Manfredonia, il fantasma della John P
da Manfredonia Ricordi
Quella che per anni è stata una macchia scura nel panorama del golfo di Manfredonia non era solo un ammasso di lamiere arrugginite, ma una nave con una storia lunga quasi trent’anni. Parliamo della John P (IMO nr. 5115173), un cargo che ha solcato i mari sotto diversi nomi prima di trovare la sua ingloriosa fine sulle coste pugliesi.
Costruita nel 1953 presso i prestigiosi cantieri Scheepswerf de Biesbosch a Dordrecht, nei Paesi Bassi (costruzione n. 341), la nave era nata con il nome di Martti Ragnar. Nel corso della sua carriera operativa aveva cambiato pelle più volte: era stata la Finnbirch fino al 1973 e la Panore fino al 1976, prima di assumere il nome definitivo di John P.
Quando arrivò a Manfredonia il 20 settembre 1979, battente bandiera greca, era ormai un’unità logora. Quella falla nel cielo del doppio fondo fu l’ultimo atto di una vita passata tra i flutti, trasformando il porto garganico nell’ultima, forzata stazione della sua rotta.
Tra divertimento e psicosi, i due volti della John P
Nonostante il sequestro conservativo e lo stato di abbandono, per molti ragazzi di Manfredonia la John P divenne un’attrazione irresistibile. Durante le calde estati degli anni ’80, fare il bagno sul molo era diventato un vero e proprio rito di passaggio. I giovani facevano a gara a chi avesse più fegato, arrampicandosi sulle fiancate arrugginite per tuffarsi dalle murate della nave, trasformando un relitto pericoloso nel trampolino più alto e ambito della costa.
Tuttavia, mentre i ragazzi sfidavano la gravità, la città affrontava una sfida mediatica senza precedenti. A seguito di diversi incendi sviluppatisi a bordo, prese piede una farsa colossale, la presenza nelle stive di pantegane giganti con le gobbe. Una diceria che, gonfiata da una stampa a caccia di scoop, scatenò una psicosi tale da far crollare le prenotazioni turistiche e svuotare gli stabilimenti balneari della Riviera Sud proprio nei mesi di punta.
La demolizione
La fine della John P non fu immediata. Verso la metà degli anni ’80, dopo che le mareggiate l’avevano spinta contro la banchina di levante riducendola a un relitto semi-affondato, iniziarono finalmente le operazioni di rimozione affidate a una ditta specializzata.
Il piano di recupero si svolse in due fasi distinte:
Gli operai procedettero inizialmente al taglio delle sovrastrutture, sezionando i ponti superiori direttamente in porto.
Una volta alleggerito e ridotto al solo scafo, ciò che restava della gloriosa costruzione olandese fu finalmente agganciato e rimorchiato altrove per lo smaltimento definitivo.
Oggi la vicenda della John P resta un monito, non sono sempre le tempeste in mare a fare i danni peggiori, ma spesso sono quelle che si scatenano a terra, alimentate dall’irresponsabilità di chi diffonde il panico per il gusto di uno scoop.
Anche se per molti è il ricordo nostalgico di chi, ragazzo allora, vedeva in quel gigante d’acciaio non un pericolo, ma l’arena dei propri giochi estivi.
Se questa storia ti ha riportato indietro nel tempo, segui la pagina per vedere altri tesori del passato.

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