C’è un tipo di viralità che dura quanto un “cuoricino” distratto e un’altra che attecchisce perché intercetta qualcosa di vero. “Gesù di Napoli” appartiene alla seconda categoria: una mini-serie di reel in stile anime in cui Cristo “scende” nel capoluogo campano ai giorni nostri e si misura con i suoi miti, le sue contraddizioni e le sue ossessioni da feed. Il progetto porta la firma del regista e autore napoletano Ugo Di Fenza, 41 anni, che ha raccontato di aver realizzato almeno quattro reel (al momento se ne contano già sei sul canale Youtube I Mostri di Ugo) capaci di totalizzare numeri impressionanti tra Instagram e TikTok: circa 15 milioni di visualizzazioni, con un’enorme spinta di condivisioni organiche. Il punto non è “Gesù in versione cartoon” (quello, da solo, non basterebbe). È l’idea di usare un linguaggio visivo iper-pop e riconoscibile come l’anime per mettere in scena una Napoli che, sui social, è spesso ridotta a cartolina: pizza, mandolino, folklore e stop. Qui invece Napoli diventa un terreno narrativo dove sacro e profano si scontrano senza chiedere permesso: una città mitizzata, consumata, brandizzata, continuamente raccontata dagli altri e da sé stessa.
Tra satira sociale e identità digitale: perché funziona
“Gesù di Napoli” funziona perché non punta soltanto sulla battuta: costruisce un personaggio. Un Messia pop che parla la lingua del presente e affronta, con ironia, temi che i napoletani vedono scorrere ogni giorno sullo schermo. Nei video entrano il culto di Maradona, la figura dell’influencer come nuovo sacerdote laico, e perfino lo sfondo più cupo della camorra, evocato come antagonista da combattere. Sul piano tecnico, il “trucco” sta nell’uso dell’intelligenza artificiale generativa come acceleratore creativo: Di Fenza ha raccontato di aver usato l’IA per animazione e musiche, mentre scrittura e montaggio restano nelle sue mani. È una distinzione importante perché chiarisce un equivoco frequente: qui l’IA non “crea al posto dell’autore”, ma amplia il raggio d’azione dell’autore, consentendogli di produrre in formato seriale un immaginario coerente e riconoscibile.
C’è poi un’altra leva potentissima: l’ambivalenza. Da un lato il progetto gioca con simboli religiosi in modo dichiaratamente pop; dall’altro non distrugge il sacro, lo sposta di contesto per raccontare come oggi si costruiscono i culti: fandom, idoli sportivi, trend, “salvatori” da commento. In questa chiave, “Gesù di Napoli” è quasi un esperimento sociologico mascherato da meme, e i numeri sembrano confermare che il pubblico lo ha capito al volo. In fondo, la cosa più napoletana del progetto non è la battuta: è la capacità di prendere un’icona assoluta e rimetterla in strada, tra la gente, nel caos del presente. E se oggi “la strada” passa da TikTok e Instagram, il Messia — a quanto pare — si adegua.


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