L’arcivescovo padre Franco Moscone si racconta nell’anniversario della sua ordinazione episcopale (12 gennaio 2019)

L’arcivescovo padre Franco Moscone si racconta nell’anniversario della sua ordinazione episcopale (12 gennaio 2019)

In occasione dell’anniversario della sua ordinazione episcopale (12 gennaio 2019), padre Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, offre una riflessione personale sul suo ministero: dalle radici somasche agli anni della pandemia, dal cammino sinodale alle parole pronunciate davanti alle ferite del mondo.

Radici che restano, anche quando il cammino cambia forma e responsabilità. La sua radice è somasca, ed essere Somaschi significa portare dentro di sé, da secoli, una spiritualità nata accanto ai piccoli e agli ultimi della storia. Padre Franco, nell’anniversario della sua ordinazione episcopale, c’è un volto, un silenzio, una “voce” delle sue radici che la orienta o la conforta nel suo ministero episcopale?

Sono passati sette anni da quando il suo ministero è iniziato e quasi subito è stato travolto dalla pandemia. Le chiese erano vuote, ma la gente aveva bisogno di parole e di presenza.
Che vescovo si diventa quando il primo compito è stare accanto a una comunità ferita, chiusa, impaurita?

In questi anni abbiamo vissuto anche il Cammino sinodale. Qui, nella nostra Chiesa particolare, ha anche assunto un tratto caratteristico: le passeggiate sinodali. Durante quelle passeggiate ha incontrato persone lontane, curiose, diffidenti, ferite. Cosa succede alla Chiesa quando smette di aspettare e decide di mettersi in cammino? C’è una parola ascoltata per strada che ancora oggi le torna in mente?

In questi anni non sono mancate prese di posizione nette, soprattutto di fronte alle guerre e alla violenza, fino a parlare apertamente di genocidio.
Quanto è faticoso, per un vescovo, scegliere di non tacere quando il silenzio sarebbe più comodo?

Lei, oltre a essere alla guida di una diocesi, lo è anche di una realtà come Casa Sollievo della Sofferenza.
Come si tengono insieme la compassione per la fragilità e il peso delle decisioni difficili?

Il vescovo è spesso percepito come una figura forte, esposta, decisiva.
Ha mai avuto paura di essere frainteso o lasciato solo?

Questa Chiesa, il “suo” amato Gargano, ha un volto concreto, fatto di paesi, storie, fatiche e bellezze.
Cosa l’ha sorpresa di più della gente del posto? E cosa, invece, la interroga ancora?

Se potesse consegnare una sola parola alla Chiesa diocesana, non per rassicurare ma per orientare, quale sceglierebbe?

Se, invece, potesse tornare indietro, c’è una scelta che oggi farebbe diversamente? Non per rimpianto, ma per verità.

Intervista di Annamaria Salvemini

fonte: https://www.diocesimanfredonia.it/ogni-anniversario-e-un-ritorno-alle-radici/?fbclid=IwY2xjawPRdulleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBIVzlqWHJPT09UVHNoR2sxc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHqzGHy7jq92lFG0bc4ml4K2bu3rIACymyHaTrgKd9hRRGKtIzwnt8weno2Mi_aem_DoT9vFXGXNbIygcPQ8Br4Q

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