Domenica dell’ASCENSIONE
In quel tempo, gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.
Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato.
Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Dove sta Dio?...e dove sta l’uomo?
“Dove sta Dio?”, chiede il piccolo alla madre, e lei con il dito all’insù: “Dio? Sta in cielo!”. Domanda da un milione di euro; scontata la risposta, dirà qualcuno. Dio sta in cielo.
Leggendo “ASCENSIONE” come titolo di questa domenica forse ci viene in mente qualcosa di “astronautico”, spaziale, o semplicemente astratto, lontano da noi e dalle nostre cose troppo mondane, dall’assicurazione da pagare, dallo stipendio che non basta mai e questa fortuna nel lavoro o nello studio che sembra proprio non decollare. Cosa c’entra l’Ascensione di Gesù con i nostri sentimenti, le nostre ore passate ad aspettare con ansia una nascita inaspettata, un piccolo tesoro destinato a riempirci di novità; ma anche con quelle telefonate che ci agghiacciano l’anima, che ci strappano violentemente la serenità, la gioia, e ci sprofondano. Cosa può mai c’entrare?
E’ Paolo a dirci qualcosa di eccezionale: “Dio vi illumini la mente del cuore, per capire a cosa siete destinati, per vedere l’eredità che Cristo vi ha lasciato”. Due cose, una presente, visibile, e una futura, da cogliere.
Gesù ci ha lasciato una eredità, una indescrivibile ricchezza che abbiamo sotto gli occhi , ma che spesso non vediamo. E’ la sua pace, la sua presenza, il suo stare-con noi che ci sconvolge la vita. “Sono con voi fino alla fine del mondo, ci dice, per sempre” (v.20). Come a dire che noi cristiani non SPERIAMO perché siamo felici, ma SIAMO FELICI, non possiamo non esserlo, perché non ci nutriamo di speranze marce, destinate a finire in una serata o ad un tramonto. La nostra speranza non si attacca ad una ideologia politica o religiosa; non ci lasciamo comprare da un discreto salario per lavorare a nero, non vendiamo la nostra dignità per un posto in terza o quarta fila nella società: la nostra speranza ha un nome, è una persona, è GESU’. L’amore che tanto cerchiamo è possibile, non è tutto marcio, tutto un’utopia: se cerchiamo felicità vera, se vogliamo vivere da protagonisti, se abbiamo grandi sogni nel cuore è Lui, Gesù che può darci il senso e la luce. Questa è la nostra eredità, questo è il dono più importante che Dio potesse farci. Non come i nostro doni: carichi di propositi, con tanta buona volontà, ma sempre legati più o meno alla nostra logica del baratto; Lui non bara, si da tutto, fino all’ultimo respiro. Questo è l’amore!
Poi c’è la seconda cosa, a cui, dice Paolo, “siete destinati!”. Gesù ascende per dirci che non conviene abituarci troppo alla terra, alle “nostre cose” umane troppo umane - come diceva un filosofo. Ascende, il Figlio di Dio, dopo aver respirato la nostra inquietudine e la nostra povertà, per superare il nostro limite e la nostra prigione. E’ lì il nostro posto; non è qui, sulla terra, il centro di tutto.
A questo punto qualcuno potrebbe disprezzare ciò che c’è qui, ciò che viviamo: l’equilibrio sta nel comprendere che Dio, scendendo sulla terra, sporcandosi le mani del nostro fango, ha reso tutto sacro. Niente di noi è più profano. Niente. Sta solo a noi mantenere tutto pulito, luminoso.
Oggi Dio risale in cielo, e porta con sé un po’ di noi. Per questo spesso sentiamo un vuoto più grande, una fame non saziabile con gi anestetici umani: il nostro Maestro ha portato con sé un po’ di terra, la nostra terra. Un po’ di noi è in cielo, accanto a Dio…
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