoni chiedere 12 mesi di carcere, né lo difendono le medaglie da lui conquistate sul Piave, né i feriti da lui raccolti in combattimento, né le benemerenze civili che tutti gli hanno riconosciuto. È bene che anche in questo dibattimento si renda un doveroso omaggio a lui che troverà forse, in quest’ora, vera pace.14

1 Colarizi S., la citazione è riportata in “Centro Documentazione Piero Delfino Pesce”

www.centrodocumentazionepierodelfinopesce.it.manifesto1924.htm

2 La Voce repubblicana (Roma) 29 marzo 1924 n. 76 pag. 1

3 La Voce repubblicana (Roma) 5 aprile 1924 n. 82 pag. 3

4 La Voce repubblicana (Roma) 29 marzo 1924 n. 76 pag. 1

5 Ibidem

6 La Voce repubblicana (Roma) 5 aprile 1924 n. 82 pag. 3

7 La Voce repubblicana (Roma) 2aprile 1924 n. 79 pag. 1

8 La Voce repubblicana (Roma) 5 aprile 1924 n. 82 pag. 3

9 Ibidem

10 Ibidem

11 La Voce repubblicana 2 dicembre 1924 n. 284 pag. 2

12 La Voce repubblicana (Roma) 2 dicembre 1924 n. 284 pag. 2

13 Ibidem

14 La Voce repubblicana (Roma) 5-6 dicembre 1924 n. 287-288 pag. 1

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