754 anni fa moriva Re Manfredi. Spoglie introvabili?

Moriva esattamente 754 anni fa, il 26 febbraio 1266, nella battaglia di Benevento che aveva visto contrapporsi svevi ed angioini, guelfi e ghibellini, il re biondo, bello e di gentile aspetto. “Chi accatta Manfredi? Chi accatta Manfredi?”. Eccolo lì, il suo corpo esanime e nudo adagiato sul dorso di un asino, mentre un villano cerca di venderne le spoglie al miglior offerente.

Re Manfredi era sceso in campo senza le insegne reali ed alla sua morte il suo corpo non era stato riconosciuto e giaceva confuso con gli altri. Carlo d’Angiò aveva dato ordine che nessuno fosse sepolto finché Manfredi non fosse stato ritrovato, poiché doveva essere assolutamente certo che non fosse fuggito e che finalmente non aveva più rivali per il regno di Napoli e Sicilia.

Dopo tre giorni un popolano ne riconobbe i lineamenti ‘gentili’, lo issò sul proprio asino e se lo portò in giro a mo’ di trofeo. Ma nemmeno ai cavalieri francesi, che avevano sconfitto Manfredi in battaglia, andò giù tanta spavalderia nei confronti di un re che si era dimostrato valoroso conquistando in morte la loro stima. Il villano fu punito e a Carlo d’Angiò fu chiesto di dar degna sepoltura all’eroico re.

Re Manfredi, però, era stato scomunicato (da ben tre papi: praticamente un record storico!) e non poteva essere sepolto in terra consacrata. Il corpo del re di Sicilia venne allora tumulato ai piedi del ponte di Benevento dove i soldati angioini vi si recarono ponendo sopra, in segno di rispetto, un sasso ciascuno.

Cosa aveva combinato di così grave Manfredi? Semplicemente erano i tempi in cui i papi non erano solo i successori di Cristo sulla Terra, ma detenevano il potere temporale ed erano considerati veri e prori sovrani, con tanto di lotte per ingrandire il proprio regno. Nel Duecento al papato faceva gola il Regno di Sicilia, sotto il dominio svevo, e Manfredi si batté fieramente per difendere le proprie terre.

In aperta contrapposizione verso gli svevi, papa Urbano IV promise il regno di Sicilia, su cui vantava diritti, al francese Carlo I d’Angiò. Si susseguirono anni di lotte, tregue, scomuniche e (finti) accordi, con i ghibellini a sostegno di Manfredi da una parte ed i guelfi a sostegno del papa dall’altra. Finché il 26 febbraio del 1266 Manfredi venne ucciso.

La sua morte, però, non placò l’odio dei suoi nemici. E così, dopo l’improvvisata sepoltura, Bartolomeo Pignatelli, arcivescovo di Cosenza, lo fece esumare a ‘lume spento’, come ricorda Dante Alighieri nel Purgatorio, e seppellire lungo il corso del fiume Liri, fuori dai confini del regno di Sicilia e contemporaneamente fuori dallo Stato Pontificio.

Nei secoli si rincorsero mille leggende su che fine fecero le spoglie del re che fondò Manfredonia, che non soltanto era bello, ma anche molto colto oltre che un abile stratega, proprio come suo padre, lo stupor mundi Federico II.

Poi, il 17 aprile 1614, durante i lavori per la ricostruzione del ponte sul fiume Liri a Ceprano, tra le rovine del ponte andato distrutto venne alla luce un sarcofago con sopra un coperchio di marmo ed un epitaffio: “Hic iaceo Caroli Manphredus marte subactus caesari heredi non fuit urbe locus sum patris ex odiis ausus confligere Petro mars dedit hic mortem, mors mihi cuncta tulit”.

Il sarcofago andò in pezzi, ma una parte venne murata nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Ceprano e vi si scorge ancora oggi chiaramente l’emblema della casata sveva. Alla destra del pezzo di sarcofago, vi è una piccola teca posta sotto il cuscino che sorregge il capo di Sant’Arduino, patrono di Ceprano.

Si dice contenga le reliquie del santo, ma in realtà per molti storici potrebbe contenere le ossa di Manfredi. Sarà veramente così? Chissà…

Maria Teresa Valente