LA REINTEGRA DEI TRATTURI A OPERA DI FABRIZIO DI SANGRO NEL 1574.
Ci siamo trovati tra le mani un interessante articolo di Maria C. Nardella (Storia Patria per la Puglia) che propone una storia assai significativa su un argomento che è stato sempre a cuore ai foggiani: gli antichi tratturi. Ma soprattutto una ricerca che mette in evidenza il ruolo di un personaggio particolare: Fabrizio Di Sangro. Un resoconto da vera spy-story. Vediamone i dettagli.
Nel febbraio del 1574 la pianura di Foggia ‘tremò’ sotto il passo pesante di un uomo che sembrava conoscere già ogni sentiero, ogni sospetto, ogni ingiustizia sedimentata lungo i vecchi tratturi. Fabrizio Di Sangro, appena insediato come “generale commissario della Regia Dohana delle pecore de Puglia et Dohanella d’Apruzzo”, aveva già capito che non avrebbe avuto tregua: la Dogana era un organismo malato, infiltrato da abusi, occupazioni indebite, vigne clandestine, mezzane cresciute come funghi.
Per questo il 7 febbraio scese in campo col suo bando di cinquantadue capitoli, come un generale che dichiara guerra al disordine. Non era un gesto improvvisato, ma una mossa preparata e benedetta dall’alto: il cardinale Granvela gli affidò il compito di guardare nei meandri amministrativi e di ripulire tutto, con discrezione chirurgica e pugno di ferro.
Così, tre giorni dopo, il 10 febbraio, facendo riferimento al capitolo undicesimo delle Istruzioni del viceré Toledo, Di Sangro cominciò la prima grande ricognizione dei tratturi principali di Puglia. Si mosse come un comandante in avanscoperta: con lui l’uditore Aurelio d’Adinolfo, i credenzieri Giovanni Tommaso Cessa e Gismundo Corcione, ufficiali minori, notai, massari di campo, locati esperti della terra e il mastrogiurato Donato Della Vecchia.
Il primo percorso fu quello dal ponte di Cervaro verso Foggia, attraversando la strada di Cerignola fino alla Porta Grande. La cappella di San Rocco segnava il passaggio verso Manfredonia, ma tutto attorno si vedevano cicatrici: “molti disordini de sem(ina)ti, mezzana et vigna”, come annotarono gli atti della Dogana. A quel punto erano evidenze, prove vive di un malcostume radicato.
Le stesse irregolarità emersero nel tragitto da Candelaro a Foggia: taverna e casalini di Faczuolo, torre di San Jacovo, mezzane di Castiglione del Seripando, ortali della Chianara, cappelle dirute, chiese come il Sepolcro o San Giovanni: un paesaggio in cui i segni del sacro si mescolavano a un’archeologia del disordine. Da Foggia al ponte delle Puttane verso Lucera non andò meglio: il tratturo era una mappa di occupazioni clandestine, violazioni sistematiche, tentativi di cancellare la funzione stessa della transumanza.
Di Sangro tuttavia non arretrò. Il 24 febbraio, mentre si preparava a “fare il camino de Lanciano”, mandò Giovanni Battista Toto, cavallaro fidato, con Matteo Figliola e Giovanni Antonio Colafiglio, uomini pratici dei luoghi, insieme ai compassatori Alonso Clavio e Donatello Di Meo: la squadra aveva una missione precisa, ripulire il percorso di Visciglito, Sterparone, Serra Crapiola, Torre della Gramegna.
Intanto, il 1° marzo, Di Sangro stesso prese la via dell’Abruzzo. Con lui c’erano compassatori come Lattanzio di Letterio, Danese Citrone, Pietro Turco, pastori patronali e gargari esperti, gente capace di leggere la terra come si legge una ferita. La prima questione era accedere dai pascoli delle poste di Borragine, Colle, Monticello, Ischia, Posticchia al demanio di Lucera. Il problema era chiaro: la posta di Borragine aveva addirittura perso terreno utile, il suo “tavoliere” ristretto da occupazioni arbitrarie. Di Sangro ordinò allargamenti, sanzioni, ripristino delle antiche proporzioni. Poi ripartì ancora verso nord: Fiorentino, San Severo, Civitate, Serracapriola, San Martino in Pensilis, Guglionesi, Palata, Montenero, Lentella, Monteodorisio, Cupello, Scerni, Pollutri, Atessa, Casalbordino, Paglieta, fino a Lanciano.
Tra l’8 e il 10 marzo, il credenziere Cessa completò l’altra parte del tratturo: Scafa della Tessa, in direzione della Maiella “per lo passo delle pecore”, Gissi, Atessa, poi di nuovo il fiume Sangro e Castel Frentano. Il 14 marzo il gruppo attraversò Civitanova, Civita Vecchia, Molise, Torella, Collalto fino a Castropignano; superarono il Biferno, poi Oratino, Santo Stefano, Ripalimosani, Campodipietra, Toro.
Il 18 marzo, attraverso il vallone de Ionciti, entrarono a Predicatello, poi Gambatesa; si affacciarono sui territori dell’abbazia di San Pietro della Valva, proprietà di Annibale de Capua. Di lì proseguirono per San Marco la Catola, Tufara, il Frasso del barone Caracciolo, San Bartolomeo, Volturino, Motta, la Fontana della Candea, fino alla difesa della Razza delle giumente.
Ad Alberona si segnò una tappa memorabile: la taverna dello spagnolo Cristoforo Frias venne inclusa nel tratturo e nei secoli sarebbe rimasta un punto di riferimento identitario. Il percorso poi sfiorò Casanova, entrò nelle mezzane di Lucera, toccò la Croce di fabrica presso porta San Giovanni, la chiesa del Carmine, il colle del Seggio, e infine si ricongiunse alla strada Foggia–Lanciano. Il 4 marzo, nel frattempo, Toto aveva ricevuto l’incarico di ricognire altri tre tratturi cruciali: ponte di Canosa–Cervaro, Candelaro–Cervaro, Foggia–San Severo.
Le operazioni si interruppero per la fine dell’anno doganale, ma ripresero il 20 settembre, stavolta con il viceré come spalla dichiarata. La squadra si rimise in marcia: Civitanova, Zizzola, Chiauci, Pesco Lanciano, Carovilli, Roccasicura, Falascuso dei Carafa, Montalto, Castel di Sangro; poi, nei giorni successivi, la Torre di Sulmona, Celano, e dal 29 settembre il percorso Aquila–Lanciano. A novembre il credenziere Cessa fu mandato alla Torre della Gramegna fino a Stignano, mentre Di Sangro stesso scese a Spinazzola e Melfi per completare una doppia missione: reintegrare il tratturo e censire erbaggi straordinari, in linea con la prammatica vicereale del 1574.
Tra febbraio e marzo aveva attraversato Terra di Bari, Terra d’Otranto, Basilicata, fino alle soglie della Calabria, tornando verso nord come un ispettore che trasforma ogni miglio in documento. Nel giugno 1575 arrivò anche la conferma del duca di Termoli: Cessa riunì due percorsi troppo vicini nel territorio di San Martino. La seconda fase partì dalla prammatica del 30 luglio 1574: titolare i tratturi, incidere marmi, collocare termini e segni per impedire future usurpazioni.
Il 14 dicembre 1576 dodici cavallari ricevettero il mandato: ciascuno doveva titolare tratte, a volte in coppia, a volte da solo. Le operazioni si chiusero entro maggio, con l’aiuto sporadico di compassatori come Giulio Gaudio e Dragonetto De Conta. La terza fase, dal gennaio 1577 all’ottobre 1580, fu dominata dai due credenzieri. Gismondo Corcione partì dalla Gramegna, attraversò Torremaggiore, San Paolo, Civitate fino a Ponterutto; poi dal territorio di Rotello verso Larino, ottenendo il supporto del sindaco di San Giuliano, del camerlengo e degli eletti.
Dal 5 al 7 febbraio completò il percorso Ponterutto–Biferno via Bonefro e Torre di Zeppa. Intanto, il 20 febbraio, Lucera segnalò che un commissario stava tracciando il tratturo in luoghi proibiti, danneggiando proprietà e seminati: Cessa verificò e diede ragione all’Università, scegliendo un tragitto che seguiva Tertiveri, il confine, e poi Alberona. Ai primi di dicembre 1579, Corcione reintegrò il tratturo Ruvo–bosco di Toritto–Grumo, e quello da ponte di Canne al bosco di Corato, con un percorso più lungo ma più sicuro. Nell’aprile 1580 procedette alla titolazione. L’ultimo atto fu del 1° ottobre 1580, quando Cessa modificò il tratturo Candelaro–Cervaro in un’area agricola particolarmente vulnerabile.
Tutto il corpus delle reintegre del 1574–1580 rappresenta una mappa vivente dei territori di allora, del Molise, dell’Abruzzo, della Capitanata: non solo strade di pascolo, ma geografie di chiese in rovina, cappelle isolate, taverne, fontane, castelli, calcare, vigne, parchi, boschi, mulini, orti. Ogni riferimento era un punto di ancoraggio per un paesaggio fragile, spesso manipolato. La metodologia era chiara: verifiche prima e dopo l’anno doganale, approfittando dei mesi in cui le greggi non erano in movimento; ampliamento progressivo dell’orizzonte, dai dintorni di Foggia fino agli Abruzzi; uso delle vie ordinarie come ossatura dei tratturi; aggiustamenti e modifiche quando necessario, come testimoniano gli esempi di San Martino, Lucera e Candelaro.
La rete tratturale dell’epoca era tutt’altro che definitiva: una creatura fluida, modellata da esigenze pastorali, pressioni politiche, conflitti territoriali. Nemmeno le norme anteriori – i sette tratturi enumerati dal reggente Figueroa nel 1534, o il bando del 1549 – avevano fornito una vera mappa organica. Le reintegre del Di Sangro, insieme ai futuri atlanti Capecelatro e Crivelli, furono le prime vere radiografie del territorio. Eppure non mancarono opposizioni.
L’Aquila accusò Di Sangro di voler aprire tratturi larghi sessanta passi in zone dove non erano mai esistiti, tra vigne antiche, mura, conventi e chiese. Il viceré affidò l’inchiesta prima a Alfonso De Noyes e poi ad Andrea Ardinghello. Il 18 maggio quest’ultimo convocò diciassette testimoni, ma solo sette furono ascoltati: tutti confermarono che i pastori abruzzesi usavano da tempo immemorabile percorsi variabili attraverso la Forca di Penne, Cannatino, Voltigno. Le greggi salivano e scendevano cercando il “più commodo”, soprattutto in periodi in cui le terre non erano ancora seminate.
Ma allo stesso tempo i testimoni riconoscevano che un vecchio percorso aveva coinciso con il tracciato reintegrato dal Di Sangro, abbandonato solo da pochi anni a causa dei “fuorusciti” rifugiati sui monti. Da questa contraddizione emerge un’immagine potente: la rete tratturale non era solo geografia, era storia viva, conflitto sociale, rifugio di banditi, proprietà contese, agricoltura in espansione, allevamento in crescita. L’amministrazione, alla fine, impose compromessi: niente demolizioni di edifici o vigne antiche, ma obbligo di trovare passaggi alternativi “egualmente comodi”. Nardella, attraverso queste pagine, ci consegna un documento che non è solo archivio, ma un viaggio: una sterminata marcia amministrativa lunga sei anni, tra ponti, paesi, fiumi, cappelle dirute e taverne solitarie.
È la cronaca del momento in cui la transumanza, da flusso libero e ancestrale, fu per la prima volta imbrigliata in mappe, misure, titoli marmorei, prammatiche reali. È la storia di un uomo – Fabrizio Di Sangro – che camminò lungo l’ossatura nascosta dell’Italia pastorale e la riportò alla luce, centimetro dopo centimetro, atto dopo atto, reintegra dopo reintegra. È la storia di tratturi che non erano solo strade per pecore, ma vene pulsanti di un Mezzogiorno che respirava, cresceva, litigava, e che oggi possiamo ricostruire grazie alla precisione ossessiva di quelle antiche ricognizioni.
È il racconto di un territorio che per secoli si è lasciato leggere attraverso le orme degli armenti e la caparbietà degli uomini che fecero delle sue strade una legge. E che oggi, attraverso quell’inchiostro del 1574, torna a parlare.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonte e immagini: Maria C. Nardella, “Fabrizio Di Sangro e la reintegra dei tratturi del 1574”, da 45° Convegno Nazionale sulla Preistoria – Protostoria – Storia della Daunia, San Severo 16 – 17 novembre 2024

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