Manfredonia, Riccardi: “Politiche sociali, cultura e sanità da città fantasma”

Manfredonia, Riccardi: “Politiche sociali, cultura e sanità da città fantasma”

Ogni mattina, secondo un vecchio proverbio, in Africa una gazzella si sveglia sapendo che dovrà correre più veloce del leone per sopravvivere. A Manfredonia, invece, ogni mattina si sveglia chi governa Palazzo San Domenico, pronto a raccontare una città moderna, inclusiva, aperta, innovativa, accogliente e sicura, pur di sopravvivere politicamente.

Peccato che, mentre la narrazione ufficiale corre veloce, la realtà quotidiana dei cittadini resti ferma davanti a lentezze, inefficienze, disservizi, ritardi, promesse riciclate e problemi mai davvero risolti.

Perché una città non diventa moderna per decreto, né inclusiva per slogan. Lo diventa quando i servizi funzionano, quando le risposte arrivano, quando le difficoltà vengono affrontate e quando la vita quotidiana delle persone migliora davvero.

A Manfredonia, oggi, il divario tra ciò che viene raccontato e ciò che viene vissuto è ancora troppo grande.

Nella settimana appena trascorsa, dentro l’ennesima orgia di comunicati, selfie e sorrisi, mi hanno colpito in particolare alcuni temi fondamentali: i bisogni sociali e culturali e il diritto alla salute. Questioni che dovrebbero stare al centro dell’azione amministrativa e che, invece, sembrano essere diventate l’ennesimo terreno di propaganda, passerelle e autocelebrazione.

La prima questione è il Welfare Days, “I Servizi Sociali incontrano la città”, iniziativa costata oltre 3.000 euro e rivelatasi, a mio giudizio, un autentico fallimento. Organizzata abusivamente all’interno del LUC di Manfredonia, in totale contrasto con la delibera di Giunta comunale n. 37/2025, l’iniziativa racconta perfettamente il metodo: sostanzialmente loro fanno le regole e sempre loro non le rispettano, nel classico stile del “facciamo come ci pare”.

Più che incontrare la città, si sono incontrati soprattutto gli addetti ai lavori, riuniti per raccontarsi quanto siano bravi e per annunciare, finalmente, l’utilizzo delle risorse del PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027, programma nell’ambito del quale il Comune di Manfredonia è risultato destinatario di finanziamenti per la realizzazione di interventi sociali di vario genere, comprese azioni infrastrutturali a servizio della comunità.

Risorse, è bene ricordarlo, ottenute con progetti della Giunta Rotice.

La prossima volta, al fine di evitare la figura ridicola di vedere poche persone in una sala abusiva, fate come si usava fare durante i funerali: arruolate le prefiche, come fanno a Canosa, o i chiangimorti, come nel resto del Sud. Non costano molto, ma almeno vi assicurate che ci sia più gente, visto che non siete capaci di portarvi dietro chi dovrebbe esserci per rendervi credibili.

Eppure, nonostante disponibilità economiche e umane non marginali, le politiche sociali di Manfredonia continuano ad annaspare dentro un sistema appesantito dalla burocrazia. I bisogni e le fragilità possono attendere, mentre la propaganda istituzionale occupa la scena.

Servirebbe invece una capacità nuova, moderna, concreta: strumenti in grado di intercettare i bisogni reali, raggiungere chi è più fragile, rendere i servizi più rapidi, accessibili, affidabili ed efficaci.

Oggi, invece, le politiche sociali a Manfredonia appaiono deboli, frammentate e troppo spesso delegate a enti e associazioni del terzo settore. Intanto disagi, fragilità e difficoltà aumentano e, in molti casi, rappresentano un’occasione di business imprenditoriale piuttosto che un sistema realmente in grado di affrontare i problemi legati alle fragilità.

Ed è qui che la questione diventa ancora più seria. Perché quando il bisogno sociale diventa occasione di gestione, quando la fragilità diventa spazio di rendicontazione, quando il disagio rischia di trasformarsi in contenitore utile più agli apparati che alle persone, allora siamo davanti a un problema politico enorme. Un problema che nessun evento, nessuna locandina e nessun comunicato può coprire.

Su questo tema, e sui risultati reali prodotti da questo settore, nei prossimi giorni fornirò dati puntuali, anche alla luce del rendiconto 2025. Perché, al di là degli annunci e delle passerelle, siamo di fronte a un fallimento politico e amministrativo che non può più essere nascosto.

Sulle politiche sociali, dunque, mi sembra chiaro come siamo messi. E sui famosi cartelloni culturali estivi? Peggio che andar di notte.

Siamo a Giugno e nonostante gli oltre 200 mila euro in arrivo con una variazione di bilancio, non c’è ancora alcuna notizia concreta. Nessuna programmazione chiara, nessuna guida autorevole, nessuna visione culturale riconoscibile. Con la dirigente Tina Ciuffreda volutamente sostituita per una più agevole gestione delle risorse, a oggi resta soltanto il solito via vai dal Palazzo di Città.

Tra assessori e alcuni consiglieri comunali, particolarmente attivi, che si trasformano improvvisamente in agenti di spettacolo e personale arruolato a vario titolo, si prova a spartirsi le risorse per affidare agli amici degli amici, o peggio direttamente agli amici, la realizzazione degli eventi. Tutto questo mentre l’Assessora alla Cultura dirige il traffico ed il Sindaco pensa ad includere quelli messi alla porta. Uno spettacolo poco edificante per come vengono utilizzate le risorse pubbliche.

Il popolo verrà trattato nel solito modo: nessuna politica culturale vera, nessuna vocazione identitaria, ma solo qualche evento top e tanta gastronomia, con quella riservata alla borghesia locale sempre in prima linea.

È la solita logica: non una città che costruisce cultura, ma una città che consuma eventi. Non una programmazione pensata per valorizzare identità, memoria, territorio, giovani, periferie, comunità e futuro, ma un contenitore estivo dove infilare appuntamenti, nomi, serate, tavolate, palchi e relazioni.

E pensare che con la cultura ci spiegano di voler combattere la mafia. Salvo poi vedere le iniziative di sensibilizzazione sul tema, con una partecipazione irrilevante e con eventi che servono a soddisfare i bisogni degli organizzatori più che a costruire una vera coscienza civile. Perché la mafia non si combatte con le sedie vuote, con i comunicati o con la retorica. Si combatte con istituzioni credibili, con partecipazione vera, con esempi concreti e con una cultura che non sia ridotta a passerella o gestione di risorse.

Altra questione riguarda l’ennesimo comunicato della Commissione salute di Manfredonia, una commissione autocelebrativa, costituita da soli consiglieri di maggioranza. A oggi non abbiamo ancora capito cosa ci stiano a fare, né con quale proposta approvata dal Consiglio comunale interloquiscano con i rappresentanti aziendali e istituzionali.

Sembrano navigare al buio, con uscite a spot spesso imbarazzanti. L’ultimo comunicato, in particolare, è la rappresentazione di un’inadeguatezza incredibile.

Si esprime soddisfazione per gli ambulatori di ginecologia, dove oggi è possibile seguire quasi l’intero percorso della gravidanza senza doversi spostare verso altri centri. Quel “quasi” è inquietante, ed è ancora più inquietante far passare cose normali come motivi di soddisfazione. Fino a quando lotteremo per l’essenziale, nemmeno l’essenziale ci sarà davvero garantito.

Perché questo è il punto: ciò che dovrebbe essere normale viene trasformato in conquista. Ciò che dovrebbe essere garantito viene raccontato come risultato straordinario. Ciò che dovrebbe appartenere ai cittadini per diritto viene presentato come gentile concessione del sistema. E allora il “quasi” diventa la misura di una città costretta ad accontentarsi del minimo, quando invece dovrebbe pretendere il massimo sui servizi essenziali.

Visto che avete incontrato la dott.ssa Fiore, sapete che il 1° giugno aprirà la Casa di Comunità e che, invece di collocare infermieri giovani, hanno assoldato nei turni tutti gli infermieri dei poliambulatori e dell’ADI, ciascuno con trent’anni di servizio, o quasi.

Ma io dico: prima di fare queste cose, perché non pensano? Perché non valutano le conseguenze? Perché non si chiedono quali disservizi possano prodursi negli altri ambiti già fragili della sanità territoriale? Aprire un servizio svuotandone altri non significa potenziare. Significa spostare il problema da una parte all’altra, con tutte le relative conseguenze di disservizio per i cittadini.

La stessa Commissione esprime preoccupazione per quanto appreso sui percorsi riabilitativi presso il Cesarano. Bene, la preoccupazione è stata espressa. Ma oltre a esprimere preoccupazione, ci ripetete e ci ricordate il grande lavoro di questi due anni? Solo per capire se ci avete raccontato la verità o se ci ritroviamo nella stessa condizione da cui eravamo partiti.

Perché dopo due anni di comunicati, incontri, sopralluoghi, dichiarazioni e annunci, non basta dire che si è preoccupati. Bisogna dire cosa è stato fatto, quali risultati sono stati ottenuti, quali criticità sono state risolte e quali servizi sono stati realmente rafforzati. Altrimenti la preoccupazione diventa l’ennesima formula buona per prendere tempo, senza assumersi responsabilità.

Per ultima, la perla finale: la Commissione sanità, invece di dire chiaramente come stanno le cose, prova a trasformare la mancata installazione della risonanza magnetica in un semplice problema di autorizzazione regionale. Ma la RM da 1,5 Tesla per Manfredonia era già prevista nel PNRR, con risorse dedicate e una scadenza precisa: installazione, collaudo e uso entro il 30 giugno 2026.

Il punto, dunque, non è scaricare tutto sulla Regione. Il punto è capire perché la direzione generale, poi gestione commissariale del dott. Nigri, non abbia governato per tempo l’adeguamento sismico, la predisposizione degli spazi, gli impianti e la collocazione della macchina. I ritardi accumulati hanno messo a rischio i fondi PNRR e oggi si chiede alla Regione di reperire altre risorse per rimediare a ciò che andava programmato prima.

Parliamo di risonanze magnetiche ad alto campo da 1,5 Tesla, apparecchiature di ultima generazione acquistate nell’ambito delle grandi macchine PNRR e portate avanti in altri presidi, come San Severo e Cerignola. Manfredonia, invece, resta ferma: la macchina non è installata, il servizio non è attivo e i cittadini rischiano di pagare ancora una volta il prezzo di ritardi e mancate scelte.

E allora le domande sono inevitabili: chi risponde di questi ritardi? Chi spiega perché Manfredonia sia ancora in fondo alla fila? Chi chiarisce se i fondi PNRR siano ancora utilizzabili o se si debba cercare una nuova copertura? La sanità non può vivere di giustificazioni successive: servono programmazione, tempi certi, responsabilità chiare e servizi reali.

La speranza è che la nuova direttrice generale, la dott.ssa Tiziana Di Matteo, cambi passo rispetto al recente passato e, invece di consentire alla Commissione di sfilare nelle corsie dell’ospedale e occupare inutilmente le stanze dei dirigenti, chieda quale idea abbia il Consiglio comunale di Manfredonia sulla struttura ospedaliera cittadina e di quali servizi distrettuali e territoriali la città abbia realmente bisogno.

Perché è questo che andrebbe chiesto alla politica locale: non quante visite abbia fatto, non quanti comunicati abbia scritto, non quante fotografie abbia pubblicato, ma quale visione abbia della sanità cittadina. Quale futuro immagina per l’ospedale di Manfredonia. Quali servizi intende difendere. Quali priorità considera irrinunciabili. Quale modello territoriale vuole costruire per una comunità che da troppo tempo aspetta risposte vere.

Del resto, di passerelle se ne può fare a meno.

Della salute, no.

Perché la salute è una cosa seria.

Palombella Rossa

Angelo Riccardi

Exit mobile version