Italo Magno: “Innominabile”

Vi voglio raccontare cosa successe in una città, dove la democrazia fu sospesa per quasi vent’anni e uomini e donne si videro asserviti più dalla blandizia che per le minacce o la vendetta.

Penso proprio sia ora di chiamare in causa l’Innominato, per finalmente capire perché nella città, più spesso, s’imputano le malversazioni a chi si oppone e non a chi la governa; perché avvengono conversioni, come quella di san Paolo folgorato sulla via di Damasco, ed i convertiti, dopo aver assaggiato il dolce frutto della libertà, vanno poi a braccetto con il potere e ne diventano i più rabbiosi tutori; perché si toglie al povero per dare al ricco e gli amici del re non pagano neanche un caffè, mentre tutti gli altri sono costretti a portare l’amara soma ed il disprezzo.

Ma chi è l’Innominato che esercita tanto potere, mentre tutti fingono di non sapere chi sia? L’innominato è uno che non si vede, eppure se ne sente la presenza in ogni momento. Sotto di lui la città sembra una cupola fortificata, eppure per non vederla crollare necessita di una zeppa che dall’alto la sorregga. Perciò possiamo dire, gaudenti, che l’Innominato è la chiave di volta che sostiene tutto il sistema.

L’Innominato non è un eletto, ma viene sempre nominato. L’innominato vive nell’ombra, ha un occhio solo e porta sempre con sé un compasso per disegnare ogni scenario della città. L’innominato pur non operando di giorno, nel buio della notte riesce a condizionare ogni luce del giorno. Egli decide chi dovrà ridere e chi dovrà piangere; organizza tutti i gangli della vita cittadina, ma non guida la città.

L’innominato non ama i magistrati, però li considera tutti. Tra chi giudica e chi viene giudicato l’Innominato preferisce i secondi e ritiene che il processo sia un’inaccettabile sofferenza per gl’imputati. Di indole generosa, Lui vorrebbe che tutti i rei fossero liberi e, quando ha potuto, li ha sempre aiutati, salvando perfino il Grande Reo, non nel processo ma dal processo.

L’Innominato ha già decretato, dopo questi anni nei quali ha deciso tutto lui, chi sarà il futuro sindaco, chi doveva andare in Regione e chi otterrà il seggio romano con la palma dell’immunità. Quando l’Innominato decide, tutti i suoi legati possono solo dare disposizioni affinché il suo volere si compia.

Il popolo ha terribilmente paura dell’Innominato e quando avverte il suo pesante respiro, pur bestemmiando in cuor suo, capisce che l’Innominato non può essere contrastato. Ed in effetti quasi tutta la città teme l’Innominato, perciò obbedisce ed ossequia tutti coloro che governano in nome suo. Così, dopo questi anni, forse avremo ancora altri vent’anni sotto l’egida dell’Innominato.

“Che Dio ce lo tenga a lungo in vita, insieme ai suoi vassalli, ai valvassori, ai valvassini – dice la gente – e ai guardiani ringhianti del regno”; perché pare destino che questa giostra debba ancora girare, almeno fino a quando tutta la città, che sembra così assopita e quasi rassegnata al suo destino, non deciderà di dire basta, facendo così crollare questo mondo di burattini. E di burattinai.

Ogni riferimento è puramente casuale.

Italo Magno




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