Anime e TV: la fine di una magia

Dagli anni d'oro di Italia 1 e MTV Anime Night al dominio delle piattaforme streaming: viaggio nella lenta scomparsa degli anime dalla televisione italiana.

Chi è cresciuto tra gli anni Novanta e i primi Duemila ricorda perfettamente cosa significasse accendere la televisione e trovare un anime. Non era semplicemente un programma televisivo. Era un appuntamento quotidiano. Era la corsa a casa dopo la scuola per non perdere la nuova puntata di Dragon Ball, Sailor Moon, Detective Conan, Pokémon, Naruto o One Piece. Era il dibattito il giorno dopo tra i banchi di scuola. Era una parte integrante della cultura pop italiana.

Oggi gli anime sono ovunque. Netflix investe milioni nelle produzioni giapponesi. Amazon Prime Video amplia continuamente il proprio catalogo. Disney+ ha acquisito diverse produzioni orientali. Crunchyroll è diventata la più grande piattaforma specializzata al mondo. Mai come oggi l’animazione giapponese è stata così accessibile.

Eppure, per molti appassionati, qualcosa si è perso.

Perché gli anime non sono spariti. È sparita la loro presenza nella televisione generalista. È sparita quella sensazione collettiva che trasformava una serie in un fenomeno nazionale. Se negli anni Novanta un cartone giapponese poteva essere seguito contemporaneamente da milioni di spettatori, oggi la fruizione è individuale, frammentata e dispersa tra decine di piattaforme differenti.

La crisi degli anime sulla televisione italiana è stata lenta, quasi impercettibile. Non c’è stato un giorno preciso in cui tutto è finito. C’è stato piuttosto un progressivo ridimensionamento che ha coinvolto prima Mediaset, poi MTV, infine le reti che sembravano destinate a raccoglierne l’eredità. Una trasformazione che ha cambiato per sempre il rapporto tra gli italiani e l’animazione giapponese.

Il regno di Italia 1

Dagli anni ’80 alla metà degli anni 2000 Italia 1 è stata la vera patria degli anime in Italia.

La rete Mediaset aveva costruito intere fasce pomeridiane attorno all’animazione giapponese. Bim Bum Bam prima e le varie programmazioni pomeridiane poi hanno accompagnato generazioni di spettatori. Titoli come Dragon Ball, Dragon Ball Z, Naruto, Pokémon, Detective Conan, Holly e Benji, Sailor Moon, Rossana e decine di altri anime divennero fenomeni popolari ben oltre la cerchia degli appassionati.

La forza di Italia 1 era la continuità. Gli anime erano presenti ogni giorno. Facevano parte del palinsesto ordinario. Non erano prodotti di nicchia ma programmi centrali nella strategia della rete.

Per milioni di italiani, l’animazione giapponese coincideva semplicemente con Italia 1.

L’autunno 2008: l’ultimo vero ricambio generazionale

Molti osservatori indicano il 2008 come l’ultimo anno in cui Mediaset tentò realmente di investire in nuove produzioni anime.

Nel palinsesto autunnale di Italia 1 comparvero infatti nuove serie come My Melody, Idaten Jump e Spider Riders, affiancate da altre produzioni orientali. Si trattò dell’ultimo significativo rinnovo del catalogo anime della rete.

A posteriori, quella stagione appare come una sorta di canto del cigno.

Negli anni successivi le novità diminuirono progressivamente. Gli investimenti si ridussero. Le repliche aumentarono. Le fasce storiche dedicate ai cartoni giapponesi vennero gradualmente smantellate o ridimensionate.

La sensazione era che Mediaset non considerasse più gli anime una priorità strategica.

Gli anime relegati tra Boing e Italia 2

Con il passare degli anni gli anime non sparirono completamente dai canali Mediaset.

Vennero però progressivamente spostati verso reti secondarie come Boing, Boing Plus e Italia 2.

Il problema non era soltanto la quantità. Era soprattutto la visibilità.

Negli anni Novanta un anime trasmesso su Italia 1 raggiungeva milioni di spettatori. Oggi molte serie finiscono in canali tematici con ascolti inevitabilmente più ridotti. La percezione collettiva del fenomeno si è quindi indebolita.

Paradossalmente alcuni anime moderni ottengono risultati internazionali enormemente superiori rispetto a quelli del passato, ma risultano quasi invisibili al grande pubblico televisivo italiano.

MTV Anime Night e la consacrazione degli anime per adulti

Se Italia 1 rappresentava il volto popolare dell’animazione giapponese, MTV incarnava la sua anima più adulta.

Anime Night fu una rivoluzione culturale.

Per la prima volta molti spettatori italiani scoprirono che gli anime non erano soltanto prodotti per bambini. Serie come Cowboy Bebop, Evangelion, Wolf’s Rain, Full Metal Alchemist, Death Note e molte altre dimostrarono che l’animazione giapponese poteva affrontare temi maturi e complessi.

Anime Night contribuì alla formazione di un’intera generazione di appassionati.

Per molti futuri collezionisti, giornalisti, fumettisti e professionisti del settore, quel contenitore rappresentò una vera porta d’ingresso verso la cultura giapponese.

La lenta agonia di Anime Night

I segnali di difficoltà iniziarono a emergere, anche inq uesto caso, nel 2008. Un anno spartiacque della trasmissione degli anime sulla TV italiana.

MTV annunciò inizialmente la chiusura del contenitore salvo poi ripensarci e rilanciarlo con nuove serie come Death Note e Full Metal Panic! The Second Raid.

Tuttavia la stagione 2009-2010 mostrò chiaramente il ridimensionamento del progetto. Le prime visioni diminuirono e gli spazi vennero sempre più occupati dalle repliche.

Nell’autunno del 2010 Anime Night non venne più rinnovato, ponendo fine a oltre dieci anni di storia televisiva.

Per molti appassionati fu un evento simbolico.

Se la crisi di Italia 1 aveva colpito il pubblico generalista, la fine di Anime Night segnò la scomparsa dell’ultimo grande spazio televisivo dedicato agli anime di qualità. Le ultime serie trasmesse furono Inu Yasha The Final Act e Full Metal Alchemist Brotherood.

K2 e Rai 4: le eredi che non hanno mai completato la missione

Negli anni successivi sembrò aprirsi una nuova fase.

K2 iniziò a trasmettere numerose produzioni giapponesi rivolte a un pubblico giovane, come le nuove stagioni di Pokémon, Bayblade, B-Daman (la cui prima stagione ebbe una breve e discreta aprentesi nel 2006 su Italia 1), Little Battles Experience ecc. Rai 4, invece, propose anime destinati a un target più adulto e appassionato come Soul Eater, Millennium Actress, Code Geass e L’attacco dei giganti.

Per un certo periodo molti osservatori pensarono che queste reti potessero raccogliere l’eredità di Italia 1 e MTV.

Ma il risultato finale fu differente.

Pur ospitando titoli interessanti, nessuna delle due emittenti riuscì mai a trasformare gli anime in un elemento centrale della propria identità. Le programmazioni cambiarono, gli spazi si ridussero e l’animazione giapponese finì nuovamente ai margini.

Mancò soprattutto quella continuità che aveva caratterizzato i grandi anni della televisione anime italiana.

Lo streaming ha vinto, ma ha distrutto il fenomeno collettivo

La verità è che gli anime non sono morti.

Hanno semplicemente seguito il pubblico.

Le piattaforme streaming offrono oggi un catalogo infinitamente più vasto di quello che qualsiasi emittente televisiva avrebbe potuto garantire. Netflix, Prime Video, Disney+ e soprattutto Crunchyroll permettono di vedere serie contemporanee quasi in contemporanea con il Giappone.

Da un punto di vista dell’offerta, gli appassionati non sono mai stati così privilegiati.

Ma dal punto di vista culturale qualcosa è cambiato.

Non esiste più l’appuntamento comune. Non esiste più la puntata vista contemporaneamente da milioni di ragazzi. Non esiste più quella dimensione collettiva che trasformava una serie animata in un fenomeno generazionale.

La nostalgia non riguarda gli anime, ma la televisione

Quando molti quarantenni e trentenni affermano che “gli anime di una volta erano migliori”, spesso stanno parlando di qualcos’altro.

Non rimpiangono necessariamente le serie.

Rimpiangono il modo in cui le guardavano.

Rimpiangono un’epoca in cui l’intera generazione seguiva gli stessi programmi, negli stessi orari e sugli stessi canali. Rimpiangono la televisione come esperienza condivisa.

Gli anime esistono ancora e godono di una salute straordinaria. La televisione anime italiana, invece, è ormai soltanto un ricordo.

Ed è forse proprio questo il vero motivo della nostalgia: non la scomparsa dei cartoni giapponesi, ma la fine di una magia televisiva che difficilmente tornerà.

FONTI:

Davide Maggio

AnimeClick

WIKIPEDIA

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