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10 maggio 2008

DOVE DIMORA L'AMORE NON PUO' ESSERCI TIMORE

Domenica di Pentecoste  [Gv 20,19-23]

 

 


La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi». Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi».

 

 

 

A volte ho l’impressione che parlare dello Spirito Santo, Amore del Padre e il Figlio, unica comunione libera dal compromesso umano, “terza persona della Trinità” così come siamo abituati a dire (almeno chi bazzica più o meno nelle nostre Chiese), sia dire tutto e niente, e non solo perché per molti cristiani (soprattutto chi bazzica nelle Chiese!) è una figura del tutto irrilevante.

Il Papa, nella lettera a noi giovani per la prossima Giornata Mondiale a Sydney, riflette proprio sullo Spirito, forse per dimostrare che il sul suo esser-ci nella vita dell’uomo non può non scuoterci, mettendo a nudo i compromessi, liberandoci dai complessi. Così oggi la pagina di Giovanni parla di un gruppo di uomini “chiusi”, barricati in casa, morti dalla paura, morti. Anche il profeta Ezechiele (Ez 37,1-14) fu preso dal Signore e condotto in un campo sterminato di ossa imputridite. Immaginate: le nostre distese verdi, magari quelle che ci circondano appena fuori dalla città, coperte di ossa. Non è un’atmosfera alla X-files, non uno scenario hollywoodiano di cattivo gusto: è il campo del mondo, il campo della storia, è l’uomo abbandonato.

La morte non respira, non coincide solo con i nostri battiti cardiaci: cosa giace oggi nel campo della nostra vita? Se da tempo non guardiamo dentro di noi con gli occhi di Dio, forse ci stupiremo di trovarci morte su morte, ossa su ossa, forse lo sappiamo e ci siamo abituati, forse la morte è entrata nel nostro DNA.

Poi, prosegue il profeta, “lo Spirito entrò in essi e ritornarono in vita”, lo stesso Spirito che fece uscire Adamo dalla sua insignificanza, lo stesso Spirito che Cristo Risorto dona ai discepoli “morti dalla paura”, barricati nel cenacolo. Così, dice il Papa, “lo Spirito è il dono più alto di Dio all’uomo, la testimonianza suprema del suo amore, un amore che si esprime come “si alla vita”. Questo “si alla vita” ha forma piena in Gesù di Nazareth”. Niente formule matematiche per spiegare lo Spirito: è il “si alla vita”, la spinta che ogni giorno mi trascina nel mondo senza esserne schiavo; il mio “si alla vita” è la capacità di guardare più al futuro che al passato, è aver dentro un fuoco che bruci tutte le incertezze che mi tagliano le gambe, è sapermi amato da Dio senza riserve e sapere di avere la sua forza per affrontare l’esistenza, è essere contento di vivere per un ideale e portarlo a tutti, farlo cantare nella mia vita perché diventi forza per tutti. Il “si alla vita” è mettercela tutta affinché ogni attimo sia indimenticabile, ma è anche spendersi senza sconti affinché la vita di chi mi sta attorno sia dignitosa, felice; è indignarsi per l’ingiustizia, e nello stesso istante impegnarsi per chi muore senza diritti; è una vita che mentre con una mano addita l’errore, con l’altra dà pane, conforto, speranza; è piangere con chi piange, gioire con chi gioisce, amare chi non ama.

Solo lo Spirito ci insegna ad essere uomini fino in fondo, profondamente uomini, e poi tutto il resto. Solo Lui ci fa guardare il mondo con gli occhi di Dio. Solo Lui…e tu? Cosa sei disposto a spendere di te?  

 

 

 


di Emanuele Spagnolo

 




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